Notturno indiano – Antonio Tabucchi

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Che dire? Sto leggendo il vincitore del Campiello 2014 e non mi pare molto nelle mie corde. Sento la delusione che sale dalle dita e raggiunge la testa. Non so, un che di già vissuto, un velo di noia… Ma la mia opinione solo alla fine! E solo se riesco a capire il meccanismo che al momento m’intoppa la lettura.
Tra le mani, per fortuna, m’è capitato il ‘Notturno indiano‘ di Antonio Tabucchi e, ancora in pigiama, accovacciata a terra come una ragazzina, con il giocattolo nuovo la sera di Natale, mi son persa  nella capacità narrativa di Tabucchi. Per fortuna il libro è cortissimo, solo 137 pagine e a caratteri grandi, e l’ho finito in fretta. Con un po’ di fatica le ginocchia mi hanno permesso di rialzarmi, non senza scricchiolii sinistri di protesta. La rilettura però è valsa la pena.
Un uomo e la sua guida, intitolata ‘India, a travel survival kit‘, alla ricerca dell’amico scomparso a Bombay. Viaggio tra una stanza d’hotel e l’altra, tra una stanza d’ospedale ed un’altra, disseminato di brevi colloqui stringati con indiani volenterosi di far conoscere i vari aspetti della loro cultura o con religiosi gesuiti o altri liberi pensatori incontrati sul pullman, sul taxi, sul treno o sul battello.
Vi propongo questa conversazione:
[…] «Sono jainista», disse.
L’orologio della stazione battè la mezzanotte. Il lamento lontano cessò di colpo, come se aspettasse il tempo dell’orologio.
«È cominciato un altro giorno», disse l’uomo, «da questo momento è un altro giorno».
Restai in silenzio, le sue affermazioni non lasciavano spazio a interlocuzioni. Passò qualche minuto, mi parve che le luci delle banchine si fossero affievolite. Il respiro del mio compagno si era fatto pausato e lento, come se dormisse. Quando parlò ancora ebbi una specie di soprassalto. «Io vado a Varanasi» disse, «lei dov’è diretto?».
«A Madras» dissi io.
«Madras», ripeté lui, «sì sì».
«Vorrei vedere il luogo in cui si dice che l’apostolo Tommaso subì il martirio, i portoghesi ci costruirono una chiesa nel Cinquecento, non so cosa sia restato. E poi devo andare a Goa, vado a consultare una vecchia biblioteca, è per questo che sono venuto in India».
«È un pellegrinaggio?» chiese lui.
Dissi di no. O meglio, sì, ma non nel senso religioso del termine. Semmai era un itinerario privato, come dire?, cercavo solo delle tracce. […]

Photo: atuqtuq-askatu.blogspot.com

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La poesia salva la vita – Donatella Bisutti

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In Facebook ‘Se scrivo, sono‘ ha aperto la sua pagina dedicata alla poesia e agli aforismi perché, come raccomandava Johann Wolfgang Goethe: ‘Si dovrebbe, almeno ogni giorno, ascoltare qualche canzone, leggere una bella poesia, vedere un bel quadro, e, se possibile, dire qualche parola ragionevole.

Link: https://www.facebook.com/pages/Se-scrivo-sono/1555717244652086?ref=hl

Ma anche perché ho condiviso molto di quanto Donatella Bisutti ha scritto nel suo libro: ‘La poesia salva la vita. Capire noi stessi e il mondo attraverso le parole‘.

Molto affascinante!

Leggere le poesie non come ti insegnano a scuola, ma utilizzandole come chiavi per entrare nel mondo delle emozioni e aiutare a viverle e a esprimerle con creatività. Quella creatività posseduta da tutti e che spesso è abbandonata in un cassetto al buio mentre potrebbe salvare dal senso di noia, di inutilità e di malinconia.

Vi propongo l’inizio del capitolo Le parole sono oggetti:

«Un oggetto guardato in questo modo pare che dica “io”. Ma come lo dice? Certo non con le parole: esso ha solo una forma, colori, suoni, movimenti. E come potranno allora le parole e una poesia tradurre questo “linguaggio” che non è fatto di parole?

Questo è un altro “miracolo”: anche le parole possono diventare “oggetti”. Non avere cioè solo un significato, ma anche una forma, un colore, e magari anche un sapore o un modo di muoversi. Possono essere luminose o buie, lente o rapide.

Una parola come “raffica”, per esempio è veloce e turbina come un colpo di vento improvviso. E da cosa dipende? Da quelle f che soffiano.

