Il caso – Joseph Conrad

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Il caso‘ di Joseph Conrad, fu il romanzo che per la prima volta portò successo di pubblico all’autore. Negli anni precedenti, infatti, aveva ottenuto i favori della critica con i suoi La follia di Almayer, Borneo, Un reietto delle isole, Giovinezza e Cuore di tenebra.
A partire da ‘Il caso‘ ottenne invece pochi riconoscimenti da parte degli intellettuali, ma vendette molto. Il tema è comunque quello delle precedenti narrazioni: le avventure dei personaggi di Conrad che incontrano il proprio destino e ne rimangono segnati, ma ne ‘Il caso’ sembra che proprio il destino sia il protagonista della vicenda. In realtà il personaggio principale è quello di Flora de Barral, giovanissima figlia di un banchiere che perde la sua fortuna e finisce in carcere. La ragazza avrà il suo riscatto grazie all’aiuto di un marinaio. È un libro che tocca svariati argomenti come il femminismo agli albori, gli uomini mediocri, i disastri della speculazione del capitalismo, la difficoltosa comunicazione tra uomini e donne… Rimane sì un libro incentrato sul destino e sull’impossibilità di sfuggirgli, ma anche sugli esseri umani che non vogliono soccombergli e che lottano per arrivare altrove ed ottenere altro.

«Ma poi in fondo cosa si poteva fare?» concluse Mrs. Fyne.
«E questa esclamazione stereotipata, che esprimeva la difficoltà del problema e la sollecitudine (in ogni caso) delle buone intenzioni, come sempre me la fece apprezzare di più.
«La mattina dopo di buon’ora, ben prima che Fyne andasse in ufficio, si presentò la “persona odiosa”, in maniera certo non inaspettata ma comunque sorprendente, se non altro per Fyne e poi la moglie come se nel suo foro interiore ridesse di qualcosa che sapeva sul loro conto; e poi attaccò caustico il suo discorso. Se non si scusava per aver disturbato Fyne e “la sua signora”durante la colazione era perché sapeva che quella (indicando con la testa la ragazza) non l’avrebbero voluta tra i piedi più di tanto.

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L’orchessa e altri racconti – Irène Némirovsky

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Irène Némirovsky è stata, oltre una grande romanziera, anche ottima scrittrice di racconti: tra i suoi «modelli letterari c’erano Čechov, Maupassant e la Mansfield, dei qua­­li Irène amava l’asciuttezza, il cinismo venato di pietà, l’abilità nel delineare in poche pagine un intero mondo». Il libro che propongo s’intitola L’orchessa e altri racconti ed è una raccolta di nove racconti scritti tra il 1932 e 1941.
Consiglio la lettura di questo libro a tutti quelli che desiderano scrivere narrativa breve. Ottima lettura per tutti, comunque!

Un pezzetto di La confidenza:

«È meglio così» pensò. «Bisogna innanzitutto sottomettersi alla volontà divina. E poi cosa posso aspettarmi ormai dalla vita? Non sono più giovane. Non ho una famiglia. Per i Lambert non conto niente» aggiunse, e al solo evocarli il suo viso si contrasse in un’espressione amara: dei Lambert lei era la parente povera, impossibile dimenticarlo. «Sono il loro zimbello! Una vecchia istitutrice come me non dà certo lustro alla famiglia. Sono povera. Non ho amici. Se non dovessi sopravvivere all’intervento, la morte mi risparmierebbe anni di miserabile vecchiaia» disse ancora fra sé, cercando di calmare con pensieri rassegnati, ragionevoli, cristiani il suo triste cuore, che non reggeva alla paura e all’inquietudine.

Silenzio – Alba di Emma Marpillero

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Mi son venuti in mente i manifesti futuristi. Che sia ‘La nave di Teseo‘ che sto leggendo [libro scritto apparentemente da V. M. Straka, tradotto, sempre in apparenza, da F.X. Caldeira. In realtà invenzione di J.J. Abrams (creatore di Lost) fisicamente tradotta in parole da Doug Dorst] che mi sta facendo amare questo leggere singolare? Però oggi lo trovo così rilassante!

