Se una notte d’inverno un viaggiatore – Italo Calvino

calvino se una notte

Oggi va meglio, quindi ho ripreso a leggere e m’è capitato tra le mani ‘Se una notte d’inverno un viaggiatore‘ di Italo Calvino. Io adoro Calvino perché scrive con chiarezza e con semplicità, in apparenza. In realtà ha sempre almeno un altro piano di lettura e costruisce i romanzi come volesse far vedere altro che non si trova nel libo in realtà, ma in ogni uomo.
Questo in particolare, scritto dopo sette anni di silenzio, il precedente fu ‘Le città invisibili‘, mi regala ad ogni rilettura qualcosa di nuovo. È un libro che da del tu al lettore o alla lettrice, e che fa impazzire chi legge attraverso dieci inizi di libri differenti.
È un libro per chi ama leggere, dicono i critici, ma è anche gioioso, con una forza narrativa trattenuta quasi a forza…
Tutto da provare. Ognuno deve ricevere emozioni personali dalla lettura di un libro.

Le ragioni che hanno spinto Manara a visitare il vecchio romanziere non risultarono chiare dall’insieme della corrispondenza: un po’ sembra che si sia presentato come rappresentante dell’OEPHLW di New York («Organizzazione per la Produzione Elettronica d’Opere Letterarie Omogeneizzate») offrendogli assistenza tecnica per terminare il romanzo («Flannery era impallidito, tremava, si stringeva al petto il manoscritto. – No, questo no, – diceva, -non permetterò mai…»); un po’ sembra venuto lì per difendere gli interessi d’uno scrittore belga spudoratamente plagiato da Flannery, Bertrand Vandervelde… Ma risalendo a quanto Manara scriveva a Cavedagna per chiederli di metterlo in contatto con l’irraggiungibile scrittore, si sarebbe trattato di proporgli, come sfondo per gli episodi culminanti del suo prossimo romanzo ‘In una rete di linee che s’allacciano‘ un’isola dell’oceano Indiano «che si staglia con le sue spiagge color ocra sulla distesa di cobalto». La proposta veniva fatta a nome d’una ditta milanese d’investimenti immobiliari, in vista del lancio d’una lottizzazione dell’isola, con villaggio di bungalows vendibili anche a rate e per corrispondenza.

 

 

Photo: http://www.inviaggioconcalvino.it

Annunci

La strada di Swann – Marcel Proust

sefora

In questi giorni piuttosto rovinati dall’influenza, dalla febbre e dal bruciore agli occhi non è agile leggere, ma non mi sono persa d’animo! E ho cercato un audiolibro. Sarà un caso, ma la scelta è capitata su Un amore di Swann. Il grande Proust. Quando da un po’ non ne ascolto la voce, ne ho nostalgia. Soprattutto nei momenti che odio, dell’essere ammalata e del non poter far quel che mi pare. E allora invariabilmente arriva Proust. Mi capita tra le mani uno dei suoi libri, o un articolo di giornale o un libro sulla Recherche. E riesco a quietarmi, come tornando in mondo conosciuto e di cui sentissi senza saperlo realmente, la nostalgia. E il suo fascino mi sorprende sempre. E vorrei davvero avere la sua capacità espressiva!!!

[…] il piacere ch’egli trovò in quel momento nella somiglianza di Odette con la Sefora di quel Sandro di Mariano al quale si dà più volentieri il suo soprannome popolare di botticelli, da quando questo rievoca, invece dell’opera vera del pittore l’idea comune e falsa che se n’è volgarizzata. Egli non stimò più il volto di Odette secondo la più o meno buona qualità delle gote e dalla dolcezza puramente carnea che supponeva dover loro trovare toccandole con le labbra, se mai osasse baciarla, ma come una matassa di linee sottili e belle che i suoi sguardi dipanarono,seguendo la curva del loro avviluppamento, ricongiungendo la cadenza della nuca con l’effusione dei capelli e con la flessione delle palpebre, come in un suo ritratto nel quale il suo tipo divenisse intelligibile e chiaro.
La guardava; un frammento dell’affresco appariva nel suo volto e nel suo corpo, che da allora egli cercò sempre di ritrovare sia che fosse accanto ad Odette, sia che soltanto pensasse a lei, e, sebbene, il capolavoro fiorentino gli fosse caro solo perché lo ritrovava in lei, pure quella rassomiglianza conferiva anche a lei una bellezza, la rendeva più preziosa.

