La luna e i falò – Cesare Pavese

Vincent_van_Gogh_(1853-1890)_-_Wheat_Field_with_Crows_(1890)

Un libro che ho amato molto e che mi ha aiutato a capire meglio me stessa è stato senza dubbio ‘La luna e i falò‘ di Cesare Pavese. Il romanzo analizza l’animo del personaggio che ritorna, dopo essersi allontanato, dalla propria terra d’origine per emigrare in America in cerca di fortuna. Vero che oggi molti vanno e tornano velocemente e che ovunque si sentono padroni del loro presente e della loro camera d’albergo. Però questo è spostarsi per le vacanze. Muoversi per lavoro.
Il vero andare è abbandonare a malincuore la propria terra perché nei luoghi che amiamo profondamente non riusciamo a trovare un vero posto per noi, un rifugio che contenga le nostre esigenze materiali, psicologiche ed emotive. È un dover partire, che non paragono a quello dei clandestini che sbarcano da noi tutti i giorni perché il loro emigrare è più tragico. Fuggono non solo dalla mancanza di lavoro e prospettive, ma anche da guerre, da odi razziali e religiosi.
Ne ‘La Luna e i falò’, Anguilla ritorna nelle sue Langhe a ritrovare la sua infanzia, misera, di trovatello. Ma tutto è mutato ai suoi occhi. Tutto è diverso. Un mondo nuovo eppure uguale.
O un grande vuoto incolmabile, come sembra testimoniare lo stesso suicidio di Pavese dopo pochi mesi dalla pubblicazione di questo romanzo.

Così mi misi per il prato e costeggiai la vigna, che tra i filari adesso era a stoppia di grano, cotta dal sole. Per quanto, dietro la vigna, invece dell’ombra nera dei noccioli, la costa fosse una meliga bassa, tanto che l’occhio ci spaziava, quella campagna era ben minuscola, un fazzoletto. Cinto mi zoppicava dietro e in un momento fummo al noce. Mi parve impossibile di averci tanto girato e giocato, di là alla strada, di esser sceso nella riva a cercare le noci o le mele cadute, aver passato pomeriggi interi con la capra e con le ragazze su quell’erba, aver aspettato nelle giornate d’inverno un po’ di sereno per poterci tornare – neanche se questo fosse stato un paese intiero, il mondo. Se di qui non fossi uscito per caso a tredici anni, quando Padrino era andato a stare a Cossano, ancor adesso farei la vita del Valino, o di Cinto. Come avessimo potuto cavarci da mangiare, era un mistero. Allora rosicchiavamo delle mele, delle zucche, dei ceci. La Virgilia riusciva a sfamarci. Ma adesso capivo la faccia scura del Valino che lavorava lavorava e ancora doveva spartire. Se ne vedevano i frutti – quelle donne inferocite, quel ragazzo storpio.
Chiesi a Cinto se i noccioli li aveva ancora conosciuti. Piantato sul piede sano, mi guardò incredulo, e mi disse che in fondo alla riva ce n’era ancora qualche pianta. Voltandomi a parlare, avevo cisto sopra le viti la donna nera che ci osservava dall’aia. Mi vergognai del mio vestito, della camicia, delle scarpe. Da quanto tempo non andavo più scalzo?

 

Photo: Campo di grano con corvi – Van Gogh

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...