Il libro delle bugie – a cura di I.M.A. Lyre

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Oggi ci siam presi tardi. Capita.

Il libro però è interessante, secondo me: Il libro delle bugie a cura di I.M.A. Lyre. Umorismo puro, ma anche notizie curiose e sconvolgenti, mi è piaciuto. Piccoli capitoli spiegano le bugia e un’immagine illustra il testo. Mi sono proprio divertita a leggerlo! e ve lo consiglio.
Soprattutto questo breve capitolo intitolato Bugie d’intrattenimento:

Se volete andare a registrare un disco a Naschville e non indossate un cappello da

cowboy, potrebbero spararvi a vista. Non fate domande.

Jennifer Lopez è talmente grata al suo culo per la fama e la fortuna che le ha

portato che nel testamento gli ha lasciato un’eredità di 10 milioni di dollari.

 

Jon Bon Jovi è terrorizzato dalle aragoste, ed è per questo che è raro vedere
crostacei nei suoi video.

Oppure il capitolo: Le bugie che ci raccontiamo #1

Così come sappiamo raccontare bugie allo Stato, ai nostri genitori, ai nostri
partner ai nostri figli, sappiamo anche mentire a noi stessi.
Perché dobbiamo e perché ci fa sentire meglio.

Photo: forum.termometropolitico.it

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Giobbe Tuama & C. – Augusto de Angelis

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Ambientazione: anno 1943, Milano – Fiera del libro.
Intrigante, no?
Sotto un bancone è trovato il corpo composto di Giobbe Tuama, alias Jeremiah Shanahan, un americano che vive in Italia da molto tempo, seguace di una chiesa evangelica che pubblicizza Bibbie, ma soprattutto che è un usuraio.
Molto intrigante, no?
Toccherà al Commissario De Vincenzi, malinconico ed erudito poeta, indagare e scoprire il colpevole.

Parliamo di “Giobbe Tuama & C.” di Augusto De Angelis.
Tutti i libri dell’autore sono avvolti in un profumo insolito e forestiero, non per scelta ma per obbligo del regime che mal tollerava il genere “giallo”, e con personaggi dallo spessore psicologico indagato con minuzia.
Il Commissario De Vincenzi, così solo e scettico, sensibile e riflessivo riesce a rivestire il ruolo di critico di quegli anni, ovviamente con il suo caratteristico tratto elegante e distaccato.
Per chi desidera un intreccio strutturato e ingegnoso, una trama coinvolgente e un approccio differente agli anni di regime, percepibili nello sfondo.
Propongo:
“Il vecchio esercitava lo strozzinaggio a un tasso spaventoso. Se non avessero provveduto a mandarlo all’altro mondo, avrebbe dovuto provvedere De Vincenzi a farlo andare al confino. La cassetta era chiusa a chiave, ma bastò la lama di un robusto coltello che il commissario trovò sul tavolo, per far saltare la serratura e sollevare il coperchio. Separate in pacchi, a seconda della data di scadenza. Giacevano lì dentro le cambiali di tutti i disperati clienti di Giobbe Tuama. C’era da chiedersi come avesse potuto costui stendere le sue reti su tante persone! Aveva ragione quel cinico e spassoso Maurizio Venenziani Jacobini; la morte del vecchio avrebbe ridato la vita a un numero infinito di disgraziati. Poiché una cosa era certa per De Vincenzi: egli avrebbe sequestrato quelle cambiali, togliendole così automaticamente dalla circolazione. Non le avrebbe certamente consegnate come facenti parte dell’eredità a quell’allucinante signora Winckers, i cui riflessi egli conosceva ancora troppo poco per potersi affidare a essi, contando su di una generosità, che era soprattutto giustizia.”

 

 

 

Photo: m.iphotoscrap.com

La giacca verde – Mario Soldati

Sala Teatrale Fronte

Sempre sulla scia del giallo vorrei attirare la vostra attenzione, oggi, su ‘La giacca verde’ di Mario Soldati. Si tratta di un romanzo breve o di un racconto lungo che viene definito un “giallo morale”.
Narra l’assurda vicenda di un direttore d’orchestra che deve nascondere la propria identità di fronte alla personalità di un ignoto suonatore di batteria che si spaccia per un compositore. Una trama avvincente, seppur educatissima, che con ironia pungente o sottile trascina il lettore fino alla fine. Un lettore divertito e soddisfatto.