Ok, ok. Sarà la febbre, mi dite?
Io lo trovo fantastico!!!

 

Photo: Sefora Botticelli

Una stanza tutta per gli altri – Alicia Giménez – Bartlett

Rodmell

Alicia Giménez – Bartlett, famosa scrittrice spagnola di gialli con protagonista Petra Delicado, ha scritto anche un curioso romanzo, fuori serie, accogliendo la sfida lanciata inconsciamente da Virginia Woolf nei suoi diari: «Se questo diario non l’avessi scritto io e un bel giorno dovesse cadere nelle miei mani, cercherei di scrivere un romanzo su Nelly, sul suo personaggio. Tutta la storia fra noi, gli sforzi miei e di Leonard per liberarci di lei, le nostre riconciliazioni».
Nelly Boxall era la cameriera di Virginia che le visse accanto dal 1916 fino al 1934, prima domestica adorata e poi sempre più odiata, fino all’allontanamento.
Da questo la Bartlett prende spunto e, rintracciate le memorie della cameriera Nelly, acquistate ad un’asta da Lady Lane, scrive la storia di Nelly.
Il titolo fa la parodia e la parafrasi a quello della Woolf: ‘Una stanza tutta per gli altri‘ (‘Una stanza tutta per sé’).
Un modo originale di scrivere della vita di Virginia e del suo entourage da un punto di vista inedito. Per chi voglia cimentarsi in un modo differente di scrivere biografie.

Dietro questi alberi nessuno mi vedrà o, per meglio dire, non verrò notata. Ho l’aria di una donna rispettabile che si è fermata un attimo per osservare un funerale. C’è sempre gente che si ferma a guardare i funerali o i matrimoni all’uscita delle chiese. Lei sarà cremata. Lottie mi ha detto che le ceneri verranno conservate a Rodmell, sotto l’olmo. In famiglia si è parlato di mettere una targa inchiodata al tronco con un’iscrizione: «Oh, morte!», presa da uno dei suoi romanzi. Molto poetico. Povera Lottie, si commuoveva nel raccontarlo, non è ancora riuscita a liberarsi, è ancora lì che gira nel labirinto del luna – park, ritrovandosi sempre le stesse facce dipinte sulle pareti. Non è facile uscirne, ma io l’ho fatto. Oh, morte! Mi sembra ancora di sentirla attraverso la porta, mentre legge una pagina per gli amici, impostando la voce, o sussurrando basso basso, perché tutti pensassero che fosse una donna dolce.

 

 

Photo: http://www.snipview.com

Lo spirito e altri briganti – Loriano Macchiavelli Francesco Guccini

boschi

Un modo di fare giallo pieno di tradizione e dal profumo antico? Mi è piaciuto molto ‘Lo spirito e altri briganti’ di Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini. Ambientato alla fine degli anni trenta sull’Appennino, ha come protagonista il maresciallo Benedetto Santovito, giovane carabiniere, anzi il più giovane maresciallo dell’Arma, scaraventato prima a Bologna e poi lassù, in un paese di montagna dall’inverno freddissimo. Come fredda e dura gli pare la gente di quella montagna, che in qualche modo lo accetto, forse, proprio solo per la sua giovinezza. La trama porta Santovito ad indagare sulla Bestia, mostro o mito della cultura montana, come pensa all’inizio, ma che poi si rivelerà una realtà concreta. Mi piace lo scritto semplice, efficace e realistico. Mi piace il personaggio principale Santovito che riesce ad accettare ciò che incontra quotidianamente, rispettandolo.
E anche la particolarità dei nomi dei personaggi, che sembrano buffi, ma…

