La nave di Teseo – J. J. Abram; Doug Dorst

la nave di teseo

Come diceva Hemingway: scrivere è architettura non decorazione d’interni.

Ho appena ricevuto in regalo (waw!!!) un’equilibrismo di architettura letteraria, sembra. Si tratta del romanzo La nave di Teseo scritto apparentemente da V. M. Straka, tradotto, sempre in apparenza, da F.X. Caldeira. Un libro che così, a primo acchito, sembra avere cinque o sei voci narranti che raccontano tutte assieme in ogni pagina ognuno la propria storia!

Ho quasi paura di leggerla tutta questa strabiliante invenzione di J. J. Abrams (creatore di Lost) fisicamente tradotta in parole da Doug Dorst, romanziere americano, per paura di trovarvi alla fine una grande fregatura.

Vi saprò dire come andrà, ma mi ci vorrà del tempo visto che ieri pomeriggio in due ore sono riuscita a venire a capo di ben otto pagine!!!

Vi ho depistato? Fatto venire il nervoso? O il mal di testa? Per correttezza aggiungo link esplicativo, anzi, meglio due link esplicativi:

http://www.vanityfair.it/show/libri/14/12/15/s-la-nave-di-teseo-libro-jj-abrams-doug-dorst-come-leggerlo

http://www.letteratura.rai.it/articoli/jj-abrams-e-la-nave-di-teseo-lesperimento-letterario-del-creatore-di-lost/25763/default.aspx

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La luna e i falò – Cesare Pavese

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Un libro che ho amato molto e che mi ha aiutato a capire meglio me stessa è stato senza dubbio ‘La luna e i falò‘ di Cesare Pavese. Il romanzo analizza l’animo del personaggio che ritorna, dopo essersi allontanato, dalla propria terra d’origine per emigrare in America in cerca di fortuna. Vero che oggi molti vanno e tornano velocemente e che ovunque si sentono padroni del loro presente e della loro camera d’albergo. Però questo è spostarsi per le vacanze. Muoversi per lavoro.
Il vero andare è abbandonare a malincuore la propria terra perché nei luoghi che amiamo profondamente non riusciamo a trovare un vero posto per noi, un rifugio che contenga le nostre esigenze materiali, psicologiche ed emotive. È un dover partire, che non paragono a quello dei clandestini che sbarcano da noi tutti i giorni perché il loro emigrare è più tragico. Fuggono non solo dalla mancanza di lavoro e prospettive, ma anche da guerre, da odi razziali e religiosi.
Ne ‘La Luna e i falò’, Anguilla ritorna nelle sue Langhe a ritrovare la sua infanzia, misera, di trovatello. Ma tutto è mutato ai suoi occhi. Tutto è diverso. Un mondo nuovo eppure uguale.
O un grande vuoto incolmabile, come sembra testimoniare lo stesso suicidio di Pavese dopo pochi mesi dalla pubblicazione di questo romanzo.

Così mi misi per il prato e costeggiai la vigna, che tra i filari adesso era a stoppia di grano, cotta dal sole. Per quanto, dietro la vigna, invece dell’ombra nera dei noccioli, la costa fosse una meliga bassa, tanto che l’occhio ci spaziava, quella campagna era ben minuscola, un fazzoletto. Cinto mi zoppicava dietro e in un momento fummo al noce. Mi parve impossibile di averci tanto girato e giocato, di là alla strada, di esser sceso nella riva a cercare le noci o le mele cadute, aver passato pomeriggi interi con la capra e con le ragazze su quell’erba, aver aspettato nelle giornate d’inverno un po’ di sereno per poterci tornare – neanche se questo fosse stato un paese intiero, il mondo. Se di qui non fossi uscito per caso a tredici anni, quando Padrino era andato a stare a Cossano, ancor adesso farei la vita del Valino, o di Cinto. Come avessimo potuto cavarci da mangiare, era un mistero. Allora rosicchiavamo delle mele, delle zucche, dei ceci. La Virgilia riusciva a sfamarci. Ma adesso capivo la faccia scura del Valino che lavorava lavorava e ancora doveva spartire. Se ne vedevano i frutti – quelle donne inferocite, quel ragazzo storpio.
Chiesi a Cinto se i noccioli li aveva ancora conosciuti. Piantato sul piede sano, mi guardò incredulo, e mi disse che in fondo alla riva ce n’era ancora qualche pianta. Voltandomi a parlare, avevo cisto sopra le viti la donna nera che ci osservava dall’aia. Mi vergognai del mio vestito, della camicia, delle scarpe. Da quanto tempo non andavo più scalzo?

