La forza del passato – Sandro Veronesi

passato

Lei – pausa – è un uomo triste?
Così mi ha detto, questa giornalista. È l’ultima domanda, dopodiché un assessore appena sconfitto alle elezioni mi stringerà la mano e mi consegnerà la busta con i quindici milioni del premio Giamburrasca – Narrativa per ragazzi. Quindici milioni. Valgono bene il peso di questa serata, consistente di lunga cena al ristorante in compagnia delle autorità locali, successiva cerimonia di premiazione nella sala – convegni inaugurata di fresco (c’è ancora odore di vernice), discorso del sindaco uscente , di quello entrante, della presidentessa della giuria, e intervista finale al vincitore effettuata da giornalista con occhi a pesce lesso.

Incipit di La forza del passato
Sandro Veronesi

Leggere ‘La forza del passato’ significa scoprire quali vite parallele potremmo trovarci a vivere! Il protagonista, convinto di essere un tranquillo scrittore di libri per ragazzi, figlio di un militare bigotto e benpensante, scopre all’improvviso di essere in realtà figlio di una spia del KGB. Il sospetto di questo semplice e possibile cambio di ruoli scatena una caccia disperata al: “Ma io, chi sono veramente? Chi sono veramente le persone che vivono al mio fianco?” Veronesi è bravissimo a creare una narrazione ricca di colpi di scena e scenari al limite del grottesco, fino a sciogliere la narrazione in una realtà differente sempre sullo sfondo dell’Italia di oggi. Mi piace come riesce a rendere paradossali situazioni che fino alla frase precedente risultavano descrivere una realtà quasi banale!

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La diva Julia – W. Somerset Maugham

donne dive

La porta si aprì e Michael Gosselyn alzò gli occhi. Julia entrò.
«Ehilà! Un momento, finisco di firmare qualche lettera».
«Fai con comodo. Sono venuta solo per vedere che posti sono stati mandati ai Dennorant. Cosa ci fa qui quel giovanotto?».
Adattando istintivamente, da attrice consumata, il gesto alle parole, Julia accennò con la bella testa alla stanza per cui era passata.
«È il ragioniere. Viene da Lawrence & Hamphreys. È qui da tre giorni».
«Sembra molto giovane».
«È praticante, ma ci sa fare. Si meraviglia per come teniamo i conti, non immaginava che un teatro fosse gestito con criteri tanto razionali. Dice che la contabilità di certe ditte della City è roba da far venire i capelli grigi».
Julia sorrise del compiacimento che traspariva dal bel viso del marito.
«Un giovane di tatto».

Incipit di La diva Julia
W. Somerset Maugham

Questo è un testo che consiglio soprattutto a chi ama scrivere monologhi o ama far parlare a lungo i personaggi, soprattutto di se stessi e delle proprie emozioni. Julia non è una diva da palcoscenico, ma una vera diva da vita di tutti i giorni. A tutti noi capita di aver incontrato che so, la segretaria del capo o la collega che si atteggiano a star del cinema. È una delle varianti del mondo femminile: la mamma per eccellenza, la ragioniera per aspirazione, la dottoressa per vocazione. La diva, appunto, geneticamente ereditata. Questo è il personaggio di Julia che ci fa rimanere con il fiato sospeso fino all’ultima parola, perché, sembrando ingenua e fragile, sembra sempre sul punto di cadere in un qualche destino crudele. Ma essendo in realtà la più scaltra delle donne riesce ad evitare ogni problema e a pianificarsi una vita agiata e adatta alla sua personalità! Conflitti interiori? Mi par di no!

Photo: aliceinfashionland5.wordpress.com

La coscienza di Zeno – Italo Svevo

Coscienzadi zeno

Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere. Chi di psico-analisi s’intende, sa dove piazzare l’antipatia che il paziente mi dedica.
Di psico-analisi non parlerò perché qui entro se ne parla già a sufficienza. Debbo scusarmi di aver indotto il mio paziente a scrivere la sua autobiografia: studiosi di psico-analisi arricceranno il naso a tanta novità. Ma egli era vecchio ed io sperai che in tale rievocazione il suo passato si rinverdisse, che l’autobiografia fosse un buon preludio alla psico-analisi.

Incipit di La coscienza di Zeno
Italo Svevo

L’analisi psicologica del personaggio è la base di questo romanzo. Anzi è diventata e rimarrà nell’immaginario collettivo la personificazione stessa dell’indagine psicologica e dell’inettitudine. Italo Svevo, al secolo Ettore Schmitz, influenzato da autori come Nietzsche e Schopenhauer, studiò con cura anche Freud e, non dimentichiamo, ebbe come insegnante d’inglese James Joyce. Non stupisce quindi che venga definito il più grande romanzo del Novecento italiano e uno dei maggiori della letteratura europea del ‘900. Il che rende, credo, imprescindibile la lettura di questo testo per chiunque voglia scrivere qualsiasi cosa, anche la lista della spesa. Io lo amo molto e a volte lo rileggo, anche a pezzetti.

Photo: tuttopercasa.pianetadonna.it

Il giorno dello Sciacallo – Frederick Forsyth

il giorno dello sciacallo

Fa freddo a Parigi, alle sei e quaranta di mattina in una giornata di marzo, e il freddo sembra ancora più intenso quando sta per essere giustiziato un uomo. L’11 marzo 1963, a quell’ora, nel cortile principale di Fort d’Ivry, un colonnello dell’aviazione francese era in piedi davanti a un palo conficcato nella ghiaia gelida e mentre gli legavano le mani fissava con incredulità sempre meno evidente il plotone di fronte a lui, a una ventina di metri.

