Tiziano

melo


«C’è qualcuno che rimette in ordine la vecchia bottega del Lindo, stamattina?» chiese Bruno entrando al bar Centrale.
Non s’era accorto che dietro al bancone c’era Caterina, sorda a scelta o intermittenza, e quindi messa di corvée solo in casi estremi.
Caterina lo guardò e chiese: «Che stai dicendo, bel giovine?»
Bruno alzò e potenziò la voce, spiaciuto che il bar a quell’ora fosse così deserto e la notizia così succosa. Si limitò a sbraitare un: «Niente, niente, Caterina! Mi fai un caffè, per favore?»«Certo che te lo faccio il caffè, ma non gridare in quella maniera, che non è educato, sai?»
L’arzilla ottantaduenne magra e segaligna dagli occhi neri come l’inferno rimase un momento a fissare negli occhi Bruno, poi con movimenti svelti, anche se scricchiolanti d’artrite, si girò verso la macchina e iniziò a preparare il caffè. Bruno era contento, a Caterina riusciva proprio bene il caffè. Ci metteva il suo tempo e seguiva il suo ritmo, ma ne valeva la pena; sapeva proprio ingraziarsela quella Gaggia fiammante, discendente del primo brevetto del 1938!
Caterina iniziò a dire: «Ho visto anch’io che han tirato su la saracinesca della bottega del Lindo, sai? L’ho visto dalla finestra. Ma non l’ha fatto mica oggi per la prima volta. Ieri. Son sicura che c’è già stato ieri. Ho visto che sposta mucchi di roba vecchia nel giardino. E non è uno del paese, sicuro che non lo è. Qui da noi nessuno ha perso una gamba. I nostri han tutti perso la vita o son dispersi! Brutta bestia la guerra. Non so che ci voglia fare in quella bicocca. Però son riuscita a vedergli la faccia, mentre usciva da casa della Rosina. Tu lo sai, no?, che è da lei a pensione. Pare giovane e ha gli occhi chiari, forse verdi. Non come i nostri ragazzi, marrone e basta. Che combinerà mai quello lì?» finì pensosa.
Tacque di colpo, così come aveva iniziato e Bruno le ripeté lo scherzo di sempre: «Caterina! Miracolo! Mi hai sentito!»
Lei si girò, posò la chicchera fumante sul piattino e sistemò il cucchiaino di lato. Lentamente. Sorridendo con l’aria furba dei bimbi che sanno le marachelle che han combinato.
In fondo alla strada Ezio Verlasca, privato della gamba destra da una bomba nemica e fornito di stampelle sotto ascellari dall’esercito, aveva comprato l’abitazione cadente del Lindo, soprannome di Giuseppe Fagiano che, ovviamente, indicava quanto il povero Giuseppe fosse disordinato e impreciso, caotico e artistico, immaginifico e, nell’ultimo periodo, anche un po’ allucinato.
Comunque sia, Ezio Verlasca s’era comprato la sua casa, che aveva la bottega a piano terra, l’abitazione, si fa per dire, al primo piano e un grande giardino, in realtà più un deposito di materiali disparati.
Il Verlasca avrebbe potuto evitare di essere arruolato. Era nato bene, da famiglia con antenati possidenti. Era anche laureato in ingegneria alla facoltà di Torino e ben introdotto nel mondo degli affari dal padre. Prima che gli distruggessero la vita era riuscito anche a depositare un paio di brevetti. Poi aveva perso Francesca e il figlio Ennio durante un bombardamento.
Lui non c’era. Era in Svezia per affari. Aveva sentito alla radio che avevano bombardato la periferia di Torino. Era tornato il più in fretta possibile. Li aveva persi. Neppure i corpi gli avevano potuto dare.
Assieme a loro, aveva perso anche il senno, dicevano di lui nel suo entourage.
Era entrato in fanteria e quasi subito era quasi morto per evitare che un suo commilitone mettesse il piede sulla mina che non aveva visto. Ezio, con gesto maldestro lo aveva allontanato, si era lanciato lontano, ma era caduto troppo vicino. La bomba s’era attivata e lo aveva morso.
Inconscia volontà di suicidio? Non si era posto il problema.
Le cure della madre, alla fine, erano diventate soffocanti, i rimproveri del padre acidi e cattivi.