Photo: “Emma marpillero”. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikipedia – http://it.wikipedia.org/wiki/File:Emma_marpillero.jpg#/media/File:Emma_marpillero.jpg

La famiglia Karnowski – Israel Joshua Singer

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Il libro di oggi è dedicato a tutti quelli che vogliono cimentarsi nella narrazione di saghe familiari.
Molti sono gli scrittori che si sono dedicati a questo genere, maestra indiscussa per esempio Isabel Allende, ma ho trovato la storia di ‘La famiglia Karnowski‘ singolare per la struttura narrativa e per il tempo del narrare che l’autore Israel Joshua Singer, fratello del premio Nobel per la letteratura del 1978: Isaac Bashevis Singer, ha voluto imprimere alla sua storia.
Il libro, che racconta le vicende dei Karnowski, è una rara testimonianza di usi e costumi delle famiglie ebree prima della grande persecuzione.
La prima generazione vive in Polonia alla fine dell’Ottocento e il capostipite, David, decide di uscire dall’oscurantismo dello shtell e si trasferisce nella moderna Berlino, dove la famiglia prospererà e il figlio Georg diventerà medico e potrà ambire a quel prestigio sociale che David sognava. Con il nazismo tutto sarà travolto e il giovane Jegor, nipote e figlio, si rifugerà nella crudele New York per avere salva la vita sì, ma vivere il totale straniamento e la difficoltà dell’integrazione.
La prima edizione del libro in lingua yiddish è del 1943, in Italia viene pubblicato da Adelphi nel 2013.

Nel quartiere ebraico di Scheunenviertel regnava la costernazione.
Davanti alle loro botteghe, alle loro taverne kasher e alle loro case di preghiera, gli ebrei originari della Galizia avevano affiancato alle bandiere tedesche quelle austriache. Accanto al ritratto dell’imperatore Guglielmo, baffi sottili all’insù ed elmo a chiodo, avevano collocato il loro sovrano, l’imperatore d’Austria, coi suoi favoriti bianchi che sembravano sorridere e il suo sguardo paterno. Le bandiere più alte, i ritratti più grandi erano quelli appesi al balcone scrostato dell’albergo Franz Joseph, di proprietà di reb Hertzele Vishnik di Brod. Parecchi ebrei galiziani in cappotto d’alpaca contemplavano con soddisfazione il loro imperatore.
«Che aspetto nobile ha, il malocchio lo risparmi,» dicevano con affetto «un vero monarca».
«Dio gli conceda lunga vita» lo benedicevano le donne.
Ragazzi e giovani uomini, richiamati in patria per essere arruolati, stuzzicavano i loro vicini russi.
«Vedremo come lo conceremo per le feste il vostro Ivan!» minacciavano. «Il Kaiser, che Dio lo benedica, gli darà una di quelle lezioni, potete contarci…».
Gli ex sudditi dello zar erano disperati. L’imponente gendarme panciuto che da anni percorreva avanti e indietro con passo solenne le strette viuzze ingombre di rifiuti tenendo d’occhio gli abitanti, ora andava dall’uno all’altro chiedendo loro di prepararsi. Li doveva arrestare tutti senza eccezione.

Dalia Nera – James Ellroy

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Sento parlare molto dell’ultimo libro in uscita di James Ellroy ‘Perfidia‘, prima o poi cercherò di comprarlo, perché è uno degli autori americani che prediligo, anche umanamente.

