L’Aquila bianca

il-caos-03-1000

Domenica 11 gennaio Daria rientrò tardi. Ritemprata da una lunga, solitaria e primitiva settimana di ferie nella vecchia bicocca tra i monti, ereditata dalla nonna due anni prima.
La piccola e isolata baita resisteva all’incuria al confine del bosco di pini, abeti e larici, accoccolata alle pendici della conca, sulla riva sinistra del torrentello a poca distanza dalla foce.
Non c’era corrente elettrica, né linea telefonica. L’iPhone e l’iPad non potevano connettersi. Il mondo rimaneva fuori.
Appena tre stanze: ingresso – salotto – cucina, camera da letto e bagno (per fortuna il nonno aveva avuto il buon senso di ottenere l’allacciamento alla rete idrica e fognaria!).
Unici lussi: le due vecchie stufe, quella pratica della cucina economica per cucinare, appunto, e quella tutta nobiltà e bellezza, di maiolica bianca con raffinati disegni geometrici. La sua silhouette occupava lo stretto spazio di muro tra la camera da letto e il bagno così scaldava entrambe le stanze e spiccava come un diamante dai variopinti scintillii incastonato in una montatura di plastica.
Daria era arrivata il lunedì precedente, era passata al micro supermercato del paesetto più vicino a fare rifornimento. Era chiuso in quel periodo dell’anno, ma il nonno le aveva presentato i proprietari e capitava spesso che andassero direttamente a casa loro per poi passare tutti assieme nel minimarket a fare la spesa, scambiandosi novità sulle rispettive vite.
Daria era molto arrabbiata e frustrata. La signora Angelina aveva notato i suoi scatti nervosi e la rabbia trattenuta a stento. Le aveva anche chiesto come andava al lavoro, ma Daria aveva preferito non parlarle del dolore che sentiva per quell’ingiusta promozione del Righetti a direttore del giornale dove lavorava. Si sarebbe sentita umiliata a raccontarle quella sconfitta. Alla fine pagò e si allontanò in fretta, mentre Angelina chiamava suo figlio Rudy, guardia forestale, e gli raccomandava di passare ogni tanto a controllare, a distanza, la Daria.
L’odiato Righetti, proprio a lui dovevano dare la promozione! Chi più di lei se la meritava? Chi più di lei aveva fatto carte false per la proprietà e lavorato anche 90 ore a settimana pur di conquistare il suo meritato premio: la direzione? E quelli l’affibbiavano a Righetti, non per le sue qualità, capacità e competenze, ma solamente perché era un maschio! Che nervi!
Arrivata alla baita scoprì che l’accesso era ricoperto, per fortuna, da uno strato sottile di neve, ma che c’era poca legna tagliata per alimentare le stufe. Quando un paio d’ore più tardi Rudy passò inosservato vicino al rifugio, vide Daria che faceva volare proiettili di legno mentre spaccava con la vecchia accetta dal manico liso e liscio una buona quantità di ciocchi.
Alla fine si sentì esausta e si ritrovò a fianco un alto mucchio di pezzi di legno da riordinare. Ma il nervoso se n’era andato e la casa, al crepuscolo delle cinque, era calda e accogliente.
Decise che era stata una saggia decisione quella di allontanarsi per un po’.
In effetti, a parte le vesciche alle mani per la troppa legna tagliata, quella settimana da sola con i libri che da tempo aveva accumulato sul comodino senza mai il tempo per leggerli, gli appunti per il suo libro che non riusciva a trovare il tempo di terminare e le interminabili tazze di the bollente, aveva rimesso la questione ‘promozione Righetti’ ad una giusta distanza, o almeno le aveva permesso di guarire tanto da poterci pensarci senza farsi venire la voglia di uccidere qualcuno.
A Daria, quella domenica 11 gennaio, parve d’essere rientrata da un viaggio nel tempo. Un salto temporale traumatico dal 1893 (anno inciso sulla trave che reggeva il tetto della baita) al 2015.
Il giorno dopo doveva rientrare al giornale.