S’era ripreso quel tanto che bastava a raccattare quel che reputava gli spettasse e se n’era andato. Una gamba del pantalone arrotolata e fermata in alto, reduce della Patria sulle stampelle. Devastato, nel suo devastato Paese. Vagando qua e là nel 1949 per trovare una sistemazione, aveva provato un senso di pace nella proprietà del Lindo, su un poggio un po’ sopra il centro del paese, ma che dall’altro lato affacciava su un orrido profondo che atterrava in una pianura. Lontano, nelle giornate terse, s’intuiva il mare.
La sua personale strada lo aveva portato lì e a lui quel che guardava piaceva.
Velocemente s’eran sistemate le carte e la casa era diventata sua.
Momentaneamente aveva trovato sistemazione in paese dalla vedova Rosina, che gli affittava un letto e gli preparava pranzo e cena per duecentocinquanta lire al giorno. E gli faceva anche gli occhi dolci.
Si sa, la guerra aveva privato le donne di più di un milione di possibilità di maritarsi.
Ezio Verlasca si alzava presto, comprava il giornale e andava a bere il caffè al bar, altre cinquanta lire al giorno. I compaesani gli facevano i conti in tasca, lo osservavano e studiavano a distanza, lui così biondo e con gli occhi chiari che sembravano verdi.
Da loro, occhi così usavano poco.
E poi così triste e solo! Rosina raccontava in giro che a volte piangeva nel sonno!
Lui non si accorgeva quasi di loro, come di nessun altro, dopo la guerra e la morte di Francesca ed Ennio.
Scambiava cenni di saluto con la testa a chi glieli faceva, per educazione.
Zoppicava per il paese e raggiungeva la sua proprietà. Poche chiacchiere, molto lavoro. La fatica peggiore la fece per mettere ordine nel giardino pieno di pezzi di ferro, calcinacci, pietre e quant’altro il vecchio Lindo aveva raccattato. S’era fatto un punto d’onore di sistemare almeno il giardino tutto da solo.
Quando finì era riuscito a dividere i vari materiali in grosse casse di legno, costruite appositamente. L’aspetto adesso era molto diverso: ordinato, pulito e con un tavolo di ferro e due seggiole all’ombra del grande melo che cresceva in fondo al giardino, affacciato all’orrido.
Adesso che, bene o male sapeva quanto e quale materiale aveva in casa doveva decidersi a chiamare qualcuno per aiutarlo a ristrutturare la bottega e l’appartamento. Impresa troppo difficile per un uomo con una gamba sola. Soldi non ne aveva poi molti, ma a che altro potevano servirgli?
Una domenica mattina al bar, una domenica poco soleggiata, buttò la proposta nella calca: «Avrei bisogno di aiuto per finire di sistemare la casa. Conoscete qualcuno capace e onesto?»
«Dipende da che vuoi fare alla casa, la vuoi demolire?» fu la battuta dello spiritoso del gruppo che comunque strappò qualche risata.
Il segnale era stato lanciato e la gente del paese aveva imparato che di lui ci si poteva fidare. La Rosina era garante che pagava tutte le settima. Puntuale.
Ezio Verlasca ascoltò varie proposte, alcune più confuse di altre e alla fine decise di assumere un reduce che gli sembrava robusto e che si presentò dicendo: «So fare un po’ di tutto: muratore, carpentiere, anche un po’ l’elettricista. Studiato niente, però. Sono onesto e ho famiglia numerosa.» parlava stringendo tra le dita il berretto e aggiunse con un garbato sorriso: «Soprattutto son capace di star zitto e di fare quel che vuole lei senza discutere.»
A Ezio piacque la sua faccia: «Come ti chiami?»
«Tommaso Guglielmi, Signore»
«Io sono Ezio Verlasca. Lascia stare il signore e chiamami Ezio. Per me va bene, se vuoi lavorare passa da me domani mattina. Che ci metteremo d’accordo.»
«Accetto di corsa e la ringrazio. Ci vediamo domani mattina. Alle sei?»
«No, no! Alle sette e mezza. Meglio alle sette e mezza. Alla bottega. Così facciamo un piano e discutiamo il compenso. E dammi del tu.»
Scegliere Tommaso risultò veramente una fortuna per il Verlasca, che lo tenne a lavorare per moltissimi anni. Quella domenica si strinsero la mano con intenzione guardandosi in faccia, come avessero sottoscritto quel contratto che, in realtà, non siglarono mai.
Quando Tommaso Guglielmi fu uscito dal bar, tutti si fecero attorno al signor Verlasca per chiacchierare, per saperne di più e magari per accettare qualche altra proposta che promettesse denaro, merce rara di quei tempi. Bisognava approfittare di un tipo che pareva così ben disposto a spendere.