Da anni leggo i suoi libri e quello che più mi ha emozionato è stato ‘Dalia Nera‘, pubblicato nel 1987. È anche il primo libro della quadrilogia nera su Los Angeles che fece innamorare tutti gli amanti del ‘neo’ – noir: Dalia Nera, Il grande nulla, L.A. Confidential e White Jazz, nonché il primo vero successo internazionale dell’autore.
La madre di Ellroy fu uccisa, il suo assassinio mai chiarito e l’omicida mai catturato.
Ellroy ha provato a trovare un assassino, scrivendo ‘Clandestino‘, e l’indagine di un ex-poliziotto.
Per questo credo ci sia una forma di esorcismo psicologico messo in atto dall’autore scrivendo ‘Dalia Nera‘ che racconta la vicenda realmente accaduta dell’uccisione della giovane aspirante attrice, Elizabeth Ann Short, in arte La Dalia Nera, a poca distanza dalla sua abitazione.
Molti non amano il genere, ma queste narrazioni prendono l’abbrivio da fatti realmente accaduti e forniscono un’ipotesi risolutiva, spiegano in qualche modo i fatti.
Forse per trovare e dare un’ordine logico a ciò che non può, emozionalmente, essere giustificato.

Il mattino successivo guidavo verso la stazione di University con la radio accesa. Ascoltavo con piacere il be-bop del quartetto di Dexter Gordon, quando la musica fu interrotta da una musica concitata: «Sospendiamo le trasmissioni per darvi una notizia dell’ultima ora. Uno dei maggiori sospettati dell’assassinio della ragazza dai capelli corvini meglio nota come la Dalia Nera è stato catturato. Era conosciuto alla polizia soltanto come “Red”. Oggi l’uomo è stato indendificato per Robert “Red” Manley, venticinque anni, piazzista di ferramenta, abitante a Huntington Park. Manley è stato fermato stamane nella casa di un amico a South Gate e in questo momento è sottoposto a interrogatorio nella stazione di polizia di Hollenbech, a Los Angeles Est. In un’intervista esclusiva alla Kgf, Ellis Loew, il viceprocuratore distrettuale che tiene i contatti tra autorità civili e polizia, ha dichiarato: “Red Manley è fortemente sospettato.Era stato identificato come l’uomo che aveva accompagnato in automobile Betty Short a San Diego il 9 gennaio, sei giorni prima che il corpo torturato della ragazza fosse trovato nell’area dismessa di Leimert Park. Sembra che questa sia la svolta per cui abbiamo pregato. Il Signore ci ha dato ascolto.”»
La sparata di Ellis Loew fu seguita da una pubblicità della Preparazione H. Garantiva un sollievo immediato dalle emorroidi. Soddisfatti o rimborsati del doppio della spesa. Spensi la radio. Decisi di cambiare destinazione e puntai su Hollenback.

Come si vende – Clancy Martin

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Oggi parliamo di un romanzo di formazione. Il genere viene così chiamato perché si narrano le vicende di un personaggio che, partendo da una determinata situazione storica, durante la narrazione evolve verso l’età matura. Questo di Clancy Martin s’intitola ‘Come si vende‘ e racconta la vita di Bobby Clark, dei suoi sedici anni, del suo continuo marinare la scuola e della sua cleptomania. Mix che alla fine lo fa espellere da scuola. Il ragazzo decide di lasciare il Canada e di raggiungere il Texas dove vive e lavora il fratello Jim, che ha moglie, amante, un ottimo lavoro presso un negozio di gioielli e sniffa cocaina. Dall’ambiente dove lo introduce il fratello Bobby Clark impara che ogni cosa e persona si può vendere e comprare, basta utilizzare la menzogna con tutti.
Il racconto fa riflettere su aspetti relativi anche ad alcune delle grandi passioni umane, sesso e denaro in prima fila. Mi è piaciuto perché scritto in modo schietto e pulito e con accurata comprensione della volgarità e disonestà che contraddistinguono le persone che oggi possono permettersi il lusso.

