Olive Kitteridge – Elizabeth Strout

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Premio Pulitzer 2009, originale nella sua struttura è ‘Olive Kitteridge‘ di Elizabeth Strout che narra la vita di un paesino del Maine attraverso lo sguardo osservatore di un’anziana maestra che vede le persone cambiare e adattarsi nell’affrontare la vita, superando difficoltà e conflitti, paure e gioie.
La Strout riesce, analizzando a fondo la psicologia dei vari personaggi, a focalizzare l’attenzione sul paese di Crosby rendendolo quasi universale. Perché i problemi di fondo dell’essere umano rimangono tali in ogni angolo del mondo. Consigliato per chi desidera scrivere un romanzo con taglio particolare, a racconti staccati e conclusi, ma uniti dal filo conduttore del ricordo.
Tutti, comunque, possono leggerlo piacevolmente.

Tre ore fa, mentre il sole brillava fulgido tra gli alberi e lungo il prato sul retro della casa, il podologo della cittadina, un uomo di mezza età di nome Christopher Kitteridge, ha sposato una donna che viene da fuori e si chiama Suzanne. È il primo matrimonio per entrambi e la cerimonia è stata intima e piacevole, con una suonatrice di flauto e vasi di leggiadre rose gialle piazzati dentro e fuori della casa. Per ora l’educata allegria degli ospiti non dà segno di scemare e Oliver Kitteridge, ferma accanto al tavolo da picnic, pensa che ormai sia ora che se ne vadano tutti quanti.
Per tutto il pomeriggio Olive ha lottato contro la sensazione di camminare sott’acqua: un sentimento tetro e spaventoso, dato che in realtà non è mai riuscita a imparare a nuotare. Infilando il tovagliolo di carta tra le assi del tavolo da picnic pensava: va bene, ne ho avuto abbastanza. Abbassa lo sguardo per evitare di rimanere bloccata da un’altra insulsa conversazione, fa il giro della casa e varca una porta che dà direttamente dentro la camera del figlio.

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Candido o l’ottimismo – Voltaire

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Volete scrivere di filosofia? Nulla di meglio che leggere e prendere spunto da ‘Candido o l’ottimismo‘ di Voltaire pubblicato in contemporanea a Parigi, Londra ed Amsterdam nel 1759. Il testo è profondamente ironico e smantella la teoria Leibniziana della divinità buona che sceglie sempre la via giusta e quindi il concetto che ‘tutto è bene’. Le avventure però sono narrate come un in romanzo di formazione che vede il giovane Candido, buono e ingenuo, venir ingiustamente accusato di aver sedotto la figlia del castellano, Cunegonda. Venir cacciato e iniziare il suo girovagare per il mondo, pericolando tra una guerra e l’altra, tra una disavventura e l’altra, tra un cataclisma e un terremoto, come nelle trame dei migliori romanzi di viaggi e avventure. Senza mai dimenticare la morale di fondo: dimostrare che la “monadologia” leibniziana è vinta dalla ragione illuministica.

Cacambio espresse all’oste tutta la sua curiosità, e l’oste gli disse: “Io sono molto ignorante e me ne trovo bene; ma abbiamo qui un vegliardo che ha vissuto a corte ed è l’uomo più dotto del regno, e il più affidabile.”
Subito conduce Cacambio dal vecchio. Candido era ormai un personaggio secondario e accompagnava il proprio servitore. Entrarono in una casa semplicissima, poiché la porta era soltanto d’argento e i rivestimenti delle stanze di semplice oro, ma lavorati con tale gusto che le più ricche decorazioni non li potevano offuscare. L’anticamera in verità non era tempestata che di rubini e smeraldi, ma l’ordine di cui tutto era disposto suppliva a questa estrema semplicità.
Il vecchio ricevette i due stranieri seduto sopra un sofà imbottito di piume di colibrì e fece offrire loro dei liquori in coppe di diamante; dopo di che appagò la loro curiosità in questi termini: “Ho centosessantadue anni, e ho appreso dal mio defunto padre, scudiere del re, le stupefacenti rivoluzioni del Perù, delle quali era stato testimone. Il regno in cui ci troviamo è l’antica patria degli Incas che molto imprudentemente essi abbandonarono per andare a sottomettere una parte del mondo, e che infine furono sterminati dagli Spagnoli.

