La nebbia

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«Incredibile! Ammettilo che ti sei perso e smettiamola di prenderci in giro!»
«Ok, mi sono perso. Quando mi hai detto: “prendiamo la mia macchina che è più grande e possiamo caricare meglio” non mi hai avvisato che non hai il navigatore!»
«Non mi piace il navigatore, non voglio qualcuno che mi dica gira di qua e gira di là e poi magari mi ritrovo in una stradina talmente stretta che devo fare retromarcia per non strisciare la macchina. Ho le cartine geografiche.»
«Bell’affare, le tue cartine! Cosa vuoi che ce ne facciamo in mezzo a questa nebbia che non si vede niente alle sei di sera, buio come pece?»
«Ecco. Allora ammetti che ti sei perso e che non sai guidare con la nebbia!»
«Mi stai facendo incazzare! Guarda in giro, invece, che non vedo niente! Vedi se c’è da qualche parte un’insegna di un distributore, che siamo quasi a secco.»
«Te l’avevo detto, però, di fermarti a fare il pieno!»
«Piantala con questa musica che tu sai tutto, che sei capace di fare tutto e che sai prevedere tutto! Sapientina della malora! Per fortuna con te devo solo lavorarci. Altrimenti m’avrebbero da un pezzo arrestato per averti strangolata!»
«Ma vah! E io che pensavo tu avessi un debole per me!»
George girò di scatto la testa e guardò Patty negli occhi grandi, profondi e luminosi che lo stavano prendendo in giro sorridendo con affetto.
Sentì la rabbia scendere ad un livello sopportabile, quello del “beh, non ce l’ho con te, ma con la situazione”. Controvoglia abbozzò una specie di sorriso.
«Dai!» lo incitò Patty «muoviti. Vedrai che tutto andrà bene… Guarda! Sta arrivando una macchina. Ci facciamo sorpassare e la seguiamo. Son sicura che ci porterà fuori da questa zona di nebbia e poi: tutto sarà a posto!»
«Già e se quello va a casa sua, in mezzo ai campi?» brontolò George malvolentieri.
«Abbi fiducia, se non di me, nel destino! Se è arrivata la macchina, vuol dire che dobbiamo seguirla!»
«Ossignur! Fatalista, anche, sei!» però lasciò passare l’auto e si incollò ai fanalini rossi.
Rimasero in silenzio a lungo, cioè finché l’auto non li ebbe trascinati alle luci fioche di un abitato. Il cartello di benvenuto dichiarava il nome di un paese che non avevano mai sentito nominare, ma poco più avanti notarono una ovattata insegna di benzinaio.
George si rinfrancò e disse a Patty: «Ok, scusa. La tua idea era giusta. Però adesso mi devo fermare a fare benzina.» e accostò l’auto alla pompa. Era attivo solo il self service, anche se erano solo le sei e mezza del pomeriggio. George si sentì irritato. Ci fosse stato uno stupido benzinaio, avrebbe potuto chiedere informazioni sulla direzione da prendere. Magari anche un passante. Nessuno.
Chi vuoi che se ne vada in giro con una serata così, in mezzo alla campagna a pomeriggio inoltrato il venti di novembre, cioè al buio?
George guardò Patty, seduta in macchina mentre la benzina scendeva nel serbatoio. I capelli sembravano molto più scuri del solito e lunghe ciocche erano scivolate dal nodo basso sul collo per la fatica della giornata. Era intenta a controllare le sue cartine, alzandole per avvicinarle agli occhi. Quegli occhiali le erano diventati quasi inutili. Avrebbe dovuto farsene fare un altro paio… E aveva ragione lei, lui le voleva bene. Lo sapeva da qualche tempo, ma non voleva quel sentimento e al negozio di mobili e arredi per la casa dove lavoravano la teneva a distanza. La sua occasione l’aveva già avuta: Jenny. Jenny che aveva amato in un modo che neppure credeva possibile. Jenny bella come una farfalla, carogna come un infame, spietata come la morte. Appena dopo due anni di matrimonio era andata a vivere con un gran signore, ricco e snob a Tokyo. Tokyo dall’altra parte del mondo e dell’universo. Non l’aveva sentita mai più dopo il loro ultimo incontro alla firma della separazione.
George aveva venduto tutto quello che gli era rimasto della loro vita assieme. Ma anche in questo modo sentiva uno spazio vuoto, dentro. Sapeva che nessun’altra donna avrebbe potuto riempirlo. Patty, però, in qualche modo riusciva, a volte, a superare tutto e si affacciava alla soglia del buio, riuscendo a rimpicciolirlo. Stasera gli faceva più tenerezza del solito, così tesa per il rientro, così in colpa per non avere il navigatore, con quell’aria falsamente spavalda e da bulla, ottimista ad oltranza.
Il negozio dove lavoravano, come tutti gli altri, aveva risentito della crisi e alcuni dipendenti erano stati caldamente consigliati di trovare lavoro altrove e poi discretamente licenziati.
A loro due non era ancora capitato forse perché avevano sempre concesso la massima disponibilità e l’assenza assoluta di resistenza, o forse perché loro due erano i più tranquilli nell’intermediazione con i clienti, o perché conoscevano molto bene la merce, anche quella nei magazzini o magari solo per semplice fortuna.