 

Photo: Campo di grano con corvi – Van Gogh

Agnes Grey – Anne Brontë

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Ho riletto da poco ‘Agnes Grey‘ di Anne Brontë, la più giovane e meno famosa delle tre sorelle (Charlotte, la più vecchia, ha scritto ‘Jane Eyre’ ed Emily, invece, ‘Cime tempestose’). Mi fanno molta tenerezza, devo dire, queste sorelle dalla vita così travagliata e morte piuttosto giovani, che scrivono romanzi che potrebbero essere racconti della loro vita. Anzi che in fondo lo sono proprio, pezzi della loro vita.
Anne è spesso autobiografica nel delineare Agnes Grey e attraverso il suo personaggio riesce ad analizzare e a giudicare, con severità direi, la ‘buona società’ dell’epoca, ipocrita e superficiale. La scrittura di Anne coinvolge senza dubbio, eppure le storie delle signorine inglesi dell’epoca, in generale, mi lascino l’impressione del romanzo rosa più che quella del romanzo di denuncia.
Sarà che all’epoca le donne dovevano sposarsi per forza e quindi matrimonio e sentimento sono sempre al centro di queste storie?

«Non mi sembra che voi abbiate mostrato molta cura» rispose con una risatina amara «uccidendo tutte quelle povere bestie in quel modo terribile e facendo tanto soffrire il povero ragazzo per un capriccio.»
Ritenni prudente non aggiungere altro.
Non ero mai stata tanto vicina a una lite con la signora Bloomfield; e non avevo mi scambiato tante parole con lei in una sola volta dal giorno del mio arrivo.
Ma il signor Robson e la vecchia signora Bloomfield non erano i soli ospiti il cui arrivo a Wellwood Hose mi creasse problemi; ogni visitatore me ne creava; non tnto perché non si curavano di me (sebbene la loro condotta sotto tale punto di vista, mi sembrasse strana e sgradevole), quanto perché mi riusciva impossibile tenere tenere lontani i bambini, come mi veniva ripetutamente richiesto di fare: Tom voleva ad ogni costo parlare con loro, e Mary Ann voleva essere ammirata. Nè l’uno é l’altra avevano alcun senso di vergogna o soltanto di comune modestia. Interrompevano chiassosamente e senza nessun rispetto la conversazione degli adulti, li indispettivano con le domande impertinenti, si appendevano al collo degli uomini, gli si arrampicavano sulle ginocchia senza essere richiesti, gli stavano sempre attorno o cercavano nelle tasche, tiravano il vestito alle signore, le spettinavano, rovinavano i colletti e le infastidivano chiedendo i gioielli.

Photo: cipriaemerletti.blogspot.com

Consigli sulla felicità – Arthur Schopenhauer

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Ci sono alcuni libri che che la storia ha consacrato come successi e che dovrebbero essere letti da tutti, non dico solo dagli amanti della lettura, da chi vuole imparare a scrivere bene, dagli ‘addetti ai lavori’ o dai poveri studenti di liceo. Da tutti. Perché sono libri molto comprensibili e molto facili da leggere, essendo scritti da geni o quasi. Che ne dite per esempio di Arthur Schopenhauer ‘Consigli sulla felicità‘? Le riflessioni che vi trovate sono utili, molto utili a tutti, davvero! A chi vuole costruire determinati personaggi, ma anche a chi vuole realmente provare ad essere felice. Lo so a tutti manca il tempo per leggere…

