Vuoi Ballare?

vuoi ballare

«Ciao! Che ci fai qui?» chiese il ragazzo avanzando, a mezzanotte, nello stanzone bianco, asettico e dalla parete di fondo dipinta in azzurro e verde. Disegnata con grandi fiori colorati dagli occhi e dalle bocche sorridenti. Che non lenivano il disagio nello sguardo della piccola ragazza sulla sedia a rotelle, come si accorse quando la guardò negli occhi.
«Ballo» rispose lei interrompendo sorpresa il suo canticchiare e aprendo gli occhi per fissarli sul rompiscatole. Vide il ragazzo camminare verso di lei muovendosi un po’ nervoso e titubante. Un tipo allampanato, dalle ossa lunghe, magro, con capelli biondi arruffati, scarpe grandi e dalla suola spessa.
«Non mi pare possibile. Sei su una sedia a rotelle» sentenziò lui con la schiettezza naturale e un po’ crudele dei dodici anni, subito trasformata in senso di colpa dalla velatura di lacrime che vide negli occhi di lei.
«Beh, io ballo lo stesso» affermò categorica e caparbia a voce ferma, annuendo con la testa per rafforzare la decisione appena presa e dichiarata mentre i capelli, scuri come il sottobosco bagnato d’autunno, sussultavano e le ricadevano a lato del viso snello, con le guance che trattenevano appena un accenno di gonfiore infantile, gli occhi lampeggianti, verdi com’è a volte l’acqua limpida della Baia di Ieranto.
«Scusami. Però non mi sembra possibile» insistette il giovane mettendo in pratica un po’ troppo alla lettera l’insegnamento numero dieci del nonno: mai prendersi in giro da soli o lasciare che qualcun altro lo faccia. ‘Costi quel che costi: raccontati e dì solo la verità.’
«Tutto è possibile, se lo vuoi davvero. Me l’ha detto un mucchio di volte la mia insegnante. E io voglio ballare» ribadì lei raddrizzando la schiena, mentre con un gesto veloce dei polsi e delle mani rispedì all’indietro le ciocche che le erano scivolate sul viso. Orgogliosa e fiera come un pavone dalla coda distesa e piena di occhi colorati.
«Ok, non seccarti. Che ballo stai facendo?» mediò lui che non voleva veder soffrire quella ragazza che trovava bellissima e che lo faceva sentire un cretino.
«Danzo la mia danza, quella che avevo preparato prima della bomba» ribatté lei, pronta e tutto d’un fiato. Chiuse di nuovo gli occhi e riprese a canticchiare muovendo le braccia dal cuore verso il mondo, a ritmo, girando il busto e fendendo l’aria con mani forti ed energiche. Movimenti precisi, calibrati e stoppati. Più da kung fu, che da balletto.
«Ma che ballo è?» volle sapere lui, che non se ne intendeva.
«Hip hop» disse in fretta lei per non perdere il ritmo dei movimenti e ostinatamente ad occhi chiusi.
«E la musica, te la sei inventata tu?»
«No. Me la ricordo a memoria.»
«Come s’intitola? Chi la suona?»
«Non lo so. Ha importanza?» gli spalancò di nuovo gli occhi addosso, beffarda, la testa piegata di lato, le braccia stese e aperte. Sotto l’ironia e la determinazione di quello sguardo, il ragazzo si sentì arrossire e rispose a voce bassa e conciliante: «No. Basta che sia bella.»
«Come ti chiami?» volle sapere lei, esigente.
«Paul. E tu?» sulla difensiva.
«Kate. Ma che ci fai qui? Non mi sembri malato.»
«No, infatti. Assisto mio fratello piccolo che è stato operato di appendicite. La bomba hai detto?»
«Sì.»
«E dove è scoppiata, a casa tua?»
«No. Alla scuola di danza. Cioè in una stazione di polizia vicina alla scuola. Ci stavamo allenando per il saggio di Natale. Ma è scoppiato tutto.»
«Ah. E ti ha ferita una scheggia? O cosa?»
«No, non lo so. Lo scoppio ha ucciso tre mie compagne. Io mi sono salvata. Però non so più camminare.»
«In che senso?»
«Non lo so, ti dico. Il dottore continua a dirmi che non ho nessuna ferita, ma io non so più camminare.»
«Quanti anni hai?» cambiò discorso Paul.
«Dodici. E tu?»
«Dodici e mezzo.»
«Sei grande!»
«Sì, lo so. Sono il più alto della mia classe. E anche il più forte. Quella che canticchiavi era la musica che dovevi ballare?»
«Sì.»
«Mi dispiace. Sembra molto allegra.»
«Già.»
«Vuoi che la balliamo assieme?»
«Perché?»
«Così. Mi sembri sola in questa camera vuota e se vuoi ti aiuto a ballare.»
«Solo fino a domani mattina, è vuota. Ok. Balliamo. Come facciamo?»
