Il segreto del Bosco Vecchio – Dino Buzzati

vento

La magia delle fiabe e delle favole! A volte ne ho nostalgia. Uno dei libri che meglio me la cura è ‘Il segreto del Bosco Vecchio‘ di Dino Buzzati.
Il secondo libro scritto da Buzzati, pubblicato nel 1935.
Un novel corto, quasi un racconto, dal quale Ermanno Olmi ha tratto un grande film.
Io prediligo sempre i libri, per partito preso.
La trama sembra semplice: Sebastiano ha ereditato la parte più piccola e vecchia del bosco e suo nipote Benvenuto, ragazzino dodicenne, la parte più grande. Sebastiano vuole avere anche ciò che non gli appartiene e cerca di uccidere il giovane nipote.
Ma il racconto è magico: il vento Matteo che combatte con il vento Evaristo per la supremazia territoriale; l’ombra di Sebastiano che lo abbandona perché si vergogna di diventare l’ombra di un assassino; un tribunale di uccelli e un bosco pieno di genii. Il tutto raccontato con uno stile privo di retorica, anzi direi giornalistico. Da provare, credetemi.

“Misteriosi messaggi, che sfuggono alla conoscenza umana, diffusero come un lampo la notizia per tutta la valle. E il pomeriggio del 26 giugno 1925, l’intera popolazione, sprangate accuratamente le case, salì al culmine dei monti circostanti per assistere alla lotta. Il fondo della valle dove si temeva che l’uragano si sarebbe scatenato rimase pressoché deserto. Vecchi infermi si fecero trasportare in lettiga sui migliori punti panoramici. Anche le bestie, da chi ne ebbe la possibilità, vennero condotte in baite fuori mano e ben riparate.
Furono visti gatti randagi abbandonare le case di Fondo e inerpicarsi su per i pendii più ripidi. Anche le lepri, gli scoiattoli, qualcuno dice anche le talpe, ripararono sui monti. Il fondovalle rimase completamente deserto e silenzioso; non si udiva la voce di un solo uccello. Unico tra tutti il campanaro aveva voluto rimanere al suo posto, per far sentire, in caso di grave minaccia, i rimbombi della campana maggiore.
Il profilo delle montagne, dove non era coperto da bosco, formicolava di figure umane. Si sarebbe detta una grandiosa sagra se ci fosse stata nella gente maggiore letizia. Tutti invece sentivano una maledetta paura. All’episodio di Benvenuto, da chi lo conosceva, non veniva dato gran peso; si pensava invece alle rovinose furie di Matteo, alla diga fatta crollare, a quell’albero spaccato in due pezzi, a quel ponte sfasciato, a quelle mucche scaraventate nel burrone.
Della forza di Evaristo, sia pure dopo vent’anni, non si sapeva gran che. Ma sembrava troppo flemmatico, troppo amante della vita tranquilla. Che affidamento poteva dare un vento che ventitré ore su ventiquattro se ne stava ingrumato tra le mura di un’antica chiesa in rovina?”

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