Propongo:
Uscii a cercare i medici. Frugoni non era Roma. Feci venire due medici famosi, tra i migliori della città,. Intanto avvertii il teatro che per indisposizione del maestro W. La prova dell”Otello’ era rimandata all’indomani.
Quando tornai con i medici, egli era a letto, ma questa volta sotto le lenzuola che lo coprivano fino alla bocca. Era pallidissimo, aveva gli occhi stranamente lustri ed eccitati.
La visita urò più di un’ora. Saltò fuori un rene mobile, una dispepsia intestinale, un’infiammazione epatica e un avvelenamento di cui non si capiva bene la natura. I medici parlarono di radiografie. W. Mi fece aprire una valigia e tirare fuori delle radiografie che si era fatto fare a Londra un mese prima. I medici le osservarono controluce e, soddisfattissimi, si andavano mostrando l’un l’altro il rene mobile:
«Eh! Lo dissi subito».
«E io lo vidi prima ancora di palpare!»
Dalla rabbia li avrei percossi. Un istinto mi avvertiva che ero vittima di una montatura di W.
I dottori, che io avevo scelto e chiamato, cadevano nel tranello. E io non potevo farci niente.
Dissero che dirigere in quelle condizioni sarebbe stata follia; prescrissero riposo assoluto per un mese, cambiare aria, astensione dall’alcool, dalle donne…
«E dal fumo!» osservai io rabbioso.
«Dal fumo no, perché?» replicò uno dei dottori.

Photo: archivio.voxnews.it

Sei giorni di preavviso – Giorgio Scerbanenco

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Tanto per fare un paragone… Lo so, lo so. I paragoni sono pericolosi, ma oggi mi va di vivere pericolosamente!
Dicevo, tanto per fare un paragone con il Campiello 2014, vi consiglio caldamente la lettura di un giallo D.O.C.: ‘Sei giorni di preavviso‘ opera prima di Giorgio Scerbanenco, pubblicata nel 1940. Per me un libro molto ben strutturato, originale e dai personaggi convincenti e coinvolgenti. Pennellati con sicurezza e carattere, perfino con un taglio un po’ tagliente, ma con grande conoscenza dell’animo umano. Il suo investigatore privato, Arthur Jelling, è gestito con maestria nonostante le regole fasciste che volevano le storie gialle preferibilmente non ambientate in Italia, e i personaggi, in quanto assassini e in genere delinquenti, designati con nomi stranieri. Io adoro Scerbaneco, la sua capacità di descrivere il mondo italiano quotidiano che da sfondo diventa quasi protagonista e la sua capacità di creare un omicidio e di risolverlo partendo dal presupposto che forse un omicidio non c’è stato e…
Ok, ok. Nessun finale. Please.
Un assaggio:

[…] Il tono polemico del capitano sgomentò Jelling, ma non lo indusse a desistere.
«Ammesso, ma la rivoltella era sul sedile, accanto a Vaton, non stretta nel suo pugno, come sarebbe naturale» obiettò ancora.
«Già» fece il capitano sempre nello stesso tono polemico, «come fosse la prima volta che un suicida lascia cadere la rivoltella appena sparato. Si tratta di una reazione nervosa dei muscoli della mano che varia da individuo a individuo, secondo anche il grado di fermezza nel proposito di uccidersi. Un individuo ben deciso a sopprimersi spara con poco tremito e muore tenendo stretta l’arma in mano. Un pusillanime dello stampo di Vaton, che fino all’ultimo momento sarà stato in dubbio, tanto tremava… Anche questo l’avrà letto varie volte nei documenti che archivia».
Era vero. Ma Jelling non desistette ancora.
«Nell’auto è stato trovato un pettinino di donna sui sedili posteriori…» cominciò.
Ma Stunder lo interruppe violentemente: «Bravissimo! Come se noi non l’avessimo visto! Noi sappiamo già a chi appartiene. Lei sa a chi? A Gertrude Weimar.»