Photo: http://www.altrogiornale.org

Lo scherzo del filosofo – Jerome Klapka Jerome

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Jerome Klapka Jerome è famosissimo per ‘Tre uomini in barca‘ e ‘I pensieri oziosi di un ozioso‘. Quello che vi propongo è il racconto ‘Lo scherzo del filosofo‘ che l’autore presenta così: «Generalmente i lettori cercano in un libro gli spunti per arricchirsi, istruirsi, magari anche migliorarsi. Ebbene, questo libro non potrebbe rendere migliore nemmeno una mucca. In tutta coscienza, non lo raccomanderei per nessun utile proposito. Posso soltanto suggerirvi di sfogliarlo per una mezz’ora, quando vi sarete stancati di leggere ‘i cento migliori libri di sempre’. Almeno, sarà qualcosa di diverso.»
Io ve lo consiglio davvero invece, è la storia di sei amici che si frequentano da tempo, che discutono, in un locale, su cosa potrebbero fare se potessero rivivere la loro vita. Vengono avvicinati da uno strano personaggio che somiglia alquanto al filosofo Immanuel Kant e che propone loro una magica pozione per tornare indietro di vent’anni mantenendo però tutti i ricordi della loro vita fino a quel momento, la loro esperienza di uomini maturi, cioè.
I sei accettano e si ritrovano sbalzati nella loro gioventù. Bello? Sì, potrebbe. Ma ai sei sorge un dubbio: quale sarà la loro sorte se prenderanno decisioni diverse da quelle che presero allora?

Fu Everett a bere per primo. Bevve con i suoi piccoli occhi scintillanti fissati con aria famelica sul bel volto fiero della signora Camelford; poi passò il calice alla moglie. Fu lei che forse bevve più avidamente. La sua vita con Everett, sin dal giorno in cui era guarita da una malattia che le aveva strappato tutta la sua bellezza, era stata un’amara delusione. Bevve con la folle speranza che quello potesse non essere solo un sogno; ed elettrizzata al tocco dell’uomo che amava quando, sporgendosi sul tavolo, egli prese il calice dalla sua mano. La signora Armitage fu la quarta a bere. Prese il calice dal marito, bevve con un sorriso tranquillo e lo passò a Camelford. E Camelford bevve, senza guardare nessuno e riappoggiò il calice sul tavolo.
“A voi.” disse il vecchio ometto alla signora Camelford “siete rimasta l’ultima a dover bere. La cosa sarà incompleta senza di voi.”
“Io non desidero bere” disse la signora Camelford, e i suoi occhi cercarono quelli del marito, ma lui non la guardò.
“Andiamo” incalzò nuovamente la figura. E allora Camelford la guardò e rise freddamente.
“Farai meglio a bere” le disse. “È solo un sogno.”
“Se lo desiderate” rispose lei. E fu dalle sue mani che prese il calice.

Photo: it.dreamstime.com

Il taglio del bosco – Carlo Cassola

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Per chi volesse, invece, ‘raccontare qualcosa e, nello stesso tempo, […] non raccontare nulla’ imprescindibile diventa la lettura di ‘Il taglio del bosco‘ di Carlo Cassola. Un racconto lungo o un romanzo breve, dalla travagliata gestazione, uscito per la prima volta sulla rivista ‘Paragone-Letteratura’ nel dicembre del 1950 e ambientato negli anni 1938-39. Come spiegato dall’autore stesso, in questo testo racconta per narrare qualcosa di eccezionale, ma per descrivere la quotidianità sempre eguale che racchiude ognuno nella propria solitudine. Cinque uomini per cinque mesi tutti i giorni tagliano alberi nella maremma grossettana, con l’unico diversivo delle chiacchiere attorno al fuoco alla sera e le storie di Francesco, che assieme a Germano, il più giovane, Amedeo, Fiore e Guglielmo sono i protagonisti della narrazione.
La prosa è scarnificata, sobria ed essenziale aiuta a rendere l’atmosfera fuori dal tempo e fuori dallo spazio, quasi in sospensione, che Cassola voleva ottenere quando iniziò la stesura del racconto. In realtà con il passare del tempo Cassola fece di Guglielmo il protagonista. Descrivendolo incapace di trasmettere tutto il suo dolore per la moglie morta da poco.