«Ti prendo in braccio, cioè ti tengo alla vita. E mi dici dove andare e cosa fare.»
«Ma ce la fai? Non mi fai cadere?»
«Ma dai! Te l’ho detto. Sono il più forte.»
Paul, infatti, la sollevò dalla carrozzina senza fatica, la mise dritta davanti a sé, abbracciandole la vita, sorpreso che fosse così leggera. Gli sembrava, quasi, che pesasse meno di suo fratello. Gli occhi di Kate si fissarono nei suoi.
«Ok» disse fingendosi rilassata. «Adesso girami. Che non posso muovere le braccia se tu mi stai davanti.»
Con un po’ di fatica Paul la fece ruotare, la schiena di lei contro il petto, e subito il viso affondò nel profumo dei suoi lunghi capelli scuri.
«Adesso fai un mezzo passo a sinistra e fermati. Poi un mezzo passo a destra e ti fermi» ordinò Kate.
«Proviamo: mezzo passo di qua… E poi di là. Va bene così?»
«Sì. Solo devi ciondolare un po’ sul ginocchio. Così. Vai. Così. Vai. Continua, che fai pratica» mentre iniziava a fidarsi e a stendere le braccia.
«Perché sei ancora sveglia?»
«Non riesco a dormire. Ogni volta che mi addormento, ricomincia il rumore dello scoppio e la nebbia e il buio e mi manca il fiato… Non così! Hai perso il ritmo! Adesso, ok. Adesso, ok. Ancora. Ok. Ancora. Ok.»
Si concentrarono sui movimenti cercando di armonizzare i piedi e le gambe di Paul con le braccia di Kate. Il silenzio del piano costellato dalla voce di Kate.
Lei ritmava la sua danza e Paul si concentrava sull’equilibrio, sui movimenti delle gambe e sul sudore che iniziava a bagnargli il corpo, preoccupato che non spargesse in giro cattivo odore, mentre il profumo leggero dello shampoo di Kate gli riempiva le narici. Le sensazioni al contatto con il corpo atletico di lei lo sorprendevano come le ondate giganti del Pacifico, provate per la prima volta l’estate precedente con il padre, e piene d’emozioni mai sentite, che lo stordivano, mentre si sforzava di analizzarle e di seguire gli ordini di lei: indietro! Avanti! A destra! A sinistra!
Paul divenne man mano più sicuro nei movimenti e nella consapevolezza d’essere attratto da Kate. All’improvviso era nato un sentimento così intenso e doloroso che gli trafiggeva i muscoli e lo faceva respirare a bocca aperta. Mentre lei sembrava non sentire il rombo che gli tormentava le orecchie.
Non badarono al tempo che passò finché non si sentirono esausti.
Soprattutto Paul che alla fine propose: «Kate, ti rimetto sulla sedia?»
«No, per favore. Sono troppo stanca. Stendimi a letto. Puoi?»
«Ecco qua. Ti serve qualcosa?» le chiese Paul dopo aver combattuto per toglierle le coperte da sotto e sistemargliele ordinatamente addosso, volendo restare per sempre lì, appiccicato a lei.
«No. Ma puoi rimanere qui e darmi la mano?»
«Sì» il cuore a mille, elettrizzato, emozionato mentre non riusciva a pensare a nulla che gli avesse provocato sensazioni simili, prima.
«Domani sera ci sei?»
«Sì» ci sarebbe stato a qualunque costo. Abbandonando al suo destino Philip e la partita e la birra che dopo si sarebbero concessa di nascosto da tutti chiacchierando fitto e commentando ogni secondo di gioco, seduti a terra, appoggiati contro il muro esterno dello spogliatoio, quello non visibile dalla strada.
«Ci alleniamo ancora?»
«Certo, se sono andato bene» e aspettò, trattenendo il respiro, il giudizio di Kate.
«Beh, devi lavorarci su, ma io t’insegno» si sorrisero e Paul ebbe paura che lei potesse leggere la confusione dei suoi sentimenti, perché le vide gli occhi diventare profondi e immensi come conoscessero ogni cosa e allora le chiese: «Spengo la luce?»
«Sì, grazie. Dov’è la tua mano?»
«Qui» e intrecciò le sue a quelle dita sottili e piene di forza, con il cuore in gola.
Più tardi, anticipata dal fioco raggio della torcia, l’infermiera passò rapida e professionale lasciando una scia veloce d’aria mossa. Vide Kate addormentata nel suo letto, finalmente, ed il giovane che doveva fare compagnia al fratellino, seduto sulla sedia di fianco che le teneva la mano, la testa abbandonata sul bordo del letto.
‘Che scomodo dormire!’ pensò, gli carezzò il ciuffo liberando la fronte, spense la torcia e non lo svegliò.

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