«Quando Ronnie andò in carcere, il negozio chiuse i battenti, e noi tutti prendemmo strade separate. All’inizio la polacca si mise per conto suo, vendendo per lo più orologi svizzeri, grossi gioielli di fine secolo, alcune pietre colorate contraffatte e diamanti non montati. Jim le offrì un posto da noi quando lei sparò a un ragazzo, un mio cliente, fuori dal mio ufficio.
Il cliente era il tizio di Città del Messico, robusto, rosso di capelli. Portava gli occhiali e sembrava più un poeta che un ladro di diamanti. Mi stava vendendo un quattro carati da poco. Era rubato, marroncino, pieno di inclusioni, e meditavo di offrirgli cento a carato. Per arrivare al massimo a cinquecento. L’avrei piazzato a Moshe o al Western Trading per un duemila e cinque, forse tremila. Ma prima di fare un’offerta dovevo mostrargli alcuni miei diamanti, in modo che potesse capire quanto fosse brutto il suo.»

L’aquila

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Fulvio è indispettito. Da giorni per la verità. Anche quell’anno gli tocca partire a seguito della mamma e dei fratelli e andare in vacanza in montagna. In uno sperduto postaccio in mezzo alle rocce scoscese, in un paesetto dove non capita mai nulla e non c’è nemmeno una ragazza decente da guardare.
Sua madre non gli aveva permesso partire con la famiglia del suo amico Giuseppe che andava a passare l’estate al mare, in un “villaggio fantastico, dove si balla tutte le sere e dove possiamo trovare tutte le ragazze del mondo. Anzi tutte le più splendide ragazze del mondo” così glielo aveva descritto Giuseppe. Continua a leggere

Il migliore amico dell’orso – Arto Paasilinna

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La primavera è qui, sembra. Quindi m’è venuto in mente (secondo quale associazione non saprei dire) il finlandese Arto Paasilinna e i suoi libri umoristici. Riesce a raccontare con contagioso humor anche la storia più tragica e triste. Credo che il suo libro più conosciuto in Italia sia ‘L’anno della lepre‘, ma a me son piaciuti anche tutti gli altri che Iperborea ha pubblicato. Quindi vi parlo di ‘Il migliore amico dell’orso‘. Questa tipologia di libri la consiglio ad ogni scrittore perché qualunque genere si affronti, è più facile mantenere desta l’attenzione del lettore se lungo la narrazione si riesce ad inserire una battuta, una graziosa boutade, un leggero mot d’esprit.
Anche vero è che il sense of humor non s’insegna: uno ce l’ha oppure no. Io credo, però, che facete frequentazioni intelligenti aiutino!
Paasilinna è diventato maestro del romanzo umoristico dopo aver lavorato come guardia boschi, come giornalista e come poeta. Una spruzzata d’umorismo anche nella sua carriera, dunque!
La trama di questo romanzo ‘Il migliore amico dell’orso‘ è originale. Una comunità religiosa, stanca del suo pastore in crisi vocazionale, e della sua odiosa moglie, gli regala, per il cinquantesimo compleanno, un cucciolo d’orso nella speranza che una volta cresciuto questi possa lautamente pranzare e cenare con pastore e signora. L’orso diventerà invece il miglior amico del pastore, non lo mangerà, ma lo porterà comunque lontano dalla comunità, dandogli il coraggio di staccarsi da un mondo ormai privo di significato e di imbarcarsi per luoghi lontani: Mar Bianco, Mar Nero, Mediterraneo…