Prima che il sentiero svoltasse, il maresciallo si fermò a guardare le Piane. Vide il bovaro uscire dalla cucina e, prima di entrare nella stalla, fermarsi a pisciare contro un albero.
Santovito scosse il capo e Bleblè disse: «Per questo siete venuto fin qui? Per due graffi?»
«Due graffi? Quella bambina ha le guance e il collo rovinato. Ma hai visto bene?»
Beblè fece di sì e borbottò: «Non è stata una faina, poco ma sicuro».
«Allora?»
Bleblè si strinse nelle spalle. Santovito sedette su un sasso ai margini del sentiero e accese un sigaro. Ne offrì uno a Bleblè che rifiutò. Cercò di fumare tranquillo seguendo i suoi pensieri. Per lui il sigaro era un buon catalizzatore del ragionamento e spesso lo aveva aiutato. Non in quell’occasione; deluso, lo spense sotto la scarpa e si alzò per riprendere la discesa, ma Bleblè gli fece cenno di aspettare.
«Cosa c’è?» Bleblè indicò alle spalle del maresciallo. Il bovaro aveva messo fuori la testa dagli sterpi del sentiero. Poi uscì del tutto. «Cosa c’è?» ripeté Santovito, questa volta al bovaro.
«Perché non ne andate a parlare con la Teralatira?» disse quello sottovoce.
«Di cosa?»
«Di quello che è successo a Clarina» e sparì di nuovo fra gli sterpi.
«Ehi, tu!» chiamò Santovito. «Ehi, tu, torna qui!» A Bleblè: «Come si chiama?»
«Non lo so. Lo chiamano tutti Voi».
«Voi non è un nome, accidenti! Torniamo alle Piane».
«Non ricaverete altro, maresciallo. Per me vi c… conviene fare come ha detto Voi».
«E dove trovo questa la Tera… la Tera…»
«La Teralatira, ma voi non ditelo davanti a lei perché adopererebbe la sua ‘zanetta‘ sulla vostra testa. A lei importa poco c… che voi siate maresciallo dei c… carabinieri. C… chiamatela Veronica».
«Cosa significa la Teralatira?»
«Significa c… che prima o ppoi la terra la tirerà a sé. Succederà anche a noi, ma a Veronica l’augurio non piace e usa la ‘zanetta‘»
«Cos’è questa ‘zanetta‘?»
«Potete chiamarlo bastone»

