La cripta dei Cappuccini – Joseph Roth

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Come si può raccontare lo sfacelo del proprio mondo? Della realtà che appariva immutabile e che nel volgere di pochi anni si trasforma nell’incubo della guerra?
A chi desidera affrontare questa tematica consiglio la lettura del ‘La cripta dei Cappuccini’ di Joseph Roth.
Il periodo di decadenza è quello dell’Austria che soccombe alla Germania di Hitler e del nazismo.
Il protagonista Francesco Ferdinando Trotta è uno spensierato giovane della ricca borghesia che rimane incantato dalla semplicità di vita di un lontano parente, Joseph Branco, che fa il caldarrostaio e del suo amico, Manes Reisinger vetturino. Poco prima della guerra si trasferisce per abitare vicino a Branco, ma lo scoppio della prima guerra mondiale, lo costringe a partire per il fronte, non impedendogli di sposarsi, prima, con Elisabeth. La guerra, la cattura e la prigionia in Russia non lo preparano al cambiamento della sua Austria, né a quello di sua moglie e del ceto sociale al quale apparteneva. Libro struggente in alcuni punti e pieno di smarrimento.

La taverna di Jadlowker era sempre aperta, giorno e notte. Era la taverna dei disertori russi, cioè di quei soldati dello zar che con la persuasione, l’astuzia e la minaccia venivano costretti dai numerosi agenti delle società americane di navigazione a lasciare l’esercito e a imbarcarsi per il Canada. Certo ce n’erano molti che disertavano spontaneamente. Anzi, pagavano gli agenti con gli ultimi soldi di cui ancora disponevano, loro o i loro parenti. La taverna di confine Jadlowker passava per quel che si dice un locale malfamato. Ma come tutti i locali malfamati di quella zona, era affidato alla particolarissima benevolenza della polizia austriaca di confine e perciò era, per così dire, sia sotto la protezione sia sotto la vigilanza sospettosa delle autorità.
Quando arrivammo – avevamo camminato per mezz’ora muti e depressi -, il grande portone color ruggine, a due battenti, era già chiuso e spenta perfino la lanterna appesa lì davanti. Dovemmo bussare e il garzone Onoufrij venne ad aprirci. Conoscevo la taverna di Jadlowker, c’ero già stato un paio di volte, conoscevo l’abituale baraonda che generalmente vi regnava, quel particolare baccano che fanno quelli che d’un tratto si trovano a non aver più patria, i disperati, tutti coloro che in realtà non hanno un presente ma che ancora stanno, appunto, a mezza strada fra il passato e il futuro, fra un passato familiare e un quanto mai incerto futuro, simili a passeggeri che si imbarcano, nell’istante in cui per un ponticello traballante passano dalla terraferma alla nave sconosciuta.

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