Il Natale si avvicinava, e gli uomini si prepararono alla partenza. Poiché cadeva di sabato, avrebbero avuto due giorni a disposizione. Fiore però disse subito che non si sarebbe mosso.
Egli era cosiffatto, che nella macchia si trovava a suo agio meglio che a casa. Avrebbe dovuto nascere orso, diceva Amedeo. All’ultimo momento anche Guglielmo rinunciò a partire.
«Di’ a mia sorella che ho avuto paura di strapazzarmi col viaggio.Dille che mi dispiaceva lasciar solo Fiore.»
«Però», non poté trattenersi dal dirgli Amedeo, «se fosse stata viva tua moglie, ci saresti venuto, a casa.»
«S’intende» rispose Guglielmo.
«Alla moglie non si può far torto» concluse Amedeo
«Vallo a dire a Fiore.»
Amedeo si mise a ridere.
«Vedi invece com’è fatto Francesco», disse poi.«Lui non ha nessuno al mondo, tanto valeva che il Natale lo facesse qui».
Francesco, infatti, benché fosse di San Dalmazio, non aveva più parenti al paese. Abitava in due stanzette sopra la canonica e si faceva da mangiare da sé. Eppure sembrava che la solitudine non gli pesasse, e non aveva mai nemmeno un momento in cui tradisse la malinconia e lo sconforto.

La noia – Alberto Moravia

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Oggi lo spleen e l’ennui della giornata m’han fatto tornare in mente ‘La noia‘ di Alberto Moravia, un valido esempio di romanzo-saggio, uscito nel 1960, per chi volesse cimentarsi nel genere.
Lungo monologo del protagonista Dino, che narra le sue vicissitudini di uomo tormentato dalla noia, dal pessimo rapporto con la madre e da un amore che non vorrebbe vivere, che tocca tutti i temi basilari della letteratura esistenzialista. Moravia riprende temi che aveva già enunciato nel ‘Gli indifferenti‘ del 1929, ma li rivisita influenzato dalla maggiore maturità raggiunta e dal cambiamento dei tempi. Rimane invariata, però, la narrazione dell’impossibilità di vivere una vita autentica per il continuo mutarsi dell’essere umano in automa, tra le macerie del mondo borghese. Automa che ricerca solo e in modo ossessivo sesso e denaro e che non può che perdersi nell’alienazione di sé.

Penso che, a questo punto, sarà forse opportuno che si spenda qualche parola sulla noia, un sentimento di cui mi accadrà di parlare spesso in queste pagine. Dunque, per quanto io mi spinga indietro negli anni con la memoria, ricordo di aver sempre sofferto della noia. Ma bisogna intenderci su questa parola. Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza e inadeguatezza o scarsità della realtà. Per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente. Oppure, altro paragone, la mia noia rassomiglia all’interruzione frequente e misteriosa della corrente elettrica in una casa: un momento tutto è chiaro ed evidente, qui sono le poltrone, lì i divani, più in là gli armadi, le consolle, i quadri, i tendaggi, i tappeti, le finestre, le porte; un momento dopo non c’è che buio e vuoto.

