Il mio amico immaginario

vento (1)

Il vento mi è sempre piaciuto.
Oggi, a tratti, è forte.
Prima sibila lento, e nelle raffiche lunghe trascina pigramente foglie gialle e rosse d’autunno, una lattina, pezzi di carta, un foglio di un giornale che sbraita della crisi e dell’ingente debito pubblico, manciate di polvere a forma di onde schiumose che, un minuto dopo, sprofondano nell’asfalto bagnato.
Poi, all’improvviso, fischia forte e avanza veloce, un po’ invasato. Piega le chiome degli alberi, le spinge giù, con forza, verso la terra, alza le gonne e i lembi delle giacche, spettina acconciature preparate per un nuovo colloquio di lavoro e tagli adolescenziali che lo sfidano imberbi, mentre fa volare verso l’alto nuvole di sporco che dissolve con colpi energici lungo le sue rotte come un volonteroso spazzino indispettito e arrabbiato quando nessuno si corda di lui per la mancia di Natale.
Da piccola mi piaceva giocarci. Stavo in piedi ferma con le braccia spalancate, la bocca aperta per sentirlo scendere fin nello stomaco, le guance irritate e gli occhi rossi. Ho nostalgia della capacità di farmi abbracciare e di farmi sostenere come un aliante bianco nel cielo.
Mi lasciavo andare incosciente e certa del sua forza, china in avanti, in volo, finché sentivo l’energia della raffica calare e, appena in tempo, mi rimettevo in equilibrio. Chiudevo la bocca con le guance gonfie intrappolando il sapore trasparente e freddo del vento del Nord.
A volte remava contro, piantato e inflessibile come un nocchiero cocciuto e forzuto che conosce la rotta, o un soldato di frontiera che mai può permettere l’accesso al nemico. Violento, caparbio e ostile. Allora mi voltavo di schiena, la cartella con il sussidiario e i quaderni, quelli piccoli, con l’astuccio per le matite colorate e la cannuccia con il pennino, a fare da scudo, le mani ghiacciate sotto le ascelle perché odiavo portare i guanti.
In barba a lui, avanzavo a ritroso e sorretta, abbracciata, accompagnata, coccolata e vittoriosa rientravo a casa. Lui mi inseguiva imperterrito, mi rincorreva sui gradini, fin sul portone, trascinando rimasugli di giornate secche e limpide, una pagina di giornale che gridava di austerity e dell’enormità del debito pubblico, rametti spezzati e rubati dalle cime degli alberi, carte di caramelle colorate, bianche e rosse, sfuggite a qualche compagno più veloce di me. Un’ultimo volteggiare mentre aprivo il portoncino.
Dentro, il calore riparato dell’androne buio, la calma piatta e polverosa dell’aria, il rumore del mio respiro. Mi sentivo sola all’improvviso. Finché non mi accorgevo del sibilare leggero contro le finestre e, una volta a casa, dell’eco del fischio rallentato nel camino.

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