 

 

Photo: http://sellerio.it/it/catalogo/Sei-Giorni-Preavviso/Scerbanenco/858

Morte di un uomo felice – Giorgio Fontana

Ho terminato, come previsto, la lettura del Campiello 2014: Giorgio Fontana ‘Morte di un uomo felice’ e ho trovato anche come mai la mia lettura s’intoppava.
Ho capito molto del libro leggendo un pezzetto della nota finale dell’autore: “Morte di un uomo felice” è stato scritto tra i primi mesi del 2012 e l’inverno 2013 – 2014, e ha beneficiato molto di alcuni ritiri in montagna a casa di mio zio (grazie). Il personaggio Giacomo Colnaghi è del tutto finzionale, ma parzialmente ispirato….”
Innanzi tutto ringrazio l’autore per avermi fatto conoscere il neologismo ‘finzionale’: Che propone tecniche e personaggi romanzeschi […] Già attestato nella Repubblica del 18 marzo 1993, p. 38, Spettacoli (volendo citare Treccani.it).
Purtroppo il romanzo, per quanto premiato ed elogiato, non è entrato nelle mie corde.
Ha inciampato proprio nel finzionale. Nel protagonista Giacomo Colnaghi finzionale. Talmente finzionale che al mio orecchio è rimasto solamente bidimensionale. Alla mia percezione non è arrivata mai l’anima del Colnaghi. Non sono riuscita a trovare la terza dimensione del personaggio, quella avvincente, quella che ti fa battere il cuore per lui. Non sono, nemmeno una volta, riuscita ad immedesimarmi in Giacomo Colnaghi, distraendomi in continuazione in sua presenza.
Mi spiace.
La mia impressione personale è che questo testo non andasse mescolato ad una storia gialla, o almeno non ad una storia gialla così sfumata e ineffabile, che di continuo perde il filo e così poco verisimile.
Forse il materiale poteva essere meglio utilizzato in un saggio sulla politica degli anni ’80 o sul dramma partigiano o sul terrorismo e il Colnaghi, pover’anima….E i suoi aiutanti?
Beh, non vado oltre. Sono sicura che esagererei.
Ci tengo, però, a sottolineare che il genere giallo ha le sue regole ben chiare e scritte. Non dovrebbe, quindi, esser pigliato in giro per raccontare altro, per quanto interessante e umanamente toccante questo altro possa essere.
Nessuna foto, nessuna citazione? Ebbene sì. Potrei essere mal interpretata!

Come ti rapisco il pupo – Donald E. Westlake

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L’umorismo è assai complicato da rendere letterariamente. Perché può scivolare presto nella noia della lamentela ad oltranza o nella graffiante antipatia della satira irriverente o, peggio ancora, nella crassa risata volgare.
Mantenere quindi un buon equilibrio umoristico non è facile e per chi desidera scrivere con il tocco leggero e gradevole dell’ironia consiglio la lettura dei testi di Donald E. Westlake, soprattutto quelli che hanno come personaggio principale il ladro Dortmunder che sono tre: ‘Come ti rapisco il pupo‘ pubblicato in Italia nel 1975; ‘Il vincitore‘; ‘Minaccia a vuoto‘ del 2001.
Il genere di Westlake è il giallo, ma nel 1965 durante la stesura di ‘Tiro al piccione‘, come ama raccontare lui stesso ebbe un’illuminazione: «Quando l’ho cominciato, all’improvviso, mi sono accorto che mai più avrei potuto affrontare il genere con la serietà che avevo avuto fino ad allora. Mi sono detto: questo deve essere divertente. Ho cominciato a metterci dentro dell’umorismo e mi sono reso conto che descrivendo personaggi (…) perennemente in pericolo, se le loro azioni e i loro comportamenti avessero fatto ridere, la minaccia sarebbe diventata più reale.»
Il pezzo che vi propongo è tratto da ‘Come ti rapisco il pupo‘ storia esilarante che racconta di Dormunter che, in combutta con altri delinquenti altamente improbabili come: Andy Kelp, di suo non un centone intero e con la fissazione di rubare auto ai medici e Stan March, ladro d’auto che vive ancora con la mamma, extra ordinaria tassista, dovrebbe rapire un bambino ricco e ottenere dai genitori il riscatto. Come d’obbligo il finale non lo svelo!