Disponibilità anche a viaggi come quello, per ritirare la merce che i proprietari si erano dimenticati di recuperare per la consegna del giorno dopo.
George rise quando Patty gli fece segno di aver trovato la soluzione. Rimise a posto la pompa e si tornò alla guida.
«Ecco, guarda. Ho trovato. Siamo a meno di dieci chilometri dall’ingresso della superstrada. Vicinissimi, vedi. Adesso prendiamo questa strada» disse Patty indicando davanti a sé «e andiamo sempre dritti. Senza mai girare a destra o a sinistra e saremo arrivati in pochi minuti, massimo venti con questa nebbia.»
«Ok, allora, se lo dici tu. Sei pronta? Non vuoi che ci accampiamo qui e ripartiamo domattina presto?»
«Scusami, George. Preferirei arrivare a casa e dormire un po’ prima di dover arrivare al lavoro. Qui in macchina non sarei in condizione di dormire.»
«Va bene, allora. Andiamo.»
«Non sei più nemmeno un po’ incazzato?» chiese Patty.
«No, solo rassegnato.» rispose George con più dolcezza di quanto avrebbe voluto.
Si guardarono negli occhi e si capirono.
Il ponte era abbozzato. Dovevano solamente andarci cauti. Patty sorrise. Gli occhi che brillavano. George si riempì di un umore soffice e zuccheroso, che gli permise di partire quasi allegramente.
Girarono a lungo in silenzio nella notte piena di nebbia, contenti di essere assieme e fuori dal mondo. Ma quando l’asta del serbatoio segnò un sensibile calo George si riprese e iniziò seriamente a preoccuparsi. Non avevano idea di dove fossero. La strada si vedeva appena e le costruzioni buie che avevano incontrato apparivano di colpo, si paravano davanti come ombre minacciose e oscure, poi sparivano all’improvviso come erano apparse. Nessuna luce.
Patty non riusciva più a sorridere credendoci e la stanchezza le aveva scavato due mezze lune blu sotto gli occhi.
George stava per iniziare una lunga serie di parolacce quando i fari di un’auto in avvicinamento alleggerirono la tensione dell’auto.
«Ecco, un’altro segno del destino! Seguiamola!»
«Come vuoi. Ci ha portato bene la prima volta. Sarà così anche adesso, vedrai» George lo disse più per convincersene che credendoci veramente.
Lasciò che l’auto li superasse e si mise a seguire i fanalini rossi per la seconda volta; entrambi sempre più speranzosi, ad ogni minuto, di vedere la luce degli alti lampioni dell’imboccatura della superstrada.
Non accadeva nulla di simile, però. Continuarono a girare per altri dieci minuti e poi all’improvviso l’auto davanti a loro si fermò. Anche George lo fece.
Patty velocissima scese e si chinò a bussare al finestrino del conducente dell’altra auto.
George, preoccupato per Pattty, uscì dall’auto lasciando la portiera aperta e si avvicinò.
Alla fine anche il conducente dell’altra auto scese.
«Ci scusi, se l’importuniamo» gli disse Patty, «ma ci siamo persi e dobbiamo arrivare all’ingresso della superstrada. Ci può dare qualche indicazione, per favore?»
«Ah, per quello mi seguivate?»
«Sì» intervenne George, «la seguivamo nella speranza di poter trovare un altro paese e avvicinarci alla nostra meta.»
L’uomo scoppiò a ridere.
George e Patty si guardarono interrogativamente.
«Voi seguivate me per arrivare alla superstrada?» continuò tra uno scoppio di risa e l’altro l’uomo.
«Sì, ma non capisco cosa ci sia da ridere tanto» rispose un po’ piccato George.
L’uomo allora cercò di rimanere serio per un po’ e disse: «Vedete, è mezz’ora che giro qua intorno perché abito qui vicino e non riesco a trovare la mia casa!»
Patty e George lo guardarono strabiliati.
«Nemmeno lei ha il navigatore?» risolfò George.
«Ce l’ho, ce l’ho. È che nemmeno con l’aggiornamento del software riconosce la mia strada. Si vede che è troppo vecchio e non ha censito quest’area che è nuova. Avrei dovuto forse acquistarne un altro…» e poi ricominciò a ridere divertito dalla situazione.
Sgomenti Patty e George, rimasero a vederlo ridere.
Non sapevano proprio più che fare.
La fortuna, però, aiuta gli innamorati. O le anime perse.
Sentirono un cigolio di bicicletta in avvicinamento, poi videro la fioca luce del fanalino.
«Bene, bene. Salve. Senza volere ho sentito che vi siete persi. Posso aiutarvi io, se mi offrite un whisketto.»
«Whisketto? E dove?» chiesero i tre autisti.
«Qui, appena dietro l’angolo. Al pub White horse, naturalmente!»
«Va bene» accettò per tutti George.
«Oh, vedi che al mondo c’è sempre gente per bene» ridacchiò l’arzillo vecchietto.
Così la colonna si mosse. Fanalino di bici in testa con al seguito le due auto a passo di pedale.

Photo: http://www.altritaliani.net

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