Photo: http://www.windoweb.it

Un’amica

giardino

Di solito arrivavo a casa sua il martedì verso metà mattina, era il suo giorno libero, quello nel quale lo studio medico dove lavorava era chiuso.
Mi piaceva passarci un’ora del mio tempo chiacchierando del più e del meno o dei problemi che mi sembravano in quel momento insormontabili, o delle nuove strategie che avevo pensato di adottare per vivere una vita migliore.
Ci eravamo conosciute in una tiepida giornata di fine settembre, quando ero andata allo studio a ritirare una ricetta per un’anziana vicina, a letto con l’influenza. Un limpido giorno pieno di foglie gialle soffiate da un vento dal retrogusto d’uva, che mi ricordava i tempi passati da bambina in campagna dai nonni.
Lei mi parve subito una persona accogliente e, in quel mattino pieno di rari malati, chiacchierammo a lungo.
Io avevo tempo, ero stata licenziata da poco.
Nei giorni successivi, come accade spesso, ci incontrammo ancora un paio di volte: sulla strada di casa e in una pasticceria molto graziosa e profumata di crema, burro e vaniglia vicina a dove abitavo. Senza forzature l’amicizia proseguì e ci scambiammo i numeri di telefono e le visite per il the o il caffè, il martedì a metà mattina.
Quando andavo a casa sua mi faceva accomodare nel salotto. Una stanza quadrata con una porta che dava sul giardino curato, dall’erba corta ed eguale. In primavera di uno spettacolare verde chiaro, fresco e fragile.
Non le ho mai chiesto che tipo d’erba avesse seminato.
Il salotto era arredato in modo essenziale: con due poltrone scomode, a dondolo, dalla struttura in legno e con seduta e schienale di tela marrone. Ricordavano le sdraio da mare di una volta.
Mi ci sedevo sempre in bordo e un po’ di lato, a disagio di fronte alla prospettiva della posa semi-sdraiata che avrei dovuto assumere se avessi voluto poggiare le spalle. Non mi sarebbe piaciuto rimanere così, a pancia all’aria…
Un basso tavolino di legno scuro, un grande cesto pieno di cuscini per sedersi per terra, una libreria bianca e piena di libri, un tappeto multicolore a geometrie viola, verdi e gialle usurato in più punti dai giochi bimbi e dal tempo, una pianta, alta, in vaso; non c’era altro.
Lei aveva un rapporto migliore del mio con la poltrona. Si accoccolava, come una gatta beata e sazia, s’acciambellava con le gambe sotto il sedere e il busto affondato nello schienale.
Sul tavolino era poggiato un vassoio di acciaio cromato con piccoli disegni. Intarsi in ottone lucidato. Sopra, il servizio da the. Tutto bianco, liscio e senza fronzoli.
M’incoraggiava con un gesto ampio della mano sinistra a servirmi, mentre chiacchieravamo.
Il the era caldo e buono.
Lei lo sorbiva lentamente, tra una frase e l’altra, come si stesse prendendo cura di sé, come stesse bevendo una pozione curativa.
A volte, mentre mi ascoltava, le saliva uno sbadiglio. Forse s’era alzata da poco o forse era stanca della giornata precedente o forse s’annoiava ad ascoltarmi.
Non voleva offendermi e lo nascondeva sempre.
Tirando i tratti del volto e spalancando gli occhi bruni; irrigidendo i muscoli del viso tanto da sembrare l’immagine ieratica della dea gatta.
Rimaneva sospesa, senza fiato, per un paio di secondi e poi espirava e si rilassava e mi ascoltava ancora. Non le ho mai chiesto perché le salissero quegli sbadigli.
Altre volte mi raccontava, mi spiegava, con quel suo stare da gatta sorniona, con il poco gesticolare, avvolta in una sciarpa, in uno scialle, in un fazzolettone colorato.
Sorrideva poche volte.
Non ricordo il motivo per cui non c’incontrammo più.
Forse la persi come a volte si perdono gli acquerelli, stemperandosi un colore nell’altro…
Era da molto che anche il ricordo di lei non tornava.
Sarà questa neve fitta e il vento che scuote e sfronda, che spinge e rotola, che sposta, s’allontana e s’avvicina. Sarà il freddo che nei martedì a metà mattina si allontanava poco a poco mentre sorbivo il the in compagnia di chiacchiere da donne che risolvono i problemi del mondo.
Di quel mondo di cui non fanno realmente parte e che guardano sempre a modo loro.
Sarà la solitudine dello stare da sola con te.
O la nostalgia di momenti in cui ogni cosa sembrava possibile.