– Dortmunder, vestito di nero e con la sacca di tela piena di arnesi da scasso, camminava sui tetti. Era partito da quello del garage sull’angolo. Quando fu sul sesto edificio, si sporse a guardare per assicurarsi di essere sull’edificio giusto ed ebbe un attimo di capogiro, quando vide la strada lontana, sei piani più in basso, beccheggiare come una nave alla luce dei fanali. Le macchine, posteggiate compatte sui due lati, lasciavano una striscia nera libera nel mezzo. Sulla striscia passava un tassì, con la capote gialla che ri-fletteva la luce. Dietro il tassì arrivava un’autopattuglia: la piccola cupola azzurra, sul suo tetto, sembrava una caramella.
L’edificio era quello giusto. Laggiù era visibile l’insegna del pellicciaio, proprio dove sarebbe dovuta essere. Dortmunder, leggermente sconvolto dall’altezza, si tirò indietro, si voltò cautamente e attraversò il tetto fino all’altro lato, dove una scala di sicurezza scendeva in un pozzo di buio che dava un po’ meno capogiro. Qui le facciate degli edifici erano così vicine che Dortmunder ebbe la sensazione che sarebbe bastato allungare la mano per toccare quelle dell’altra parte della strada. Le finestre erano tutte spente.
Erano le tre di notte, e in giro non c’era anima viva.
Dortmunder scese lentamente la scala di sicurezza. La sacca di tela emetteva un tintinnio soffocato tutte le volte che sbatteva contro la ringhiera della scala, e Dortmunder stringeva i denti a ogni rumore. Alcune delle finestre davanti alle quali passava appartenevano a depositi e a imprese commerciali, ma alcune davano su appartamenti privati. Così era fatta Manhattan: famiglie e fabbriche vivevano fianco a fianco. Dortmunder non aveva nessuna voglia che qualcuno si svegliasse, lo scambiasse per un guardone e gli piantasse una pallottola in corpo.
Primo piano. Una porta metallica tutta scrostata, verniciata di nero, chiudeva la scala di sicurezza, che si fermava a quel livello. Una scala di ferro poteva essere calata fino a terra, ma Dortmunder non mirava al negozio sulla strada, bensì al magazzino del primo piano. Nell’oscurità quasi totale posò la sacca di tela, passò le dita sulla porta, da cima a fondo, e decise che doveva forarla. Un’operazione rumorosa per qualche secondo, ma non c’era altro da fare.
S’inginocchiò, aprì la cerniera lampo della sacca e, a tasto, scelse gli arnesi necessari. Lo scalpello. La piccola sbarra. Il grosso cacciavite con l’impugnatura di gomma.
«Psssst!»
Dortmunder s’immobilizzò. Si guardò attorno, ma non vide che il buio. –

Photo: tuttoggi.info

Piccolo trattato sulle verità dell’esistenza – Fred Vargas

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Rimaniamo nella zona humor e dintorni. Far ridere, o anche solo sorridere il lettore, non è molto facile. È un lavoro da duri. Il libro che vi consiglio è di Fred Vargas, pseudonimo di Frédérique Audouin-Rouzeau, nata a Parigi il 7 giugno 1957, famosa scrittrice francese di libri gialli (per me tutti fantastici). Adoro il suo personaggio fisso Adamsberg e il mondo di relazioni che ha attorno.
Ma non divaghiamo. Il titolo del testo di oggi è: Piccolo trattato sulle verità dell’esistenza. Come potete immaginare che non si tratta di un giallo, piuttosto di un libro di considerazioni (scritto nel 2001) quando la scrittrice non doveva passare un buon momento. Pieno di divertente ironia.

Ecco il brano, lo so è un po lungo, ma secondo me divertentissimo! che vi propongo:

[…] “Sulla scia di questa dimostrazione riguardante l’effetto dei nostri atti sull’insorgere delle cose dell’esistenza, segnalo che, se la previsione frettolosa viene spesso punita, lo è altrettanto l’attesa forsennata. Mentre l’essere umano immagina, con il suo fare ingenuo, che scrutare il futuro farà accadere il futuro, lasciatemi dire subito che prende una cantonata, e non ci giro intorno. Così accade con l’autobus, e scelgo un esempio di portata internazionale. Per estendere l’universalità del discorso si può sostituire l’autobus con la linea 4 del metrò, è equivalente. Dopo quattro minuti di attesa, tempo massimo che possa tollerare un essere umano normalmente strutturato qualunque sia l’evento auspicato (e qui non parlo di mia sorella, che è un caso del tutto particolare perché aspettare le piace e non desidera che l’evento si verifichi, ebbene sì, ragazzo mio, tua zia, ma non voglio annoiarvi con i miei guai di famiglia), dopo quattro minuti il viaggiatore scruta con muto fervore la strada, il viale, i binari, la pista, nella speranza di veder comparire il veicolo. Scruta, e con questo sovrappiù di sorveglianza del reale conta di provocare il verificarsi dell’evento.
È un errore fatale. Più scrutate e più l’autobus (il metrò, la piroga, il vaporetto) recalcitra. Uno scrutamento eccessivo può addirittura indurre il blocco completo del traffico. E perché? Perché scrutare significa sorvegliare, sorvegliare significa attendersi, attendersi significa assoggettarsi, e assoggettarsi significa diluirsi nella schiavitù, proprio così, ragazzo mio. E sappi che né all’autobus, né alla piroga, né al treno a vapore piace rispondere alla supplica di una creatura della cui felicità diventa di colpo responsabile. Fa dietrofront, e ne ha assolutamente diritto. Per l’autobus, obbedire, andare a collocarsi alla fermata, significa assumersi il rischio non indifferente di alienare la propria libertà cedendo alla preghiera che grava sul suo collare a spalla. La servile attesa del viaggiatore può provocare, per feedback, la schiavitù dell’autobus. Da cui si evince che il principio dell’attesa determina il blocco istantaneo del veicolo per un naturale riflesso di sopravvivenza. Invece, chiudete gli occhi, comportatevi con disinvoltura, e l’autobus passerà.
Attenzione, vi metto in guardia, poiché l’autobus è tutt’altro che stupido, tanto vale saperlo subito: la finta disinvoltura, per quanto allettante, viene subito decifrata come vera attesa e non funziona. Donde la massima: squallidi stratagemmi, miseri risultati. Perciò non si tratta di fingere la disinvoltura, ma di compiere, durante l’attesa, un esercizio di intensa meditazione che vi introdurrà alla disinvoltura autentica. Questo stratagemma, frutto di anni di pratica, garantisce il sistema più sicuro per essere trasportati senza grosse preoccupazioni.”
Questo esempio evoca per certi versi il nostro tema centrale dell’amore, nonché quello della filosofia, che affronterò entrambi, ma è inutile essere precipitosi, ogni cosa a suo tempo. Fatemi memoria di intrattenervi sulle formiche, che non hanno nulla in comune con i lombrichi e rappresentano un argomento piuttosto ossessivo tra i miei vari studi, senza peraltro arrivare alla nevrosi, rassicuratevi. Il «principio dell’attesa», che ho trattato mediante l’esempio universale dell’autobus, si applica a qualunque cosa della vita senza alcuna eccezione. Sì, ragazzo mio, è la verità, puoi credermi, la mamma conosce la vita, e non poco. Si applica ai semafori verdi, ai semafori rossi, all’apertura dei negozi, all’arrivo del postino, alla telefonata, all’autostop, alla crescita delle piante, allo scoppio del temporale, al funzionamento del computer, allo scampanio dell’angelus, alla pausa merenda, allo scatenarsi del monsone, alle piene del Nilo, al sorgere dell’alba e via dicendo, tutti eventi irrimediabilmente bloccati dal principio dell’attesa. Attesa in seno alla quale si annida la perniciosa impazienza, capace di provocare mediante lo stesso fenomeno moltiplicato catastrofi di portata mondiale o personale.[…]

Photo: http://www.bovematteo.it

Le streghe – Roald Dahl

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Sempre per chi ama il genere humor o desidera cimentarsi con esso nella scrittura, eccone d’un altro tipo: quello sofisticato e macabro di Roald Dahl, famoso per aver scritto ‘I Gremlins‘ del 1943, ‘La fabbrica di cioccolato‘ del 1964.
Roald Dahl nascue nel 1916 nel Galles, da genitori norvegesi. Il padre muore nel 1920 e Dahl trascorre l’infanzia e l’adolescenza in Inghilterra appena terminata la scuola, rifiuta una borsa di studio per l’università e va a lavorare alla Shell Petroleum Company, azienda che gli permette di viaggiare molto. A diciotto anni va in Africa, ma allo scoppio della Seconda guerra mondiale si arruola come pilota nella RAF. La sua prima missione si conclude con uno incidente piuttosto grave del quale porterà conseguenze per tutta la vita.. Dopo il congedo si trasferì negli Stati Uniti per conto del controspionaggio alleato. Lì scoprirà la sua vocazione di scrittore. Rientrato in Gran Bretagna, scrisse la sceneggiatura del film di James Bon: ‘Si vive solo due volte‘ e di ‘Chitty Chitty Bang Bang‘. Negli anni Ottanta realizzò i suoi capolavori: Il ‘GGG‘ nel 1982, ‘Le streghe’ nel 1983 e Matilde nel 1988. Morì nel 1990. La vita dello scrittore fu costantemente appesantita da problemi di notevole importanza: la frattura cranica di uno dei figli appena nato, la morte della sua primogenita Olivia, l’ictus della moglie Patricia. Mantenne sempre la sua capacità leggera e piena di spirito di scrivere, sia per la produzione dedicata all’infanzia, che per quella rivolta ad un pubblico adulto. Se volete un approccio facile e completo potete iniziare con i racconti del volume ‘Il meglio di Roald Dahl‘ edizione Le fenici.