Il suo appartamento le sembrò immenso, lussuoso e comodo.
L’accensione delle luci con un click! Il tepore sparso per tutta la casa dal riscaldamento a pavimento! L’agio di una doccia! Riscaldarsi la tardiva cena al microonde!
Poggiò il borsone sul tappeto in mezzo all’ingresso e decise di abbandonarlo lì.
Prima cosa: lavarsi e mangiare!
Fu tentata di accendere la radio per iniziare a rimettersi in pari con le notizie, ma poi decise di aspettare. Si spogliò, mise i vestiti che indossava e che odoravano di fumo, cibo e un po’ anche di sudore nel cesto della biancheria sporca e si ficcò sotto il getto caldo! Vi rimase a lungo, assaporando il calore, il profumo intenso del bagnoschiuma e dello shampoo che usava abitualmente e che nel negozio del piccolo centro montano non aveva trovato.
Si avvolse nel morbido e profumato accappatoio bianco e infilò i piedi nelle ciabatte di spugna bianca. Tamponò i capelli corti, dal taglio maschile e pratico, in un asciugamano e poi via, una passata di fon, un paio di tiratine con la spazzola! Asciutti!
Alla baita ci mettevano un’ora, anche se si sedeva con la schiena appoggiata alla stufa a leggere!
Stese su tutto il corpo un sottile strato di crema idratante e sentì la pelle rilassarsi e ammorbidirsi.
Indossò la tuta da casa in morbida ciniglia nera, chiuse la cerniera e si sentì splendida, carica e in vena di farla pagare a quelli del giornale.
In cucina aprì il grande frigo all’americana e dal reparto surgelati pescò la pizza con le verdure grigliate. Cinque minuti in microonde e la casa profumava di cibo buono, stuzzicandole l’appetito. Stese sul tavolo la tovaglietta bordeaux con il tovagliolo coordinato ricamato con una farfalla leggera e gialla, sfornò la pizza sul piatto, si sedette e si gustò il cibo e il silenzio.
Sarebbe durato poco. Appena finito avrebbe riattivato tutti i media che la tenevano costantemente aggiornata e a stretto contatto con il pulsante mondo delle news che lei s’immaginava fremente e pronto ad invadere i suoi spazi.
La settimana le era stata necessaria per poter rientrare la mattina dopo al lavoro con il sorriso e una brillante nonchalance da sfoderare in faccia al neo promosso direttore.
Ma non poteva permettersi ignoranze di alcun tipo e l’indomani avrebbe dovuto essere la più informata di tutti. Che nessuno si sognasse di farla sentire una vittima o pensasse di vederla vinta! Lei avrebbe sempre combattuto!
Masticò lentamente mangiando con cura mentre rileggeva ‘L’Aquila bianca’, il suo manoscritto non ancora completato, nonostante il lavoro che vi aveva aggiunto in quella settimana. Quando finì lavò bicchiere, piatto e posate. Ripose tutto con ordinata calma. Anche la tovaglietta e il tovagliolo, pur di dilatare fin quasi all’impossibile il suo spazio di recupero.
Si stiracchiò, sazia, e andò nell’ampio salotto. Guardò la città dall’alto attraverso la grande vetrata. Respirò a fondo sentendo già l’adrenalina delle notizie inondarle la testa. Di nuovo sicura di sé e delle sue capacità, pronta a tutto, respirò a fondo e accese il televisore, l’iPhone, l’iPad e il portatile.
La rete le restituì la cacofonia di centinaia di messaggi, e-mail, post e tweet e la visione fuggente di centinaia d’immagini violente che si avvicendavano su display e monitor. Le prime parole che distinse furono: je suis charlie corredate da disegni di matite spezzate. L’attacco virale postumo dei social media. Chiaramente una rievocazione dell’attentato alle torri gemelle.
Mille foto, scatti e disegni di uomini a volto coperto con armi in mano e vittime a terra, di feriti soccorsi, di ambulanze rallentate dalla folla di polizia e agenti, arrivati, non per colpa, troppo tardi.
