Il pifferaio magico, the day after

quattro

«Signore e signori, buongiorno. Mi chiamo Ghert e sarò la vostra guida nella visita al museo dei Topi Assenti di Hamelin. Sono nato una settantina d’anni fa e sono sordo. Non preoccupatevi, però, se avete bisogno di qualcosa chiedete, io capirò lo stesso. Benvenuti dunque ad Hamelin, il paese che sempre meno topi vengono a visitare e dove, a parte me, nessun altro topo vuole abitare. E li capisco. Dopo aver visto quel che hanno visto i miei occhi, se fossi un altro topo, qui non ci vorrei stare… Prego, signore e signori, da questa parte, la prima sala. Il giro inizia da questo dipinto di dimensioni gigantesche che vedete alle mie spalle, opera del famosissimo Rafael Topis, una delle vittime della Grande Catastrofe di Hamelin. Dipinse in varie occasioni scorci di vita quotidiana, come questi, ed è quindi grazie a Rafael che abbiamo così tante testimonianze relative alla cultura e alla civiltà raggiunte dai topi di Hamelin, prima dell’avvento dell’Uomo Che Uccide.»
La comitiva guardava affascinata il quadro dove erano raffigurati quartieri e case, strade, lampioni, topi e topini ben vestiti o straccioni. Alcuni stavano sull’uscio delle loro botteghe o si salutavano alzando la tuba. Damine camminavano una di fianco all’altra rispettosamente seguite dalla nera chaperon. Un topo rubava un bel frutto rosso e un gruppetto girava impettito a cavallo. In primo piano a destra topini di strada giocavano con i cerchi che avevano “preso in prestito” da topine dai lunghi abiti a balze e trecce bionde raccolte attorno al capo.
«Ecco signore e signori come la vita scorreva serena ad Hamelin, prima che arrivasse, inaspettato e inatteso, l’Uomo Che Uccide. Fatale e inarrestabile!» tuonò Ghert che adorava spaventare i visitatori del museo. Aveva iniziato ad allestirlo anni prima, in ricordo dei suoi concittadini topi spariti per sempre in uno splendido pomeriggio di sole.
La comitiva teneva i sensi allerta. Ondeggiava un po’ di qua e un po’ di là, pronta a fuggire al primo segnale di pericolo, agitata ancor più che dalla fama del paese, dalle parole e dal tono di Ghert.
Era l’unico che avesse vissuto quei tempi di straordinaria abbondanza e ricchezza per Hamelin. L’unico che potesse raccontare di tavolate ricolme di frutta e di formaggi, di feste sontuose e di vita beata. Di un tempo in cui pochissimi topi dovevano penare per guadagnarsi il pane. L’unico sopravvissuto. Il solo che poteva raccontare quel che veramente era accaduto quel tragico giorno.
«Se ci spostiamo più avanti possiamo vedere, conservata accuratamente in questa magica teca di vetro, una rarissima scultura gastronomica del famoso cuoco e chef Ratz. Una crosta di Parmigiano intagliata con scene di caccia. Sono riuscito a salvarla, strappandola ad un topo di campagna che voleva fare sciacallaggio. Grosso eh! Grosso il doppio di me! E affamato, signore e signori! Ma son stato più svelto.»
Li guidò lungo la galleria di sale che si snodava nel pezzo di tubatura di fogna, sede del museo, illustrando i cimeli raccolti durante la sua vita: «Ecco signore e signori! Ammirate la grande statua del re Cheese che Topolangelo scolpì nel rarissimo Parmigiano Reggiano Quaranta Mesi! Terminò la statua proprio il giorno prima dell’arrivo…. beh! Ve lo devo raccontare.»
Fece avanzare un altro po’ il gruppo, fin dove teneva una ciotolina d’acqua su un treppiede. Si accostò e bevve. Così poté osservare di soppiatto se la suspense tra il pubblico era al giusto livello.
«Un giorno arrivò uno strano uomo, altissimo e magro, le scarpe a punta, i pantaloni a scacchi rossi e bianchi, la camicia bianca dalle grandi maniche a sbuffo e il gilè di seta variopinta. Portava con sé la sua arma terribile. Il suo bastoncino magico, il suo potere su noi topi e non solo… La morte per tutta la mia gente.»
Come d’abitudine, Ghert si fermò e fece scendere una lacrima, impossibile da trattenere, in onore delle sue genti scomparse e per zittire anche i più recalcitranti. Il momento clou della visita doveva essere perfetto e, ormai, c’erano quasi.
«Scusate! Mi emoziono sempre al ricordo… Dunque dicevamo.» si schiarì la gola.