Giro di vite – Henry James

Casa_fantasmi

Brivido da storia di fantasmi? Eccolo qui: ‘Giro di vite‘ di Henry James, scrittore statunitense vissuto dal 1843 fino al 1916.
Giro di vite‘ è un tale (un racconto lungo) piuttosto raro nella produzione di James, scritto forse sulle suggestioni di Poe o di Hawthorne e in seguito ad una chiacchierata con il suo amico Benson, arcivescovo di Canterbury, che gli fa conoscere la nebulosa storia di bimbi abbandonati e di una governante che vede fantasmi. James ne ricava questo racconto stringato e molto costruito, nella sua apparente semplicità. Utilizza lo stesso espediente narrativo della cornice che introduce anche ‘La lettera rubata’, di Poe. Scava a fondo psicologicamente i vari personaggi, soprattutto quello della governante, che è anche la voce narrante della storia, e che molti critici posteriori leggeranno in chiave freudiana. Insomma niente male per lavoro definito dall’autore stesso una «Cosetta» scritta «per soldi», al massimo definibile un «jeu d’esprit», ricordando che il racconto fu pubblicato inizialmente a puntate sul settimanale «Collier’s».
Fatto curioso: l’autore non scriva mai il nome della governante.

…Smise di piovere, per fortuna, e io mi preparai per la passeggiata che, attraverso il parco e poi sulla strada buona in direzione del villaggio, era questione in tutto di una ventina di minuti. Mentre scendevo le scale per incontrarmi con la mia collega nell’atrio, mi ricordai di un paio di guanti che avevano bisogno di un rammendo di tre punti, rammendo eseguito – pubblicità forse poco edificante – durante il tè dei bambini che la domenica, eccezionalmente, veniva servito in quel gelido e lucido tempio di mogano e di ottone che era la sala da pranzo dei «grandi». Lì avevo lasciato i guanti, e vi tornai per prenderli. La giornata era piuttosto grigia, ma c’era ancora un po’ di luce pomeridiana, che mi permise, appena oltre la soglia, non solo di riconoscere l’oggetto che cercavo poggiato su una sedia accanto alla finestra grande chiusa, ma anche di rendermi conto della presenza di una persona che dall’altra parte della finestra guardava dentro la stanza. Mi bastò entrare nella stanza nella stanza: la visione fu istantanea; completa. La persona che guardava dentro era la stessa che mi era già apparsa. E ora mi riappariva di nuovo, non dirò con più chiarezza, perché era impossibile, ma con una vicinanza che rappresentava un passo avanti nei nostri rapporti e che questo incontro mi tolse il respiro e mi raggelò il sangue.
Era lui – era proprio lui – ; questa volta, come la volta precedente, lo vedevo dalla cintola in su, perché le finestra, pur essendo la sala da pranzo al pianterreno, era più alta della terrazza. La facia era vicino al vetro, eppure l’effetto di questa vista migliore servì solo, stranamente, a farmi capire quanto fosse stata intensa la volta prima. Restò pochi secondi….

Photo: http://www.radio3.rai.it

Il mio unico amico – Maurizio Salabelle

viaggio-in-piedi

Leggere fa bene e allarga le nostre capacità di pensiero, dando più chance ai nostri punti di vista e permettendoci ci sperimentare altro da noi. Se, però, portiamo all’eccesso o al grottesco la lettura? Ecco la trama per un buon romanzo: Maurizio Salabelle ‘Il mio unico amico‘. La voce che racconta è quella di un bambino di dieci anni che vive, assieme ad un compagno di giochi, un’estate torrida, vendendo biglietti della lotteria che insieme hanno inventato a casa. Ma a casa c’è anche il padre, disoccupato, perché gravemente malato. Lo straordinario caso clinico di un «alcoolizzato da vocabolario», di un uomo che cerca la soluzione dei segreti della vita nelle parole e nel vocabolario inteso come codice codificato e ordinato di definizioni che a volte, comparate con la realtà del vissuto, assumono aspetti drammatici o comici.