Incipit di Il giorno dello Sciacallo
Frederick Forsyth

Testo uscito nel 1971 che creò parecchio scalpore soprattutto perché Forsyth militò veramente tra i mercenari e quindi il suo racconto assume forti toni di verosimiglianza. Ha avuto ed ha tuttora successo e seguito anche per la struttura narrativa, perfetta macchina trhiller, che afferra saldamente il lettore e non lo lascia andare fino all’ultima parola. Tensione continua, colpi di scena, fatti narrati singolari e non scontati il tutto racchiuso in uno scrivere accurato, essenziale ed incisivo che è assolutamente da analizzare. Un maestro per tutti gli scrittori, anche non di genere triller. Perché ogni scrittore deve allacciare strettamente il suo lettore e convincerlo a leggere con soddisfazione, una parola dopo l’altra, fino alla fine.

La chimera – Sebastiano Vassalli

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Nella notte tra il 16 e il 17 gennaio 1590, giorno di Sant’Antonio abate, mani ignote deposero sul torno ciò sulla grande ruota in legno che si trovava all’ingresso della Casa di Carità di San Michele fuori le mura, a Novara, un neonato di sesso femminile, scuro d’occhi, di pelle e di capelli: per i gusti dell’epoca, quasi un mostro. L’inverno era gelido, il mostro era avvolto in un brandello di coperta senz’altri indumenti specifici che gli riparassero le mani e i piedi e sarebbe certamente morto se una bayla (balia) in servizio temporaneo presso la Casa della Carità, tale Giuditta Cominoli da Oleggio, non avesse compreso, dall’abbaiare dei cani e da altri indizi, che qualcuno s’era avvicinato al torno e non si fosse alzata da letto per andare a vedere, sfidando il freddo polare di quella notte senza luna; se non avesse suonato la campana che obbligava le inservienti della Casa ad alzarsi: attirandosi ogni genere di improperi, càncari, malemorti ed altre scortesia.

Incipit di <em>La chimera</em>
Sebastiano Vassalli

Romanzo storico e sociale che analizza il periodo del 1600. La Protagonista, Antonia, viene abbandonata in fasce in una di quelle vecchie “ruote” per bimbi non desiderati e crescerà all’interno della Casa di Carità. I primi capitoli descrivono con accuratezza la vita del periodo e seguono il processo di crescita della neonata. I capitoli successivi si vivacizzano grazie alle azioni di Antonia bambina e poi man mano adolescente e donna. Antonia è un personaggio molto ben strutturato con una psicologia ben seguita. Ottimo esempio per chi desidera cimentarsi con la narrazione in ambientazione storica, anche per i piccoli particolari disseminati lungo il racconto come le parole che descrivono il tempo storico dell’ambientazione in modo accurato.

Utz – Bruce Chatwin

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Il 7 marzo 1974, un’ora prima dell’alba, nel suo appartamento di via Široká 5 che dava sul vecchio cimitero ebraico di Praga, Kaspar Utz morì di un secondo colpo da tempo previsto.
Tre giorni dopo, alle sette e quarantacinque, il suo amico Václav Orlík si trovava davanti alla chiesa di San Sigismondo, in attesa dell’arrivo del carro funebre, e stringeva in mano sette dei dieci garofani che aveva sperato di potersi permettere dal fioraio. Notava con approvazione i primi segni della primavera: in un giardino sull’altro lato della strada le taccole roteavano sopra i tigli con i rametti nel becco e , di tanto in tanto, qualche piccola slavina scivolava giù dal tetto di tegole di un caseggiato.

Incipit di Utz
Bruce Chatwin

Libro scritto poco prima della morte, quando Chatwin era già molto malato, pubblicato postumo nel 1988. Non va dimenticato che Chatwin per anni aveva lavorato come battitore da Sotheby’s ed è probabile quindi che per il personaggio principale di questa storia si sia ispirato ad un vero collezionista incontrato a Praga.
Chatwin ci restituisce uno spaccato di storia mentre ci descrive il suo Utz che lotta, aggrappandosi alla sua collezione tra la cruda drammatica realtà della seconda guerra mondiale e i primi anni dello stalinismo in una Praga dove non esiste più la proprietà privata. Utz ama la sua collezione, ma non può mai lasciarla, minacciata costantemente dall’alienazione ai beni statali. Riesce a raggiungere un accordo con le autorità: predisporrà la catalogazione accurata della collezione e in cambio potrà averne l’illusone del possesso, fino alla morte. Poi le sue fragili statuine entreranno a far parte dei beni del museo. Ma l’attaccamento di Utz alle statuine lucide e dorate in realtà è la raffigurazione dell’immenso rimpianto che il protagonista sente per lo splendore della vita della vecchia corte neo-classica.
Grande analisi psicologica sottolinea questo personaggio che seppur gentilmente e garbatamente, seppur sempre sottomesso lotta contro due gigantesche barbarie, quella nazista e quella staliniana, proteggendo i ‘suoi’ Arlecchini e le ‘sue’ sorridenti Colombine.

Photo: http://www.viaggio-in-germania.de