«L’uomo strano mi aveva in effetti incuriosito e lo avevo tenuto sotto stretta sorveglianza per tutto il giorno. Era entrato al municipio degli uomini come fosse casa sua, aveva parlato con il sindaco per un bel pezzo e poi era uscito a passeggiare e a guardarsi attorno. Me lo sentivo io, signore e signori, che la catastrofe si avvicinava! L’avevo annusato per bene quell’odore di uomo e avevo capito che era un portatore di guai, ma che ci volete fare? Chi dà retta ad un povero topo sordo? E ora se lor signori vogliono permettere.»
Il momento cruciale era arrivato. Ghert fece aprire il gruppo di topi, abilmente trascinato fin lì, in due ali e vi passò in mezzo, raggiunse il fondo della sala e fece scorrere una grande tenda che rivelò l’ultima teca della visita. Una teca molto, molto speciale.
Ghert tolse una chiave cesellata dal taschino e aprì la porticina appositamente costruita nella zona superiore e l’odore più terribile a memoria di topo uscì e si sparse sulla comitiva in attesa. Alcuni temerari si spinsero avanti per annusare il più possibile. A tutti corse un brivido lungo la schiena.
«Annusate signore e signore, vi prego, e vogliate ricordare questo odore in modo che possiate fuggire in fretta dovesse mai capitarvi di sentirlo di nuovo. Ho messo in questa teca il mio più prezioso tesoro. Quello che sentite è l’odore dell’Uomo Che Uccide con la sua strana bacchetta. Quel giorno nessuno si è salvato! Ho visto con questi miei occhi l’uomo avvicinare alla bocca la sua bacchetta e tutti i miei concittadini precipitarsi fuori dalle case. Trascinati a forza da qualcosa voluta dall’Uomo Che Uccide. Scappavano così com’erano, chi in pigiama, chi in abito da sera, alcuni addirittura in mutande e seguivano, invasati, gli occhi febbricitanti, quell’uomo assurdo dalle scarpe a punta. Tutti correvano appresso a lui e io li chiamavo e richiamavo: Josàt, Càlet, Mìre, Ros, Kam. Ma nessuno mi dava retta. Correvano, trascinati in qualche modo dall’Uomo Che Uccide. Si allontanarono dalla città e raggiunsero tutti la riva del fiume. L’uomo si fermò sempre tenendo la bacchetta tra le labbra. Già. Lui si fermò, ma tutti i topi di Hamelin si gettarono a capofitto nell’acqua scura del fiume e non risalì nessuno. Allora mi scagliai su di lui e provai a morderlo per fermare quella strage – con sprezzo del pericolo – lasciatemelo dire. Ma lui mi calciò via e persi conoscenza. Quando rinvenni, avevo questo pezzo dei suoi pantaloni tra i denti e solo io son rimasto a raccontare la storia incredibile della morte di una città!»
La comitiva era immobile, i sensi allerta, i musetti in aria a sentire ogni vibrazione, ogni variazione, ogni emissione.
Ghert richiuse la porticina della teca e fece girare la chiave che poi tolse dalla serratura e infilò nel taschino del panciotto demodè.
«Ecco, signore e signori, la storia terribile e spaventosa della mia cittadina. Ecco perché nessun topo vuole vivere ad Hamelin. Rimane solo da raccontare un fatto strano. Il giorno dopo l’Uomo Che Uccide andò di nuovo a parlare con il sindaco e probabilmente non ottenne quello che voleva perché si alterò e infuriato scese in strada. Portò ancora la bacchetta alla bocca e tutti i piccoli uomini del paese iniziarono a precipitarsi fuori dalle case e ad andargli dietro, esattamente come era successo ai miei concittadini. Lo seguirono fuori dal paese, sul sentiero che porta alla montagna. Le madri correvano cercando in ogni modo di trattenere i figli, che non le ascoltavano, che riuscivano a divincolarsi dalle loro braccia e a correre di nuovo, stregati, alle calcagna dell’Uomo Che Uccide. Alla fine, sul fianco della montagna, si aprì una porta, i cuccioli degli uomini entrarono. Poi la porta si richiuse di colpo e nessuno di loro tornò. Solo un bimbo zoppo non fece in tempo ad attraversare la porta della montagna e a lungo pianse per questo. Io e lui diventammo amici. Per forza! Gli unici due sopravvissuti!»
Ghert rimise a posto la tenda e nascose la teca. In silenzio guidò per la via breve la comitiva sgomenta fin nel grande atrio e iniziò le manovre di sganciamento.
« Eccoci di nuovo all’ingresso, signore e signori. Grazie per la visita! Un cenno di saluto sarà sufficiente. Sapete, sono sordo, io!»
La comitiva si allontanò turbata lungo il sentiero. Ogni tanto qualcuno si girava, si alzava sulle zampine posteriori, allungava il muso e Ghert ricambiava. Rimase sulla porta a scambiare segni di saluto finché la compagnia non sparì alla vista, poi si girò, rientrò nel suo museo. Salì nella sua stanza, dove lo attendeva la comoda poltrona sformata e un pezzo di Grana fresco.

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