Dalla cucina di casa, subito dietro l’alzata con le bottiglie del bar, Caterina aspettò e quando la folla attorno ad Ezio si fu diradata si sedette al suo tavolo. Avvicinò la sedia e si chinò in avanti. Bisbigliando gli disse: «Sei un tipo di buon cuore, sai? Quello ha sette figli e tre mogli da sfamare!»
Ezio non era curioso dei fatti altrui, ma Caterina riusciva sempre a stuzzicare i pettegolezzi, un’artista era. Fu costretto a chiederle: «In che senso, tre mogli?»
«Non son tutte sue!» esclamò contenta di averlo attirato in trappola, dandogli un buffetto sul braccio con il dorso della mano destra, e continuando: «Lui ha una moglie e due figli, ma deve mantenere anche la moglie del fratello più vecchio, disperso di guerra, che ha tre figli e la moglie del fratello più giovane, morto in combattimento, che ha due marmocchi.»
«Che vita tragica!» fu l’unico commento che uscì ad Ezio.
«Sì» rispose Caterina che si era avvicinata un altro po’ «come quella di tanti altri in paese, no?» tentando una seduzione alla confidenza, sorridendo con la dentatura spezzettata in primo piano.
Ezio sorrise a sua volta, ma glissò: «Anch’io devo andare. La signora Rosina mi aspetta.»
Caterina imbronciata e frustrata nella sua curiosità, non sentì.
La mattina appresso Ezio iniziò il suo nuovo rituale mattutino. Comprò il giornale, andò al bar per il caffè e salutò, ascoltò, s’informò. Poi si diresse verso la bottega e incontrò Tommaso e insieme andarono ad aprire. Lavorarono soprattutto in silenzio, a volte vicini, a volte uno di qua e uno di là. A quel ritmo, in pochi giorni la bottega fu lustra e Ezio poté attaccare sopra la porta la bella insegna colorata con al centro la scritta elegante: Ripariamo tutto.
I paesani un po’ sorpresi ci rimasero, a dir la verità, ma furono contenti di avere a portata di mano qualcuno che potesse aggiustare il rasoio elettrico, la lavatrice, l’asciugacapelli …
Il tran tran quotidiano lenisce molte ferite. Aveva reso accettabili quelle del Paese. Rimarginò un poco quelle di Tommaso che, comunque, non rinunciò mai a sperare in un ritorno del fratello disperso. Rese tollerabile, seppure con graffiate di profonda sofferenza, la vita di Ezio.
Ezio Verlasca e Tommaso Guglielmi affrontarono, da ultimo, la sistemazione dell’appartamento. Durò tutta quell’estate, ma ne valse la pena. Alla fine Ezio ebbe la sua casa. Rosina la puliva da cima a fondo due volte la settimana e cucinava volentieri per lui.
Ezio però stava diventando piuttosto indipendente.
Vita quieta, dopo le macerie, le voragini nella terra, le perdite.
Ezio appoggiava le stampelle al bancone, al centro della bottega, si sedeva su uno sgabello alto che si era costruito su misura e si immergeva nel lavoro.
Si estraniava proprio e sobbalzò un po’ sentendo un «Ciao.»
La voce era quella di un bimbo e per un secondo pensò di aver perso il senno per davvero, pensò di aver sentito la voce di Ennio, ma quella continuò: «È vero che anche tu hai gli occhi azzurri come i miei?»
La voce proveniva dall’altra parte del banco.
«Come faccio a saperlo, se non ti vedo?»
Fruscii, poi Ezio vide spuntare alla sua destra un cespuglio di ricci biondi arruffati e una strisciolina di pelle lattea.
«Coraggio, vieni fuori di lì. Non li vedo ancora, i tuoi occhi. Vedo solo i tuoi capelli. Quelli sono biondi e sono solo un po’ più chiari dei miei.»
Il bimbo rimase mezzo nascosto ancora un poco, poi lentamente fece sbucare gli occhi.
Ezio sorrideva.
Occhi azzurri. Di quell’azzurro aveva visto solo il cielo in montagna quando c’era stato con Francesca. Il ricordo gli strappò una smorfia. Il bimbo ne se accorse e si nascose del tutto.
Ezio gli disse: «Non scappare. Non è stata colpa tua. È la gamba, a volte mi fa male. Ci sei ancora?»
«Sì. Davvero è stata la gamba?»
«Davvero. Mi ha dato una fitta.»
«Come un calcio?»
«Proprio come un calcio. Bravo.»
Rimasero in silenzio. Il bambino nascosto da qualche parte dietro al bancone, Ezio intento a riparare un ferro da stiro conciato male.
