Viaggio di ritorno

Viaggio di ritorno

Correva veloce perché l’autostrada la conosceva bene, dopo mille viaggi fatti per tornare a casa o andare a casa.
L’auto ronfava tranquilla abituata e rodata a percorrere quel tragitto.
Sole alto e cielo sereno nel primo pomeriggio primaverile, peccato fosse saltata l’autoradio, schiantata per raggiunti limiti d’età.
Guidava più concentrata, però. In genere, perché quel pomeriggio continuava a distrarsi.
Troppo poco sonno ultimamente, troppe preoccupazioni, problemi, pensieri e tanta, tantissima voglia di tornare a casa per stendere la stanchezza sul divano, magari distraendosi guardando un film o, meglio, leggendo un libro.
Correva veloce, troppo veloce, per un’auto vecchia come quella, ma casa era così vicina!
Sentiva già l’aria farsi più umida, il caldo più intenso, vedeva il colore del cielo sbiadirsi nel biancore dell’afa.
L’autostrada era libera, non c’erano altri automezzi né altri viaggiatori, a quell’ora.
Correva veloce, indubbiamente troppo veloce.
Pensando ad altro, distraendosi, desiderando d’essere altrove, volendo un’esistenza diversa.
Non aveva mangiato, anche quello contribuiva ad aumentare la stanchezza, ma voleva correre a casa.
In effetti lo stava facendo. Correva verso casa, troppo stanca e assonnata, troppo rilassata per l’abitudine a quella strada.
Perse la consapevolezza del momento presente e per una manciata di secondi fu assente.
Quando la testa focalizzò di nuovo il mondo reale, la paura la fece scattare e realizzò all’improvviso di avere davanti un muro di fanalini rossi, rossi. Inchiodò, o almeno, ci provò.
L’auto cercò di obbedire e di frenare la corsa, ma con risultati poco apprezzabili perché continuò ad avanzare veloce verso il muro di fanalini.
Lei pigiò ancora di più il freno. L’auto sbandò un pelo, di qua e di là. ABS sobbalzò e produsse un rumore strano, che non le era familiare. Le gomme fischiarono. Ma non riuscì a rallentare abbastanza.
Le auto davanti a lei, improvvisamente così tante, procedevano lente perché qualcosa bloccava il flusso.
Lei non vedeva cosa.
Controllò lo specchietto.
Macchine ingolfavano tutte le corsie. Tutto lo spazio era occupato.
Davanti a lei gli ostacoli si avvicinavano in fretta.
Si preparò all’impatto, o meglio il suo cervello formulò questo pensiero, ma lei non comprese bene cosa volesse dire. Con ogni probabilità aveva visto troppi film d’azione dove, nei momenti critici, c’era sempre qualcuno che si preparava all’impatto. Lo fece anche lei. Qualunque cosa volesse dire.
Fece correre la destra verso la leva del freno a mano ed esitò un momento, incerta sulle reazioni della macchina. Cos’avrebbe fatto Rossa Fuoco, così aveva chiamato la sua auto, con una sollecitazione così potente? Non lo sapeva. Esitò ancora.
E vide cosa bloccava il flusso.
Un’auto azzurro metallizzato, di piccole dimensioni, era di traverso, ferma in mezzo alla terza corsia, quella più a sinistra. Auto abbandonata, nessuno a bordo.
La corsia di centro, quella che stava percorrendo lei, era piena delle auto che l’avevano schivata e viaggiavano a rilento mentre gli autisti osservavano la scena e chiamavano i soccorsi con i cellulari.
Un po’ più avanti, la prima corsia, quella più a destra, era occupata da una coppia di anziani che stava attraversando, a piedi.
Lei non si soffermò a guardarli, capì, però, che dovevano essere gli occupanti dell’auto di traverso che erano scesi e stavano cercando di allontanarsi il più possibile dal pericolo, creandone una serie infinita d’altri. Capì che erano anziani perché lui porgeva il braccio in modo signorile e distinto e lei poggiava appena e con grazia le dita sull’avambraccio che l’uomo le offriva.
Camminavano lenti.
Riportò lo sguardo davanti a lei.
L’auto che la precedeva era quasi ferma, lei, con tutto il suo peso sul pedale del freno, filava ad ottanta. Impatto inevitabile, dunque.
Ricontrollò: corsia a sinistra, coda di macchine praticamente ferme e auto di traverso; corsia centrale, la sua, auto quasi ferme e lei sparata come una freccia; corsia di destra vecchietti che attraversavano.
No!
Di colpo si accorse che la coppia aveva raggiunto il ciglio e notò, con la coda dell’occhio, un’auto nella scarpata, forse.
Vide che nella corsia di destra si era formato uno spazio, minimo, ma libero.
Controllò lo specchietto: un’auto avanzava su quella corsia, guidata da una giovane donna, prudente e attenta, che sicuramente procedeva a velocità inferiore alla sua.
Senza pensarci un altro secondo, accelerò e si spostò sulla destra.
Si raggomitolò. Come al cinema 3D sentiva rimbombare le orecchie per il rumore delle lamiere strusciate contro quelle di altre auto, sentiva stridere il metallo contro il metallo, provava già il dolore dell’impatto e il rammarico di non averlo evitato con un po’ più di concentrazione e attenzione.
Si preparò definitivamente a tutto e chiuse gli occhi.
La donna dietro a lei protestò suonando per l’invasione della carreggiata.
Poi, silenzio.
Lei aprì gli occhi.
Correva veloce sull’autostrada vuota.
Lontano, nello specchietto, i fari dell’auto che l’aveva schivata per un pelo.
Un brivido le percorse la schiena, ma era proprio vicina, vicina a casa.

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