A che ora?

A che ora?

Le onde gelate le carezzavano i piedi.
Mare d’inverno. Ce l’aveva davanti, ma non lo vedeva e non lo sentiva. I suoi piedi però s’erano ghiacciati. Lo sguardo le si perdeva nell’orizzonte pieno di niente mentre il sole freddo tentava di avvicinarsi alla terra.
I piedi saldi nella sabbia, le braccia lungo i fianchi, le spalle curve a impedire un respiro lungo e profondo, piegata dallo sconforto, legata da un sottile filo all’acqua madre.
Non ricordava con chiarezza. S’era allontanata, piena d’ansia e di paura ed era fuggita via. Nel posteggio dell’ospedale era salita in auto e aveva guidato lasciando le lacrime sul viso. Gesti automatici: cambio, freno, freccia; concentrata sull’eco di ciò che il medico le aveva detto, con sincero rammarico, al primo controllo semestrale: «Mi spiace. Non siamo riusciti ad operare in tempo… Metastasi… Due o tre mesi…»
Viaggiava con una certa lentezza, d’abitudine prudente.
Strade, marciapiedi e costruzioni passavano accanto a lei. Auto, persone che camminavano, bambini in carrozzina, gente in bicicletta, vecchietti. Alberi, arbusti e cespugli. Scorreva veloce la vita e lei lasciava andare l’auto volendo solo che il dolore e la paura si attenuassero. Paesi e paesi si alternavano di lato. Finché, girovagando, non arrivò al mare.
Parcheggiò e scese, si tolse le scarpe e i calzini di lana, che tenne in mano. Prese senza pensare la borsa dal sedile davanti, ma dimenticò il cappotto, e chiuse l’auto. Attraversò senza guardare, cieca e sorda. S’incamminò sulla spiaggia fredda che cedeva carezzandole le piante. Sentiva il mare. La risacca. Soffiare il vento.
Scavalcò un ramo lungo e nodoso, calpestò conchiglie, evitò alghe e bottiglie di plastica vuote.
Raggiunse la battigia compatta dove il mare andava e veniva con lo scroscio cadenzato e ritmico dei giorni buoni e lenti.
E rimase a farsi gelare i piedi e a guardare l’orizzonte.
Il cellulare suonò. Lei non ebbe la forza di preoccuparsene.
Le onde, la sabbia.
Chiuse gli occhi. Il cuore batteva. Fece cadere le scarpe, i calzini e la borsa. Entrò un po’ più nel mare e il gelo le addentò le caviglie. Poteva camminare così fino alla fine. E far vincere il freddo. Con la testa piena di nebbia che non permetteva ai pensieri di circolare, non le importava di nulla. Andò avanti ancora un po’ sempre ad occhi chiusi.
Sentì i pantaloni che s’impregnavano e la paura frenare di poco il batticuore. Come se, procedendo di sua volontà verso l’ineluttabile, potesse trovare sollievo. Si sentiva in equilibrio precario, le cosce che faticavano a spingere l’acqua per avanzare, i piedi ormai insensibili.
Il mare divenne alto. Le onde le raggiungevano il collo. Poteva lasciarsi andare, cullata e abbracciata.
Ma aprì gli occhi.
Una vela lontana, il riflesso del sole sull’acqua. Il suono attutito del cellulare che chiamava dalla riva. S’immaginò il volto di lui, così lontano, segnato dalla tensione e dalla preoccupazione perché lei non rispondeva.
Il freddo la rese consapevole d’essere immersa nel mare. Sentì tutto il corpo freddissimo e questo la fece risvegliare un po’. Iniziò, con prudenza, a camminare all’indietro tenendo negli occhi il riverbero del sole e la vela all’orizzonte. La sabbia cedeva improvvisa, le sembrava di cadere e allargò le braccia. L’acqua a grado a grado la sentiva più calda mentre il vento la sferzava e le faceva battere i denti.
Indietreggiava con lentezza e con precauzione e si trovò di nuovo a terra, tremando convulsamente per il freddo e per lo shock d’essersi resa conto di quel che stava facendo.
Rimase immobile per qualche minuto poi raccolse le sue cose e voltò le spalle al mare, camminò guardando a terra, consapevole della fatica di dover andare.
Alla macchina, cercò le chiavi nella borsa, aprì lo sportello dell’auto e prese il cappotto. Andò al portabagagli, che aprì. Guardò lungo la strada nelle varie direzioni e non vide nessuno.
Velocemente si tolse tutti gli indumenti bagnati, buttandoli alla rinfusa e indossò il cappotto. Strinse forte la lana addosso perché non era riuscita ad infilare i bottoni nelle asole, tremava troppo. Prese uno straccio vecchio e si asciugò alla meglio i piedi, togliendo i residui di sabbia. Si mise un paio di scarpe da ginnastica logore che lasciava apposta nel bagagliaio in caso d’emergenza Ci mise un’eternità, anche se il tremore era meno violento.
Chiuse il portabagagli, salì in auto e accese il riscaldamento al massimo.
Ciocche mezze bagnate le si appiccicarono al collo, infastidendola. Le spostò indietro, tirandole fuori dal colletto con il taglio della mano tesa.
Appoggiò la testa all’indietro, lasciò che la stanchezza d’aver deciso di salvarsi la vita le scorresse addosso e che tutto il corpo la assorbisse.
S’impedì di pensare, concentrandosi sulle parole di una preghiera che recitava da bambina, piena di angeli e figure amorevoli che soccorrevano e sostenevano e amavano.
Il suo corpo iniziò a scaldarsi, i piedi le formicolavano anche se li governava bene, ma si sentiva a disagio senza vestiti e tutta umidiccia. Non vedeva l’ora di rientrare a casa.
Quando smise di tremare, si allacciò le scarpe, accese il motore e si avviò continuando a ripetere a voce alta le parole della priegherina, mentre si descriveva mentalmente ciò che rappresentavano.
Guidava piano, a memoria, non ancora del tutto cosciente.
All’incrocio girò a destra e prese il lungo viale del centro paese, vuoto e desolato. Arrivò alla grande rotonda e iniziò la manovra per imboccare la tangenziale che l’avrebbe portata a casa, permettendole di riordinarsi e di fare ordine dentro di sé. Andava piano e non lo vide arrivare.
Il camionista non s’accorse della piccola auto blu e invase l’incrocio a velocità sostenuta.
L’investì in pieno senza frenare.
Lei non poté accorgersi di non avere più freddo.

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