L’invidia è un impulso naturale dell’uomo: ma è al tempo stesso un vizio e una disgrazia. Perciò dobbiamo considerarla nemica della nostra felicità e cercare di soffocarla come un dèmone maligno. A questo scopo possono esserci di guida le belle massime di Seneca: «Rallegriamoci delle cose che abbiamo senza fare confronti: mai sarà felice colui che si tormenta perché c’è qualcuno più felice»; e anche: «Quando guardi a quanti ti stanno davanti, pensa a quanti stanno dietro di te»: dunque dobbiamo badare maggiormente a coloro che stanno peggio di noi che non a coloro che sembrano star meglio. Persino nel caso di mali realmente gravi, il confronto più efficace, benché scaturito dalla medesima fonte dell’invidia, ci verrà dalla considerazione di sofferenze maggiori delle nostre, oltre che dal contatto con quelli che si trovano nelle nostre stesse condizioni, ossia con i socii malorum [compagni di sventura].
Questo per quanto riguarda il lato attivo dell’invidia. Quanto al lato passivo, c’è da considerare che nessun odio è così implacabile com l’invidia, perciò non dovremmo adoperarci con tanta costanza e zelo per suscitarla; faremmo meglio invece a rinunciare a questo piacere, come a parecchi altri, per le sue pericolose conseguenza.

Photo: http://www.efficacemente.com

Loriana

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Camminava, come al solito, con il viso affondato tra le pagine del libro. 1Q84 di Haruki Murakami, in quell’occasione, e non fece attenzione. Sbatté con foga contro l’uomo che, distratto da pensieri e problemi, camminava veloce sul marciapiede senza accorgersi di lei.
La forza dell’urto delle disattenzioni li fece cadere entrambi seduti a terra con le gambe larghe, come bambini sorpresi. E come bambini, risero entrambi riconoscendosi dopo la prima occhiataccia rabbiosa: «Beh, Loriana, sempre e solo tu che cammini nel mondo mentre leggi le favole!» Continua a leggere

La casa in collina – Cesare Pavese

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Romanzo autobiografico: Cesare Pavese ‘La casa in collina‘. Il protagonista è Corrado, un irresoluto intellettuale arroccato in una solitudine scelta e ribadita, che non vorrebbe schierarsi, ma ritrovare pace e serenità nonostante i tempi burrascosi della Resistenza. Si allontana dal mondo cittadino in fermento e si rifugia nelle colline dove aveva passato l’infanzia. Purtroppo la guerra arriva ovunque. Raggiunge ogni essere vivente. Anche chi, come Pavese, vorrebbe rimanerne estraneo.

A metà costa di quella collina, mi attendeva un gruppetto di case nitide, sullo stradone per cui mi arrampicavo. Avevo già raggiunto e superato un contadino coi suoi due buoi aggiogati. Mi raggiunse a sua volta il ruggito di un motore d’autocarro, mi volsi e vidi la gran nuvola di fumo; poi comparvero due grossi furgoni, veloci e svolazzanti, pieni di baschi grigioverdi e cartucciere e facce scure. Chinai la testa alla ventata. Se mi avessero sparato una scarica addosso, l’urto e il furgone eran gli stessi.
Non si voltarono a guardarmi, eran spariti. Mentre seguivo mentalmente la volata dei fascisti – mi chiesi se andavano fino al santuario, se qualcosa accadeva nei paesi lassù – pensavo ancora all’impressione di scoppio, di bomba, che m’avevano fatto.
Ma un colpo esplose, vicinissimo, in capo alla strada. Una raffica e un colpo. Poi urlacci, altri colpi di fuoco. I motori s’erano fermati; l’aria vibrava dei ronzii dolenti delle pallottole. -Arrendetevi, – urlò una voce. Ci fu una pausa, un silenzio profondo, poi ripresero i tonfi e gli scoppi, e i sinistri ronzii come fili d’acciaio guizzanti sui pali delle vigne.
Ero saltato dietro i tronchi, e ad ogni colpo indietreggiavo, mi chinavo, mi appiattivo nell’erba; nelle pause correvo a ritroso la strada. Il crepitio continuava, botte nette e mortali. Vidi in fondo alla strada quel contadino, fermo insieme ai suoi buoi.

 

 

Photo: http://www.spaziogoa.com

Nel Labirinto – Alain Robbe-Grillet

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Dopo la verista Deledda con la sua spiccata capacità di analisi dell’animo umano, voglio consigliarvi di leggere uno sperimentatore: Alain Robbe-Grillet con il suo ‘Nel Labirinto’ del 1959, afferma che le realtà e le cose rimangono quelle che sono, nonostante gli sforzi di un, seppur bravo, narratore. Quindi il contatto con la realtà potrà avere solo carattere inventariale o geometrico e costringerà l’autore all’utilizzo di una parola priva di mistificazioni letterarie.
L’etichetta con cui viene solitamente archiviato Robbe-Grillet è “realista” o “fenomenologico” ma potremo dire che lui è un grande fan del visivismo, che ama raccontare, cioè, il personaggio non attraverso le emozioni che lo distinguono, ma solo descrivendo le cose che vede attorno a sé. Descrivendo tutto fin nelle più piccole particelle. Alain Robbe-Grillet divenne anche sceneggiatore e regista. Quello che il suo modo di scrivere mi trasmette è una sottile sensazione di attesa che qualcosa avvenga alla frase dopo, alla scena successiva, al capitolo dopo…