…Mesi dopo ci raccontò che quella mattina era salito sul tram 90 con l’intenzione di evadere un po’ dal quartiere, e che all’interno della vettura che aveva deciso di prendere non si poteva quasi stare per la troppa calca. Per dieci minuti era riuscito a resistere alla tentazione di consultare il suo libro (cosa che faceva sempre quand’era fermo) perché il poco spazio di cui disponeva avrebbe reso difficili le sue mosse. Si era limitato ad osservare un individuo la cui casacca semilogora mandava un odore acido di disinfettante. A un certo punto aveva sentito pronunciare da un signore l’inconsueto termine «pentateuco», ed aveva voluto verificare subito se il suo dizionarietto lo riportasse. Si era sfilato il libro dal taschino, lo aveva aperto alla lettera P dando una gomitata a un individuo snello ed elegante e se l’era allontanato dal viso allungando un braccio. Un giovanotto che gli stava di fronte si era sentito arrivare sulla guancia quella mano sudata da sedentario, e nel cercare di spostarsi era andato a finire addosso a un uomo in ciabatte.
– Che diavolo sta facendo? – aveva gridato lo sconosciuto. – Le sembra questo il momento di leggere? Non lo vede che il tram è pieno?
Mio padre aveva continuato a sfogliare il volume senza preoccuparsi del fastidio che poteva dare a qualcuno. Il passeggero di fronte a lui aveva preso il suo braccio pallido ed aveva tentato di abbassarlo per levarsi il libretto dal naso, ma nel compiere questa difficile operazione aveva fatto cadere a terra una donna.
-Ehi, piano – si era sentito implorare subito sa una voce flebile. – Sono un’invalida al 76 per cento. Ho anche la «tessera di disgrazia»…

 

 

Photo: silvershado1.blogspot.com

Van Gogh. Il suicidato della società – Antonin Artaud

van gogh

Oggi vi propongo un saggio – biografia. Uno dei vari modi per scrivere biografie.
Per tutti gli amanti del genere e per chi, nel genere, vuole cimentarsi.
Antonin Artaud ‘Van Gogh. Il suicidato della società.’
Lo so il titolo vi pare triste, ma in realtà è splendido. Comunque, io adoro Van Gogh per cui mi piace leggere tutto quello che è stato scritto su di lui e che mi arriva a portata di mano. Questo è un testo pubblicato da Adelphi, la mia casa editrice preferita.
Artaud, poi, nei suo testo non lascia dubbi: la società, la mera società con la sua magia nera, ha ucciso il pittore. Teoria affascinante portata avanti con chiarezza e decisione e supportata da una grande quantità di citazioni ad hoc sia di Van Gogh che di altri.

“E aveva ragione van Gogh, si può vivere per l’infinito, soddisfarsi solo d’infinito, c’è abbastanza infinito sulla terra e nelle sfere per saziare mille grandi geni, e se van Gogh non è riuscito ad appagare il desiderio di irradiarne l’intera sua vita, è perché la società glielo ha vietato.
Ci sono stati un giorno gli esecutori di van Gogh, come ci sono stati quelli di Gèrard de Nerval, di Baudelaire, di Edgar Allan Poe e di Lautréamont.
Quelli che un giorno gli hanno detto:
E adesso, basta, van Gogh, alla tomba, ne
abbiamo abbastanza del tuo genio, quanto all’infinito, è per noi l’infinito.”

Quasi poesia, no?

 

Dipinto: Cipressi, 1889, National Gallery, Londra

Principianti – Raymond Carver

carver1

 