«Come ti chiami?»
«Tiziano.»
«Perché mi hai chiesto degli occhi?»
«Così.»
«Così, perché?»
«Perché i miei compagni mi prendono in giro. Mi dicono che non sono normale perché loro hanno tutti gli occhi scuri e quello è essere normali. Mi hanno detto che tu hai gli occhi come i miei, allora son venuto a vedere se anche tu non sei normale. E infatti non lo sei. Hai una gamba sola. Ma io ce le ho tutte e due e anche le braccia. Però è vero anche te hai gli occhi fatti d’acqua.»
«Gli occhi fatti d’acqua? E chi te l’ha detta questa?»
«Nonna Caterina.»
«Ah, allora sei nipote di Caterina, la signora del bar?»
«Non lo so cosa vuoi dire. Io la chiamo nonna e lei non dice niente. Mi ha detto che funziona così, che se tu chiedi e nessuno dice niente, allora è sì.»
«Ho capito. I tuoi occhi li ho visti per poco, ma non mi sembrano del mio stesso colore. Io ho gli occhi chiari è vero, ma son fatti d’acqua verde. Mentre i tuoi son fatti d’acqua azzurra.»
«Meno male. Allora sono normale! Non come dice Guido. Non sono uguale a te.»
«Vero. Sei normale.» dichiarò solennemente Ezio.
Di nuovo rimasero in pausa silenzio piuttosto a lungo.
Poi Ezio domandò: «Dimmi un po’, occhi azzurri, dove abiti?»
«Con chi stai parlando, Ezio?» chiese Tommaso rientrando proprio in quel momento, dopo aver aggiustato la lavatrice della signora Ferrioli, moglie dell’avvocato.
«C’era un bimbo qui, poco fa» spiegò Ezio «e mi raccontava che io e lui abbiamo gli occhi fatti d’acqua.»
«Sì, è Tiziano, un orfanello. La madre era una brava ragazza del paese che s’è innamorata di un soldato tedesco e s’è fatta mettere incinta. Il tedesco non s’è più visto. Lei è morta di parto e la famiglia non ha voluto il suo “bastardo”. Così l’han definito. Tiziano è stato accolto tra gli orfani di Caterina e gli è andata bene, poveraccio. L’ho trovato spesso a ficcanasare qua intorno e gli ho detto di girare al largo. Avrà si e no quattro anni, quattro anni e mezzo. È pericoloso per lui.»
«Beh, non cacciarlo più da adesso in poi!» gli ordinò Ezio.
Tommaso sorpreso, Ezio non gli aveva mai parlato con quel tono, gli rispose un «Va bene, va bene.» e uscì a cercare pezzi di ferro lunghi e piatti per terminare una riparazione lasciata a metà.
Tiziano tornò spesso e smise di rimanere nascosto dietro al bancone. Seguiva il lavoro dei due uomini incantato. Chiacchierava delle cose di bimbi e a Tommaso sembrava d’essere in compagnia di uno dei suoi. A Ezio, qualche volta, d’esser vicino al suo Ennio cresciuto.
Capitava anche che facessero così tardi che Ezio telefonava al bar e faceva avvertire Caterina che il piccolo dormiva da lui.
Gli aveva fabbricato un letto e lo aveva messo nella seconda camera dell’appartamento, che stava vicino al bagno.
Quelle sere Ezio preparava caffelatte e pane. Mangiavano scherzando o facendo discorsi seri che riguardavano le curiosità di Tiziano per il mondo. Il piccolo, alla fine, si infilava sotto le coperte e Ezio gli leggeva un articolo del giornale o gli raccontava una storia di quelle che sua madre aveva raccontato a lui. Titino, così era soprannominato in bottega, si addormentava tranquillo.
Ezio guardava incuriosito il suo modo così gustoso di assaporare il sonno con, a volte, la bocca che sembrava succhiare, come fosse ancora attaccato al seno della sua mamma.
Ezio allora si alzava con attenzione, per non fare rumore, poggiando piano piano le stampelle e atterrando sulla punta del piede. Spegneva la luce e andava a dormire quasi rasserenato.
Quando Tiziano dormiva in casa, Ezio non aveva incubi.
Un sabato mattina Tiziano arrivò di corsa. Nel modo tutto buffo e infantile di correre pieni di gioia: la pancia in avanti, la testa inclinata in dietro, le braccia piegate, i piedi un po’ trascinati e la bocca che emette la riproduzione del rumore di un trattore.