[…] E “buio”, che oltre alla u ha una i rapida, è una parola che scivola via, proprio come un’ombra nel buio di quel vicolo, fino a sparire nel cerchio di quella o che la chiude in fondo.

Così ci sono parole veloci o lente, leggere o pesanti, tenere e aspre, carezzevoli o taglienti. Ci sono anche parole morbide o ruvide, lucide o opache, rigide o agili, scattanti o pigre. Questo succede se facciamo attenzione solo al loro suono, senza tener conto del significato.»

Solo un esempio. I capitoli sono man mano sempre più affascinanti e illustrati. Quello che più mi ha divertito è stato sicuramente Dal ritmo si può scoprire l’autore?

Beh, vi lascio in suspance. Chissà che non vi venga voglia di leggerlo!

Photo: www.ibiscomunicazione.it

Gli effetti secondari dei sogni – Delphine De Vigan

solitudine

Beh, eccoci qui. Ancora non ho preso il buon vecchio ritmo cadenzato dello scorso anno, ma ci sto lavorando! L’autrice che vorrei sottoporre alla vostra attenzione oggi è una scrittrice francese che ha sopportato il suicidio della madre e superato l’anoressia: Delphine De Vigan.
Una donna particolare che scrive delle sue esperienze di vita e che ha esordito nel 2001 con il romanzo autobiografico ‘Giorni senza fame’, utilizzando lo pseudonimo Lou Delvig, storia di una giovane donna di 19 anni e della sua guarigione dall’anoressia.
Il libro che vorrei consigliare però è quello che scrive nel 2007: ‘Gli effetti secondari dei sogni’ che narra la vita di una ragazza di tredici anni con l’aria di casa oppressa da un segreto di cui non si può mai parlare; che fatica a relazionarsi adeguatamente con compagni, insegnanti e, in genere, con il mondo intero, perché ha una mente troppo brillante; che frequenta classi avanzate, sicuramente adatte alla sua capacità intellettiva, ma non alla sua maturazione emotiva. Una ragazzina che rimane al bordo della vita altrui ad osservare tutta la gamma di emozioni che non riesce in prima persona a provare. Finché incontrerà un’altra ragazzina con il suo stesso sguardo e potrà iniziare finalmente un’amicizia.
Vi riporto questo brano che mi ha ricordato certi momenti della mia adolescenza. In fondo, geni compresi o meno, secondo me, a tutti capita di sentirsi, a volte, così:
“Da quando sono nata, mi sono sempre sentita al di fuori, dovunque fossi, fuori dall’immagine, dalla conversazione, sfasata, come se fossi la sola a sentire rumori o parole che gli altri non percepiscono, e sorda alle parole che invece sembrano sentire, come se fossi fuori dalla cornice, dall’altra parte di una vetrata immensa e invisibile.”

Photo: culture.you-ng.it

Shantaram – Gregory David Roberts

Gange

 

Scusate ma avendo terminato di leggere Shantaram mi sento particolarmente ‘orfana’.
Sarà la lunghezza (1177 pagine), sarà la bravura dell’autore, sarà la storia in sé o la folla dei personaggi così vividi, ma non riesco a staccarmene. Provo a leggere altro, ma ogni libro mi sembra un po’ insipido e torno a Shantaram. Un viaggio dentro l’India e dentro l’autore.
Vorrei proporvi il brano dove il protagonista ottiene il suo nome ‘di famiglia’ indiano (segno della massima integrazione di un uomo in una cultura non sua), che ho trovato non solo accattivante, ma anche divertente, gioioso, dolce e ironico:

“Avevo una possibilità di rinascere, di seguire il fiume interiore, di diventare l’uomo che avevo sempre voluto essere. Lo stesso giorno in cui mi spiegavano il “gioco della piena”, circa tre ore prima che rimanessi solo nella pioggia, la madre di Prabaker mi aveva raccontato di aver convocato una riunione delle donne del villaggio: aveva deciso di darmi un nuovo nome, un nome marathi, come il suo. Siccome vivevo nella casa di Prabaker, fu stabilito che il mio cognome dovesse essere Kharre. Siccome Kishan era il padre di Prabaker, e il mio padre adottivo, la tradizione imponeva che il suo nome diventasse il mio secondo nome. E siccome giudicavano che la mia indole fosse benedetta da una serena felicità – aveva concluso Rukhmabai – , le donne avevano deciso il mio primo nome. Shantaram, che significa “uomo di pace”, o anche “uomo della pace di Dio”.
Quei contadini avevano conficcato i bastoni nella terra della mia vita. Conoscevano il punto dentro di me in cui il fiume si sarebbe fermato, e lo avevano segnato con un nuovo nome. Shantaram Kishan Kharre. Non so se avevano scoperto quel nome nel cuore dell’uomo che credevano io fossi, o se l’avevano piantato come una pianticella di buon augurio, per farlo crescere e fiorire. Forse avevano scoperto la mia pace interiore, forse l’avevano creata loro. In ogni caso l’uomo che sono oggi nacque in quel preciso istante, mentre ero in piedi vicino ai “bastoni della piena” il viso rivolto al lavacro battesimale del monsone. Shantaram. L’uomo migliore che, lentamente e con troppo ritardo, cominciai ad essere.”