L’ambiente è sensibilmente lo stesso: uno stretto corridoio verniciato di marrone scuro fino a mezza altezza, e poi d’un crema incerto che copre anche il soffitto, molto elevato. Ma le porte sono più numerose, tanto a destra che a sinistra, sebbene identiche a quelle di prima per dimensione e colore: scure, alte, piuttosto strette. Il corridoio è probabilmente più lungo. La lampadina è la stessa, rotonda, di scarsa luminosità, appesa all’estremità del filo a treccia. Il pulsante della minuteria, di porcellana bianca, si trova giusto nell’angolo del corridoio con la scala. I due uomini camminano lentamente, l’uno dietro all’altro. Il primo, quello che porta una vecchia giubba da caporale, ha appunto premuto il pulsante, passando (al pianterreno quindi non ce n’era uno, se la scala hanno dovuta farla al buio?); ma del sistema così messo in moto non s’è udito che lo scatto iniziale: il debole ticchettio successivo è stato coperto dal rumore degli scarponi chiodati sugli ultimi gradini, che il soldato saliva più spedito che poteva vederci. La sua guida, davanti a lui, porta scarpe dalle suole di gomma, e il fruscio dei suoi passi è appena percettibile. L’uno dietro all’altro, i due uomini passano davanti alle porte chiuse, che s’allineano alte e strette a destra e a sinistra, con la loro maniglia di porcellana bianca, brillante, che spicca sulla vernice scura e ripete di distanza in distanza l’immagine puntiforme della lampadina appesa al soffitto.

Photo: http://www.fotocommunity.it

Elias Portolu – Grazia Deledda

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Un libro verista, per chi ama leggere e scrivere di cose concrete? Grazia Deledda ‘Elias Portolu‘. Non ho letto molto di quest’autrice sarda, premio nobel per la letteratura, che utilizza come protagonisti esseri umani fragili, non in grado di opporsi alla forza delle proprie passioni e che, quindi, cadono inevitabilmente nell’errore.
Queste tematiche, che in realtà vanno oltre i canoni del verismo, sono la peculiarità della Deledda, ma anche ciò che mi allontana dalla sua scrittura, preferisco i personaggi che combattono sempre!
Imprescindibili comunque ‘Canne al vento‘ e questo ‘Elias Portolu‘.
Il protagonista è un pastore della Barbagia che, dopo essere stato condannato e aver scontato la pena, ritorna nella sua terra natia e cerca di ricominciare una vita serena. Ma s’innamora, ricambiato, della moglie del fratello Pietro. Elias e Maddalena quindi tradiscono e lei rimane incinta, ma Elias non vuole riconoscere il bambino nemmeno dopo la morte del fratello, perché ha deciso di diventare prete. Quel che affascina è la capacità della Deledda di esprimere l’inquietudine estrema e la forza del desiderio che la natura riesce ad infondere nell’essere umano.