Procedette con ordine: consultò cronologicamente il sito Ansa e rilesse molte pagine dei quotidiani più attendibili.
Entro poco, ebbe un’idea chiara dell’accaduto: 7, 8, e 9 gennaio: tre giorni di guerra religiosa. Decine di morti e feriti. Un nuovo shock per il mondo.
Parigi sotto attacco: Decimata la redazione di Charlie Hebdo, il settimanale satirico, il più caparbiamente satirico, nei confronti di ogni tradizione religiosa e ogni pensiero di destra, soprattutto a scapito di Cristianesimo, Ebraismo e Islam.
Porte de Vincennes: attacco ad uno dei supermercati della catena kosher Hypercacher, solo perché di ebrei.
Dodici morti e undici feriti per Charlie, quattro morti per il supermercato.
Immediatamente le vennero in mente le parole di Victor Hugo: ‘La libertà comincia dall’ironia’.
Purtroppo, però, la libertà globale era stata defraudata un’altra volta, e nuovi lutti spargevano odio e dolore sotto le mentite spoglie della guerra di religione. Ogni fanatico è crudele.
Ricordò a memoria i vecchi attentati che costituivano l’argomento principale del suo ‘L’Aquila bianca’: 1993, New York: sei morti e 1042 feriti; 1998, bombe contro ambasciata USA in Tanzania e in Kenia: 224 morti e 4000 feriti; 2001 spezzate le torri gemelle: 3000 morti; 2002 Bali scoppio di bombe in un locale frequentato da occidentali: 202 morti; 2004 Madrid bombe: 191 morti e 2000 feriti; nello stesso anno in Olanda viene ucciso Theo van Gogh… e tutti gli altri.
Sempre più difficile individuare il nemico, anche. Attentatori di nazionalità francese o cresciuti in Francia che attaccano, in Francia, presunti nemici di quella religione islamica così magmatica e instabile, così incontrollabile e non riconducibile ad un solo capo carismatico, dal potere spezzettato tra i vari imam, teologi o saggi o capi tribù. Ognuno può lanciare un anatema, mentre gli altri possono prendere decisioni opposte.
Daria pensava anche ad altri uccisori: i ragazzini che arrivano a scuola con l’arma di papà e uccidono compagni e professori. Le madri che ammazzano i figli, i padri che trucidano la famiglia, le sette che si suicidano… O a persone come Anders Behring Breivik, cristiano fondamentalista, che il 22 luglio 2011 in Norvegia uccide 77 persone prima che riescano a fermarlo. Dichiarerà che ha voluto attaccare: «La nostra società “così aperta”.»
Daria fu percorsa da un lungo brivido. S’alzò e andò a prendere il suo ‘L’Aquila Bianca’. Lesse le prime frasi che vi aveva scritto:
«Mi spaventano gli attacchi. Qualunque tipo di attacco. Perché significa che in un momento qualsiasi esseri umani esattamente come me, possono perdere la capacità di sentirsi parte della comune razza umana. Possono perdere la capacità di controllare i loro sentimenti o il loro vuoto interiore e possono abbracciare un estremismo. Mi spaventano gli attacchi perché in ogni cultura, religione o stato, nessuno riesce mai a prevedere la loro esplosione.
Sarà a causa della sfrangiata e logora struttura dei rapporti sociali, sarà la crisi che acuisce i disagi, sarà la fame di popoli governati da sceicchi dalle auto d’argento massiccio; saranno le forti ondate d’immigrazione clandestina; fatto sta che siamo sempre più e sempre più spesso esposti alla pazzia del singolo. Siamo così tristemente impotenti di fronte ad una sola mente che schizza, da subire attacchi impensabili e altamente deflagranti!
Sono convinta che in realtà la responsabilità sia sempre e solo del singolo che impazzisce, che si fa scheggia incontrollabile mentre tutti gli altri, il mondo intero, diventano allibiti e impotenti spettatori della danza macabra.
Forse anche tutto questo, in realtà, potrebbe essere fermato seguendo la teoria del Cigno Nero?»

Photo: http://www.gicleeart.it

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...