La tredicesima storia – Diane Setterfield

brughiera

Durante questa pausa festaiola, ho gironzolato parecchio per librerie. Per me, rimane emozionante, anche se gli ambienti cambiano e le librerie son sempre più ‘catene’, e mi sembra di non sentire più il profumo dei libri… M’ha colpito scoprire che da agosto 2014 era disponibile in italiano il secondo libro della scrittrice britannica Diane Setterfield ‘Le nere ali del tempo’.
Nel 2007 era uscito ‘La tredicesima storia’ libro che mi ha trascinato, mio malgrado, fino alla fine con sottile fermezza e con garbo affascinante. La storia s’incentrava sulla vita di una grande scrittrice, Vida Winter (non cercatela in internet, è frutto della fantasia della Setterfield) che si era ritirata e non si curava più del mondo, nel tentativo di mantenere il segreto della sua vita e del suo libro.
Ma le voci attorno al mistero che avvolgeva il suo romanzo non scemavano e dopo anni di varie e inverosimili spiegazioni le chiacchiere continuavano. Perché il suo Best Sellers, intitolato ‘Cambiamento e disperazione, tredici racconti’ ne conteneva solo dodici? Perché nelle edizioni successive il titolo era stato cambiato in ‘Cambiamento e disperazione’, senza più menzionare il numero dei racconti?
La Winter, per disvelare davvero il mistero fa chiamare la protagonista Margaret Lea, libraia e biografa a tempo perso, raccontandole la vera storia della sua vita.
M’aveva affascinata soprattutto la capacità della Setterfield di disseminare le pagine di piccole tensioni, di colpi di scena appena riconoscibili, garbati e sottilmente inquietanti che ti costringevano a leggere a leggere a leggere….
Come in questo brevissimo passo che m’è rimasto in mente: “Sentii la porta aprirsi. L’uomo, senza scambiare una parola con Judith, scomparve all’interno.
Più tardi, Miss Winter mi raccontò la storia di Merrily e della carrozzina.”

Intrigante. Ne ho un così bel ricordo!!!
Chissà se devo comprare ‘Le ali nere del tempo’? Sarà alla stessa altezza?
Mi sa che prima o poi lo piglierò. Sempre che le regole commerciali delle catene mi permettano di ritrovarlo. Mi sa che domattina andrò a pigliarmi la copia che ho visto. Poi si vedrà.

Photo: http://www.oasidellibro.it

Shantaram – Gregory David Roberts

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Si torna al lavoro! Dopo la pausa – lunghetta in verità, mi accorgo ora – delle feste.
Sto quasi finendo di leggere un libro magico. No. Non è il libro che dà istruzioni per bacchetta e pozioni. Sicuramente è reale e realistico, ma ciò che ne fa una magia è la capacità dell’autore di farmi sprofondare nel suo animo e di seguire i saliscendi dei suoi sentimenti. Di strapparmi alla quotidianità e a farmi vedere altro. Il libro s’intitola ‘Shantaram’ ed è stato pubblicato nel 2003 (ma si trova facilmente in tutte le librerie anche adesso) scritto da Gregory David Roberts e ambientato in India, Bombay soprattutto, con puntate nell’entroterra e un viaggio di guerra in Afghanistan.
Oggi vi cito questo pezzetto che mi ha colpito molto ieri sera: ‘Riflettevo spesso sul mio passato tormentoso e sui dolori e le promesse del presente, ma non riuscivo a proiettarmi con fiducia, fede o abbandono nel futuro. Mancava qualcosa: un elemento, una prova, una prospettiva diversa che mi rendesse tutto chiaro. Ero sicuro che esistesse, ma non riuscivo a individuarla.’ Adoro la facilità con cui descrive il suo sentire e come mi permette di rispecchiarmi facilmente nell’incertezza di un futuro imminente e incombente.