Oggi vi offro un dilemma per me irrisolto. Un dilemma editoriale, ovviamente, e tutto americano. Vi racconto di questo libro: ‘Principianti’ di Raymond Carver.
Si tratta della seconda edizione di un testo che ebbe molto successo e fece piuttosto scalpore quando uscì nel 1981 con il titolo ‘Di cosa parliamo quando parliamo d’amore‘, soprattutto per il minimalismo sintattico, linguistico e narrativo.
Quell’edizione fu, diciamo, rivisitata completamente dall’editor Gordon Lish che accorciò i racconti (anche del 70%), tagliando il romanzo di circa il cinquanta per cento, cambiò i finali e i titoli e praticamente restituì all’autore Carver per l’approvazione alla pubblicazione un testo completamente stravolto. Carver, di fronte ad una variazione così radicale del suo lavoro, cercò di non far uscire il libro e pregò l’amico Gordon Lish di ripensarci e di pubblicare una versione più vicina alla stesura che aveva proposto.
Lish rimase della sua opinione e Carver, che non voleva perdere l’appoggio dell’editor che lo aveva scoperto e che lo aveva aiutato fin dall’inizio della carriera, alla fine cedette e acconsentì che il libro uscisse con quell’editing invadente.
Il libro uscì nell’Aprile del 1981.
Fu un successo.

Può un editor per quanto amico intervenire così pesantemente su un testo? Ne ha il diritto? E questo suo intervento così profondo e radicale, non ha cambiato la natura stessa del romanzo fino a far affibbiare alla critica l’aggettivo di minimalista all’autore Carver? Che forse, a quel punto può essere considerato solamente un co-autore?
Non facile. Io mi sono procurata le due edizioni.
Quale preferisco?
Qui sta il dilemma!

Pezzetto di: ‘Perché non ballare?’ (versione Carver integra).

In cucina si riversò da bere e guardò la camera da letto sistemata sul prato davanti a casa. Il materasso era scoperto e le lenzuola a righe bicolore erano piegate sul comò, accanto ai due cuscini. A parte ciò, aveva lo stesso aspetto di quando stava al chiuso- comodino e lampada da lettura dalla parte di lui, comodino e lampada da lettura dalla parte di lei. Di lui, di lei. Ci pensò un po’ su mentre sorseggiava il whiskey. Il comò era a poca distanza dal fondo del letto. Quella mattina ne aveva svuotato i cassetti e sistemato il contenuto in scatoloni, che adesso erano in soggiorno. Accanto al comò c’era una stufa portatile. Ai piedi del letto, una poltroncina di vimini con un cuscino. La cucina di alluminio lucido occupava parte del vialetto d’ingresso.

Chi ti credi di essere – Alice Munro

chi ti credi di essere

M’è tornato tra le mani ‘Chi ti credi di essere?‘ di Alice Munro, canadese, premio Nobel per la letteratura del 2013. Un romanzo di formazione scritto con tecnica esemplare e particolare: la vita di Rose, la protagonista, in conflitto aperto con la matrigna Flo è descritta in dieci racconti tra loro indipendenti, ma profondamente intrecciati, con flash back e flashforward, rimandi e richiami continui. La voce che ci racconta la storia, decisa e senza pietà per la rudezza della vita rurale, è quella di un narratore onnisciente che riordina anche cronologicamente i vari episodi.
Una tecnica narrativa che mi affascina, ma difficile da rendere con maestria!

Vi cito:

Rose dovette ovviamente trattenersi a scrivere furibonda oltre le quattro, mentre Miss Hattie estraeva il suo lavoro all’uncinetto. E quando portò il lavoro ricopiato alla cattedra Miss Hattie le disse abbastanza dolcemente ma in tono perentorio: – Non devi metterti in testa di essere meglio degli altri solo perché impari le poesie a memoria. Chi ti credi di essere?
Non era la prima volta che qualcuno glielo chiedeva; anzi, quella domanda spesso assumeva alle sue orecchie la monotonia di un gong, e Rose non ci badava più. In seguito però si rese conto che Miss Hattie non era un’insegnante sadica; si era trattenuta dal pronunciare il suo commento davanti a tutta la classe. E non era neppure astiosa; non voleva vendicarsi perché non era riuscita a dimostrare che Rose si sbagliava. La lezione che intendeva impartirle era più importante della poesia, ai suoi occhi, ed era profondamente convinta che Rose ne avesse bisogno. A quanto pareva, molte altre persone la pensavano così.

 

 

Photo: http://www.trend-online.com