“Non si tengono più i cani alla catena, d’estate?” si meravigliò Sonja.
“Avranno fiutato Satanasso. Forse dovremmo portarlo dentro”
Sonja tornò ancora ai grandi interrogativi sull’esistenza.
“E la creazione? Non è forse la prova dell’esistenza di Dio? Niente nasce dal nulla, la vita è una creazione divina.”
“Sarà. Ma come creatore Dio non è il massimo della competenza. La natura è venuta accettabilmente bella, ma la creazione dell’uomo è stata una catastrofe. Se un orologiaio si dimostrasse altrettanto maldestro, sarebbe immediatamente licenziato. Dovrà ben esserci da un’altra parte, in un altro mondo, una specie intelligente per cui la risposta a questi interrogativi sia chiara ed evidente.”
Huuskonen si apprestava a continuare i suoi commenti filosofico-religiosi, quando per il campo si videro arrivare di gran carriera tre quattro cani, in testa un molosso che latrava furiosamente, seguito da alcuni spitz dalla coda ricurva che si gettarono senza pietà su Satanasso.
Malmenato da tutte le parti, il povero orso oppose un’eroica resistenza, ma la museruola gli impediva di difendersi e il guinzaglio gli intralciava i movimenti. Aveva però le zampe libere e, con la forza e l’agilità di un giovane maschio tenne valorosamente testa agli assalitori.
In un tremendo concerto di urla e latrati il reverendo raccattò dal ciglio del viale un bastone con il quale prese a picchiare i cani più indemoniati. Quando Satanasso riuscì a liberarsi della museruola e a mostrare i denti bianchi delle sue fauci, i compari giudicarono più saggio ritirarsi. E uggiolando se la diedero a gambe giù per i campi in direzione del bosco. Satanasso aveva l’intenzione di correre dietro ai suoi aggressori, ma Oskari lo tenne a freno con il guinzaglio e glielo impedì. Arrivarono senza fiato a rifugiarsi nel pensionato. Il reverendo si congratulò con il suo orso:
“Quando ti batti sei veramente una bestia, Satanasso.”

L’Avversario – Emmanuel Carrère

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Oggi vi porto con me in ‘L’Avversario‘ di Emmanuel Carrère.
Buona traccia per chi vuole scrivere un romanzo inchiesta.
Carrère racconta la vicenda di Jean-Claude Romand che il 9 gennaio 1993 uccise la moglie e i due figli e che il 10 gennaio 1993 uccise i genitori e diede fuoco alla propria casa con l’intento di suicidarsi, ma sopravvisse.
L’autore e l’omicida ebbero tre incontri in carcere per cercare assieme una ragione per la crudeltà della strage. Per capire cos’è capitato nella testa di Jean-Claude Romand, uomo rispettabile affettuoso e mite all’apparenza.
L’inchiesta rese noto che per diciotto anni Romand aveva mentito raccontando di essere laureato in medicina e di essere ricercatore all’OMS di Ginevra, di essere anche un buon investitore di denaro altrui, di essere molto malato, colpito, in realtà, da molte malattie immaginarie.
Carrère e Romand ripercorrono la non vita di Jean-Claude, fin da piccolo pressato dai genitori perché dicesse sempre la verità.
La prima invenzione di un’aggressione da parte di uno sconosciuto nell’adolescenza.
L’iscrizione alla facoltà di medicina anche se i genitori erano contrari.
La menzogna alla fine del secondo anno, quella che rese irreversibile la scelta di Jean-Claude, di aver passato gli esami finali e così per gli anni successivi.
Lo stress quotidiano di una vita immaginaria che da un momento all’altro può andare in pezzi.
Lo sforzo di trovare soldi per il mantenimento della famiglia, anche senza un lavoro…
Per Emmanuel Carrère non fu facile gestire il rapporto con l’omicida e con la storia stessa. Provò, infatti, una prima stesura raccontata come se l’autore fosse estraneo alla vicenda, poi una seconda dal punto di vista degli amici di Jean-Claude, infine optò per la scrittura in prima persona raccontando le proprie sensazioni ed esperienze nella ricerca della verità gestendo la narrazione su differenti piani e livelli: la cronaca del processo, l’analisi psicologica dell’omicida, l’esplorazione di una vita all’apparenza del tutto normale.