Elias si sentiva triste; non sapeva come cominciare, e si guardava ostinatamente le mani; zio Martinu capì in quale stato d’animo si trovava il suo giovane amico, e cercò di trarlo d’imbarazzo.
«Elias Portolu», disse gravemente, «io so quello che vuoi dirmi. Maddalena è innamorata di te.»
«Zitto!» disse l’altro con spavento, mettendogli la mano sul braccio. «Ogni piccola macchia porta piccole orecchie!» aggiunse tosto, per scusare il suo turbamento.
«Sì», rispose con voce grave il “padre della selva”, «ogni piccola macchia, ogni albero, ogni pietra porta orecchie. E che per ciò? Ciò che io ho detto e che dirò lo può ascoltare chiunque, cominciando da Dio che è lassù, e terminando nel più misero servo Maria Maddalena ti ama, tu l’ami; unitevi in Dio, perché egli vi ha creato l’uno per l’altra.»
Elias lo guardava trasognato; ricordava il colloquio avuto con prete Porcheddu, i consigli, gli avvertimenti avuti in quella indimenticabile notte di San Francesco. A chi dare ascolto?
«Ma è la sposa di mio fratello, zio Martinu!».
«E se è la sposa di tuo fratello? Lo ama forse? No. Dunque non è sua e non sarà mai sua secondo le leggi del Signore. Il matrimonio d’amore è il matrimonio di Dio, quello di convenienza è il matrimonio del diavolo. Salvati, Elias Portolu, e salva la colomba, come la chiama tuo padre. Maria Maddalena accettò Pietro perché glielo imposero, perché egli aveva grano, perché aveva orzo, fave, casa, buoi, terre. Il diavolo operava. Ma Dio aveva destinato altrimenti. Egli ti fece tornare, ti fece incontrare con la ragazza: vi siete visti, vi siete amati, pur sapendo che secondo i pregiudizi degli uomini non potvate neppure guardarvi. Non senti tu in questo una forza superiore all’uomo, che gli addita la sua via? Non è la mano di Dio? Pensaci bene, Elias Portolu; ci pensi; pensato ci hai?».
«È vero. Ma pietro è mio fratello».
«Siamo tutti fratelli, Elias Portolu. Pietro non è uno stupido, egli capisce la ragione. Va, digli: “Fratello mio, io amo la tua sposa e lei mi ama; che pensi di fare? Vuoi rendere infelice fratello tuo e quell’altra creatura innocente?”».
Elias sentì freddo al solo pensiero di parlar così a suo fratello, e scosse la testa con dolore e con terrore.

Un caldo bagno di sangue – Giovanni Papini

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Beh, che dire? Ogni tanto rispunta dalle ‘sudate carte’ (ahi, ahi, si mette male!) qualche autore studiato a scuola e bellamente dimenticato un secondo dopo la fine dell’interrogazione. Bisogna dire però che è utile ritrovarlo, un brano così! Puoi renderti conto che effettivamente c’era un suo perché se l’avevi lasciato scivolare nell’oblio senza colpo ferire, no?
Parlo di ‘Un caldo bagno di sangue’ scritto da Giovanni Papini e pubblicato sulla rivista Lacerba nel 1914.

‘Finalmente è arrivato il giorno dell’ira dopo lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell’anime per la ripulitura della terra.
Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l’arsura di agosto; e una rossa svinitura per le vendemmie di settembre; e una muraglia di svampate per i freschi di settembre.
È finita la siesta della vigliaccheria, della diplomazia, dell’ipocrisia e della pacioseria. I fratelli son sempre buoni ad ammazzare i fratelli! I civili son pronti a tornar selvaggi; gli uomini non rinnegano le madri belve.
Non si contentano più dell’omicidio al minuto.
Siamo troppi. La guerra è un’operazione Malthusiana. C’è un di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un’infinità di uomini che vivevano perché erano nati; che mangiavano per vivere, che lavoravano per mangiare e maledicevano il lavoro senza il coraggio di rifiutar la vita.
Fra le tante migliaia di carogne abbracciate nella morte e non più diverse che nel colore dei panni, quanti saranno, non dico da piangere, ma da rammentare? Ci metterei la testa che non arrivano ai diti delle mani e dei piedi messi insieme. E codesta perdita, se non fosse anche un guadagno per la memoria, sarebbe a mille doppi compensata dalle tante centinaia di migliaia di antipatici, farabutti, idioti, odiosi, sfruttatori, disutili, bestioni e disgraziati che si son levati dal mondo in maniera spiccia, nobile, eroica e forse, per chi resta, vantaggiosa.’

Beh, basta così. Vi risparmio il resto del pezzo. Ogni epoca ha i suoi straordinari guerrafondai!

L’Aquila bianca

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Domenica 11 gennaio Daria rientrò tardi. Ritemprata da una lunga, solitaria e primitiva settimana di ferie nella vecchia bicocca tra i monti, ereditata dalla nonna due anni prima.
La piccola e isolata baita resisteva all’incuria al confine del bosco di pini, abeti e larici, accoccolata alle pendici della conca, sulla riva sinistra del torrentello a poca distanza dalla foce. Continua a leggere