Il brano che vi propongo è tratto, invece, da ‘Le streghe‘ del 1983.

La nonna sembrava una vecchia regina assisa in trono: gli occhi grigi erano come
annebbiati e guardavano lontano, il sigaro pareva vivo e ne uscivano azzurre nuvole
di fumo che l’avvolgevano tutta.
«Ma la piccola Birgit non scomparve, vero, nonna?»
«No, lei no. Visse per molti anni ancora e continuò a deporre uova».
«Avevi detto che tutti i bambini erano scomparsi».
«Mi sono sbagliata» disse la nonna. «Invecchio e comincio a perdere la memoria».
«Che ne è stato del quarto bambino?»
«Il quarto si chiamava Harald. Un bel mattino si svegliò con la pelle giallastra e
rugosa, come il guscio di una noce. E la sera stessa era di pietra, completamente di
pietra, dalla testa ai piedi».
«Di pietra?» dissi io. «Di pietra vera?»
«Di granito» precisò la nonna. «Se vuoi ti
porterò a vederlo. I suoi genitori lo tengono
nell’ingresso. Harald è ormai una piccola graziosa
statua e spesso gli ospiti lo usano per appenderci
gli ombrelli».
Ero ancora piccolo, ma mi riusciva difficile
credere a tutto quel che la nonna raccontava. Eppure parlava così seriamente, con tanta convinzione, senza mai sorridere e senza un’ombra di malizia negli occhi, che
cominciai a sentirmi turbato.
«Continua, nonna, mi hai detto che erano cinque. Ne rimane uno».
«Vuoi tirare una boccata dal mio sigaro?» chiese lei.
«Ho solo sette anni, nonna».
«Non importa. Se fumi il sigaro non prenderai neanche un
raffreddore».
«Raccontami del quinto bambino».
«Il quinto» borbottò lei, masticando il sigaro come fosse uno
squisito bastoncino di liquirizia. «Quello sì, fu un caso
interessante. Un bambino di nove anni, di nome Leif, era in
vacanza con tutta la famiglia sulle rive di un fiordo. Dopo aver
fatto merenda, lui e i fratelli amavano nuotare fra le rocce e anche
quel giorno, come sempre, il piccolo Leif si tuffò. Suo padre, che
lo guardava, notò che restava sott’acqua più a lungo del solito.
Quando tornò in superficie non era più lui».
«E che cos’era, nonna?»
«Era diventato un delfino».
«Non ci credo! Non è possibile!»
«Invece sì» disse lei. «Un giovane e amabile delfino, straordinariamente
socievole».
«Nonna».
«Sì, tesoro?»
«Si era davvero trasformato in delfino?»

 

 

Photo: http://www.finzionimagazine.it

Il taccuino rosso – Paul Auster

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Beh, piace anche a me ridere di tanto in tanto, ci mancherebbe! A modo mio, ovviamente!
E allora cerco nel caos della mia casa libreria un testo che possa andar bene.
Non ho sempre voglia di ridere allo stesso modo. A volte mi piacciono i libri di Malaussène, scritti da Pennac a volte i libri di Rald Dahl (tutti!) a volte invece, come oggi, mi piace Paul Auster (che adoro!!!) e il suo ‘Il taccuino rosso’. Raccolta di tredici racconti brevi (alcuni brevissimi) che giornalisticamente mettono di fronte alla semplice vita vissuta, alla verità vera. Una verità talmente incredibile che ha del favoloso.
Imprescindibile per chi vuole scrivere con humor inglese.