A mano a mano che il processo si avvicinava, lui era sempre più angosciato. A preoccuparlo non erano i risvolti penali: ovviamente sapeva che la condanna sarebbe stata molto pesante, e non mi sembrava che soffrisse per la mancanza di libertà. Alcune restrizioni del regime carcerario lo infastidivano, certo, ma nell’insieme quella vita non gli pesava troppo. In prigione tutti sapevano quel che aveva fatto, non doveva più mentire e, nonostante la sofferenza, godeva di una libertà psichica assolutamente nuova. Era un detenuto modello, apprezzato dai compagni come dal personale. L’idea di uscire da quel bozzolo nel quale aveva trovato un suo spazio per finire in pasto a gente che lo considerava un mostro lo terrorizzava. Si ripeteva che era un passo necessario, che non poteva non comparire davanti al tribunale degli uomini, perché ciò era essenziale, per lui e per gli altri. «Mi preparo a questo processo» mi ha scritto «come a un appuntamento cruciale: sarà l’ultimo con “loro”, l’ultima possibilità di essere finalmente me stesso di fronte a “loro”… Ho il presentimento che, dopo, mi rimarrà poco tempo.»

I fratelli Tanner – Robert Walser

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Il libro che vi invito a leggere oggi è di Robert Walser, poeta e scrittore svizzero: ‘I fratelli Tanner‘ del 1907. Uno dei primi libri di un autore che m’incuriosisce e che in qualche modo avvicino a Van Gogh.
La genialità porta alla follia o la follia produce genialità?
Walser, infatti, fu ricoverato per attacchi psicogeni e morì, suicida, nel sanatorio di Herisau, mentre stava facendo una passeggiata in un campo innevato, passeggiata che cinquant’anni prima aveva descritto, con precisione, nel suo ‘I fratelli Tanner‘.
Il tema del libro è la fratellanza, ma la narrazione indaga a fondo l’animo umano. Il suo personaggio principale, Simon, lavora per vivere, non vive per lavorare. Cioè lavora quel tanto che gli permette di tirare avanti. Non ha ambizioni e non vuole diventare qualcuno, quasi un fannullone (nella migliore delle accezioni) pieno di ironia e privo del risentimento per la povertà, per esempio, di alcuni dei personaggi di Dostoevskij. Pieno di gratitudine per la vita che gli permette di essere libero come l’aria e di non essere debitore a nessuno.
Kafka, che fu uno dei primi entusiasti lettori di Walser descrisse Simon così: «Corre dappertutto, felice sino alla punta dei capelli, e alla fine non diventa nulla, se non una gioia del lettore».
Walser, come il suo Simon, tentò sempre di rimanere in disparte, di non farsi notare, nonostante le importanti conoscenze nel mondo letterario: dal critico Joseph Vistor Wildmann, che per primo fece pubblicare alcune poesie del ventenne Walser nel Bund di Berna, a Franz Blei che lo introdusse nell’ambiente Art Nouveau o Hermann Hesse che nel 1917 recensì ‘Poetenleben‘.
Walser desiderava la quiete e l’anonimato anche se amava scrivere e per farlo, cercando di sottrarre agli estranei la capacità interpretativa, inventò e utilizzò una specie di codice: il metodo della matita (vedi foto).

L’ultimo giorno Hedwing gli disse:
«Ora te ne vai proprio, ora è proprio stabilito. Addio. Vienimi vicino e dammi la mano. Forse fra non molto mi getterò nelle braccia di un uomo che non mi merita. Avrò giocato la mia vita. Sarò molto rispettata. Si dirà: è una donna solida. Davvero non ho il desiderio di avere più tue notizie. Cerca di diventare una brava persona. Prendi parte alla vita pubblica, fa’ che si parli di te, mi farebbe piacere sentir parlare di te dalla gente. Oppure lasciarti vivere come puoi e sai, rimani nell’oscurità, lotta nell’oscurità con i molti giorni che ancora verranno. Non ti credo capace mai di debolezze. Cosa devo ancora dire per augurarti fortuna nel tuo viaggio? Su, ringrazia. Ehi, tu! Non pensi a ringraziarmi per averti concesso di stare qui? No, lascia stare, non sarebbe nel tuo stile. Tu non sei capace di fare un inchino e di dire che proprio non sai come ringraziare. Il tuo comportamento è stato la tua gratitudine. Con te ho cacciato e rincorso il tempo tanto da fargli venire paura di noi. Veramente non hai più cose di quante entrino in questa valigetta?»