M’abbracci?

abbraccio all'albero

Correva a perdifiato nel bosco, respirando corto e breve. Fuori forma, faceva fatica.
Solo quand’era piccola aveva corso così, nel bosco fitto, piangendo per un dolore che sentiva insopportabile.
A quarantacinque anni non aveva più l’energia dei sei. All’epoca avrebbe anche potuto gridare, correndo. Come le era capitato quando le avevano rubato la bicicletta. Si era sentita così impotente di fronte a quell’ingiustizia! Non poteva fare nulla per rimediare e aveva potuto solo correre piangendo e gridando nel bosco.
Oggi correva piangendo perché suo marito era uscito dalla sua vita e da quella dei loro figli, a metà, perché aveva trovato una ragazzina, che assomigliava in modo impressionante a come lei era da giovane!
Di certo non poteva tornare indietro nel tempo per accontentarlo e ancora una volta il senso d’impotenza era soffocante.
Correva da un po’, lasciando uscire una nuvoletta di calore ad ogni espirazione e cominciava a sentire la stanchezza.
Si fermò e si ricordò dell’albero tesoro, il suo miglior amico da bambina.
Più o meno, doveva trovarsi da quelle parti, ma chissà se sarebbe riuscita a trovarlo? E a riconoscerlo, dopo tanto tempo?
Non avrebbe dovuto essere difficile. Qualche idiota aveva inciso sul tronco un cuore con due nomi racchiusi all’interno: Luca e Lucia.
Il sentiero s’allargò in una radura piccola e raccolta, come una cappella. Il suo albero era poco distante, lì a destra.
A terra scorse un tracciato che si snodava dalla radura verso il folto del bosco, meno calcato di un sentiero, vi s’incamminò. Il pensiero di suo marito e di quello che le aveva fatto era attaccato al suo collo e si faceva trascinare come un lungo strascico di velluto bagnato di pioggia. Non l’abbandonava mai.
Aveva fiducia in suo marito. Non lo credeva capace di scelte tanto radicali e tanto dolorose per lei. Pensava che le volesse bene, pensava.
Tradita, mollata e completamente in crisi. Non riusciva più a sostenere le sue giornate programmate al secondo, a gestire gli impegni che prima nemmeno le pesavano. E la famiglia s’era sfaldata senza più lei a tenere assieme tutti i fili, a gestire tutti gli istanti.
A pezzi, un mondo a pezzi.
Aveva assolutamente dovuto allontanarsi. Per riprendere fiato. Recuperare le forze. Capire se stessa, metabolizzare il lutto del suo matrimonio e trovare un nuovo equilibrio. Per continuare, senza di lui, con i loro figli e il lavoro.
Le sembrava di non aver fatto neppure un passo avanti verso il riequilibrio, di avere tempi di reazione troppo lunghi per i suoi figli e il suo capo. Aveva passato una settimana a ciondolare qua e là senza meta in quel paesaggio così familiare e così diverso da come lo ricordava. Chiacchierava con tutti quelli che incontrava e alla fine riconosceva le persone che erano state, quando lei aveva sei anni. Le sembrava di perdere tempo, ma in fondo era lì per darsi tempo, no?
Non era ancora cambiato nulla e non vedeva soluzioni alternative. Avrebbe potuto decidere di fare mille altre cose.
Le sue amiche le avevano dato ognuna una soluzione differente: vai a parlare con uno psicologo, vai in un’abbazia e fatti curare dalla fede, diventa buddista. Teorie, filosofie e religioni. Perché funzionino bisogna avere la forza della fede, che lei non aveva.
S’era ricordata di quel paesetto dove aveva abitato con i genitori da piccola. Se n’erano andati da lì che lei aveva appena cominciato la seconda elementare.
Le era sembrato un rifugio sicuro. Davvero sicuro. Un rifugio dove, se avesse voluto, avrebbe trovato la compagnia degli altri, altrimenti avrebbe potuto passare le giornate nella solitudine dei boschi.
Eccolo lì, lo riconobbe! Esattamente lui! Con il tronco scalfito e rovinato per sempre dal cuore con Luca e Lucia, che una volta le sembrava molto più in alto. Era cresciuta lei e i rami più bassi dell’albero erano più lunghi. L’albero, nel suo insieme, era diventato altissimo e arrivava al cielo.
Si avvicinò e le sembrò di nuovo di sentire quel pizzicore di bimba che incontra un amico, un amico vero.
Andò ancora più vicino, spostando delicatamente i rami bassi, aderì al tronco e lo abbracciò stringendo.
Ne sentì la profonda e sicura compattezza, la superficie rugosa della corteccia permetteva alle sua dita di trovare sempre un appiglio a cui aggrapparsi.
Sentì il tronco a contatto con la cassa toracica attraverso i vestiti e poggiò la guancia destra a quella ruvida dell’albero. Rimase ferma, chiuse gli occhi, ascoltò e respirò.
Non si rese conto del tempo che trascorse aggrappata all’albero muto sentendo i suoi rami che le premevano la schiena come lunghe braccia rigide di un nonno un po’ impacciato.
Gli raccontò la storia, stavolta senza scostarsi dalla pura verità. Quasi sottovoce, piangendo, ma non gridando.
Raccontò ogni aspetto, ogni ferita di quel cambiamento.
Addosso sentiva il pacifico sostegno del tronco e cambiò la posizione della faccia più volte per far uscire meglio la storia e per poggiarsi e integrarsi meglio all’albero.
E poi, così, all’improvviso si mise a ridere.
A ridere di se stessa che aggrappata ad un albero piangeva il suo racconto e macchiava di lacrime la corteccia scalfita del tronco. Rise per la sua bambinaggine, ma anche per il senso di liberazione che quella risata le aveva portato. Si girò, il viso al vento, e si sedette con la schiena incollata al povero albero. Aveva freddo così, e si tirò su il bavero della giacca.
Le lacrime s’erano ghiacciate e le prudevano le guance, ma lei cominciava a capire che stava passando. Che avrebbe potuto riorganizzare e sistemare di nuovo ogni cosa.
Primo passo: rientrare a casa e abbracciare i suoi figli, i suoi genitori e le sue amiche. Dal potere dell’abbraccio passare al potere delle risorse infinite del suo cervello, bloccato per un po’ dal dolore.
Si alzò. Si girò e ritrovò lo spazio tra i rami per dare un nuovo abbraccio all’albero. Strinse forte forte per un altro attimo e trovò ancora appigli che prima non aveva sentito.
Si staccò e si allontanò sul sentiero per tornare a casa. Guardare le cose dall’albero le aveva ridimensionate nel possibile e il mantello di velluto bagnato che ancora le pendeva al collo le parve più leggero.

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