«Guarda! Guarda cos’ho trovato!» esclamò allegro come una giornata di sole a primavera.
Frugò nella tasca dei calzoncini troppo grandi per lui e tenuti su con un pezzo di corda annodata, e tirò fuori il suo tesoro presentandolo a Ezio sui due palmi tesi.
Un soldatino di piombo, di quelli di una volta, tutto sporco e con il colore quasi del tutto perduto.
Ansimava e fissava Ezio che dovette gratificarlo per forza: «Bello. Molto bello. Dove lo hai trovato?»
«Giù, vicino al fiume.»
«Lo sai che è pericoloso giocare vicino al fiume da soli?»
«Lo so, ma non dire le cose di nonna Caterina! Guarda: è un soldatino e è mio adesso! Ma è tutto brutto! Voglio colorarlo, come fai tu, con le cose che aggiusti.»
«Beh, è un po’ difficile…»
«Dai, dai. Ti prego, ti prego!» gridò Tiziano battendo i piedi per terra dalla frustrazione: «Ti ho guardato sempre. Ho visto che prendevi il pennello e lo mettevi nel barattolo e prendevi il colore e…»
«Titino, calmati! Va bene, come vuoi tu. Ma prima dobbiamo prepararlo, no?»
«Ah, sì!»
«Vieni che ti spiego e ti faccio vedere.»
Prese Tiziano e lo fece sedere sul bancone vicino a lui. Il piccolo fremeva, emozionato, si agitava e non taceva un momento.
Ezio si allungò e prese un pezzo di carta vetrata, che spezzò in due e ne passò una parte a Tiziano, tanto per farlo stare un po’ fermo.
«Vedi? Prima dobbiamo togliere tutto il colore vecchio e lo sporco. Vedi? Così. Guarda come diventa tutto pulito.»
«Sì, tutto pulito, ho capito. Faccio io. Faccio io!»
«Bene allora. Fammi vedere cosa sai fare.»
Le piccole dita di Titino combatterono con la carta ruvida, ma poco a poco presero il ritmo e ben presto tutto il soldatino fu pulito.
Allora iniziò la parte divertente!
Ezio lo abbracciò alla vita e Titino poggiò la testa sulla sua spalla sinistra. Seguì attentamente i movimenti delle mani di Ezio che gli mostravano come dipingere bene.
«Non devi avere fretta. Vedi? Prendi il pennello, lo intingi. Di poco, altrimenti si sporca tutto il bastondino. Poi passi la punta sul bordo del barattolo, così. E poi, quando non ci sono più gocce, porti il pennello sopra il soldatino e stendi il colore. Qua, dammi la mano che proviamo assieme. Così, bene. Stendi adagio. Bravo. Vuoi provare da solo?»
«Sì, faccio io. Ma c’è solo il colore rosso per la giubba e il blu per i pantaloni?»
«Lo prendo io, non preoccuparti.»
L’abbraccio si sciolse.
Lavorarono assieme a tratti per tutta la giornata, lasciando asciugare le varie mani di vernice e costruendo anche un fucile di legno, colorato, poi, di nero, perché doveva sembrare di metallo.
A sera, misero il capolavoro al centro del bancone sopra un pezzo di giornale vecchio in modo che asciugasse perfettamente.
Il mattino dopo, Ezio scese dall’appartamento per andare a prendere il giornale e si fermò di botto.
Accanto al soldatino, sul bancone, dormiva Tiziano.
Gli si avvicinò e lo scosse leggermente: «Titino che fai qui?»
Il bimbo si stiracchiò apri gli occhi gonfi di sonno e non del tutto sveglio disse: «Ho fatto la guardia alla vernice, che doveva asciugare bene.»
Si stropicciò gli occhi con i pugni chiusi mentre Ezio gli chiedeva: «Nonna sa che sei qui?»
«Sì, lo sa.»
«Vieni che ti scaldo il latte.»
«Posso portare anche il soldatino?»
«Certo, portalo.»
«Grazie, papà…?»
Ezio si voltò di scatto, Tiziano era sveglissimo e aveva la domanda egli occhi.
Sorrise e non disse nulla.
Anche Tiziano sorrise: «Non hai detto: no!»
«Vero, non ho detto di no.»
«E allora sei mio papà! È come dice nonna Caterina: se non si dice no, è come dire sì!»
Saltò giù dal bancone e dichiarò: «Papà, ho fame.» e corse di sopra, il soldatino ben stretto nella manina sinistra, a sedersi nella sua sedia con rialzo e ad aspettare che Ezio salisse a scaldargli il latte.

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