Un pezzetto della Storia VIII:

L’estate di tre anni fa una lettera fece la sua coparsa nella mia cassetta della posta. Arrivò in una busta bianca oblunga ed era indirizzata a qualcuno il cui nome non mi era familiare: Robert M. Morgan di Seattle, Washington. La busta recava sul davanti diversi timbri postali: Non esitata, Destinatario sconosciuto, Reso al mittente. Il nome di Mr. Morgan era cancellato con un tratto di penna, e di lato qualcuno aveva scritto Sconosciuto a questo recapito. Tracciata con lo stesso inchiostro blu, una freccia indicava l’angolo in alto sul lato sinistro della busta accompagnata dalle parole Restituire al mittente. Pensando a un errore dell’ufficio postale, cercai sul margine in alto a sinistra per vedere chi era il mittente. Assolutamente sbigottito,scoprii che c’erano proprio il mio nome e il mio indirizzo. E non era tutto, i dati erano stampati su un’etichetta adesiva (una di quelle etichette che si possono ordinare in pacchi da duecento alle ditte che si fanno pubblicità sulle scatole dei fiammiferi). Il mio nome era scritto correttamente, l’indirizzo era proprio il mio, ma il problema era (e rimane) che io non avevo mai posseduto né ordinato una serie di etichette adesive prestampate in vita mia.
All’interno c’era una lettera scritta a macchina a spazio uno che esordiva così: «Caro Robert, rispondendo alla tua del 15 luglio 1989, posso dirti solamente che, come altri scrittori, ricevo spesso lettere a proposito del mio lavoro». Quindi, con uno stile ampolloso e tronfio infarcito di citazioni dai filosofi francesi e grondante di vanità e autocompiacimento, l’autore esprimeva il suo apprezzamento per le idee che «Robert» aveva sviluppato a proposito di uno dei miei libri in un corso universitario dedicato alla narrativa contemporanea. Una lettera detestabile, il tipo lettera che non mi sognerei mai di scrivere a nessuno, eppure portava la mia firma. La calligrafia non assomigliava alla mia, ma era un ben misero conforto.

Photo: www.anzionettuno.net

Non troverai i confini dell’anima – Reinhold Messner con Michael Albus

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No, non ho ancora finito il premio Campiello 2014. Vabbè. Prima o poi capiterà.
Per oggi vi parlo di un libro per me emozionante perché leggendolo ho sciolto alcuni degli intricati pensieri che a volte mi girano in testa.

Un libro pratico e utile anche per chi volesse decidere di pubblicare in forma di libro una lunga intervista realmente ottenuta da qualche personaggio, oppure per creare una trama che preveda solamente domande e risposte tra i suoi personaggi.
Il libro s’intitola ‘Non troverai i confini dell’anima‘ ed è una lunga intervista- dialogo tra il giornalista televisivo e teologo Michael Albus e l’uomo degli ottomila, Reinhold Messner che segue la storia personale dello scalatore, ma che spiega anche come le imprese alpinistiche siano vissute da Messner come una ricerca di frontiere, non solo fisiche ma soprattutto interiori e personali.
Il Messner scalatore, solo quello, mi piace e per me è stato anche fonte d’ispirazione.
Vi riporto questo pezzo: «Quando raggiungo il limite vedo anche ciò che si trova al di là. È questo l’aspetto affascinante. Non vado al limite per sapere ciò che mi è possibile. Vado al limite per fare esperienza di ciò che non mi è possibile. Allora l’esperienza umana è l’esperienza della propria limitatezza: io non posso nulla. Posso salire sull’Everest, ma con ciò vedere quanto sono limitato, tormentato, debole, pauroso. Non mi sento felice, fiero, bravo. No, nulla di tutto questo: mi sento al limite delle mie capacità. Non è come pensa la gente. Dopo aver attraversato l’Antartide, per esempio, mi dico: “Non era proprio niente di cui essere orgogliosi”. Ma in tal modo ho potuto vedere oltre il limite. Io non voglio andare oltre il limite. No. Andare oltre il limite significa trovarsi in un attimo nell’aldilà: morire. L’unico lato si trova al di qua. Se nel mio viaggio lungo il limite io commetto un errore oppure il tempo mi gioca un brutto tiro, solo allora, che io voglia o no, mi viene richiesta una reazione che va oltre ciò di cui mi ritengo capace. E in tutte le occasioni del genere ho constatato che le mie possibilità vanno al di là di quanto io stesso sia in grado di immaginare.»

Photo: defence.pk