 

 

Photo: Ramón Casas, Young Decadent , 1899

La felicità di Emma – Claudia Schreiber

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Scrittrice mitteleuropea di new generation, se mi permettete la definizione, Claudia Schreiber con il suo La felicità di Emma affascina per il suo modo diretto e anche troppo realistico di vedere la vita e la morte. Affascina, però, anche per il suoi personaggi, soprattutto per Emma, la protagonista, bislacca donna tradita dagli esseri umani e legata da affetto profondo alle sue scrofe, che abbraccia come fossero sorelle, e che può uccidere senza dolore al momento della macellazione, descritta scientificamente.
Particolare ovviamente è il protagonista maschile della tragicommedia: Max, venditore d’auto, pieno di denaro e colpito da un tumore al pancreas, che porta ordine e pulizia nella vita di Emma.
Comici i paesani che fanno da sfondo alla narrazione.
Non è un libro melenso, direi piuttosto pieno di pagine di vita nuda e cruda, senza sconti e vagheggiamenti. Un libro che racconta la verità, senza falsi pudori e giri di parole utilizzando un’improbabile e sgraziato personaggio principale: Emma.

Come fosse iniziata la faccenda della moto, non se lo ricordava più nemmeno lei. Era la vecchia Zündapp che aveva ereditato da suo padre quando era morto. Lui la usava per percorrere la strada sinuosa che attraversava il bosco e portava in città. Ma Emma non aveva niente da fare laggiù. Non conosceva nessuno fuori dal villaggio e non osava spingersi in città. Osava fare qualunque cosa, tranne quella.
Però in moto ci andava. Si era allestita una pista personale proprio dietro alla casa. L’aveva asfaltata lei con le sue mani. Una strada che sembrava priva di scopo. Che iniziava in mezzo al prato e finiva mille metri dopo, davanti agli alti abeti. Naturalmente i suoi lavori stradali volontari non erano mai stati autorizzati, ma cosa importava? In paese la legge era Henner. Nessun altro poliziotto voleva prendere servizio in quell’angolo dimenticato da Dio. Se Henner comunicava ai superiori in città che tutto era tranquillo, allora era così.
Emma spinse a fatica la vecchia Zündapp lungo il viottolo fino all’inizio della sua pista privata. Sistemò il mezzo nella giusta direzione, salì in sella, mise in moto e scaldò il motore.

Photo: http://www.advancedphotoshop.co.uk

Susanna Franchi

Colored Folks Corner

Tornare a casa, a volte, può non essere piacevole come dovrebbe. E per Patrizia quel giorno non lo fu. Lo zaino le pesava sulle spalle e aveva una fame terribile dopo gli allenamenti estivi. Sperava tanto che mamma si fosse ricordata di prepararle qualcosa di buono, da lasciarle in frigo o nel forno. E voleva tanto farsi una doccia calda, per sciogliere i muscoli e liberarsi dal sudore! Continua a leggere

La filosofia di Andy Warhol da A a B e viceversa – Andy Warhol

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Una biografia importante, di un artista importante. Una vita trasgressiva, tra gente glamour, vissuta sopra le righe e oltre il limite per voglia di emergere. Ma anche una vita schiva, inavvicinabile, semplice e geniale. Una biografia che poteva essere scritta solo dall’artista stesso: ‘La filosofia di Andy Warhol da A a B e viceversa‘ di Andy Warhol permette di curiosare in tutti gli aspetti contraddittori e polemici dell’autore, spaziando tra la sua volgarità e le vette della sua arte, tra l’ambiguità sessuale e le pagine d’amore per il suo lavoro, che lo ha portato ai vertici della pop art.
Intrigante e stimolante. Di certo cambia parecchio il modo di vedere le cose.
Non è, però, lettura per tutti…

Ho sempre amato lavorare con gli scarti, fare le cose con gli scarti: Le cose che vengono scartate, che tutti sanno non essere più buone, ho sempre pensato che potessero essere molto divertenti È come riciclare un lavoro già fatto. Ho sempre pensato che ci fosse dello humour negli scarti. Quando vedo un vecchio film di Esther Williams con le cento fanciulle che si tuffano dall’altalena, penso a come dovevano essere i provini, e a tutti quelli in cui una fanciulla non aveva avuto il coraggio di saltare al momento giusto, e penso a lei, scartata, sull’altalena. Così la pellicola della ripresa finiva sul pavimento della sala di montaggio – tutta la scena tagliata – e probabilmente anche la fanciulla diventava uno scarto – silurata – e la scena scartata sarebbe stata molto più divertente di quelle dove tutto funzionava a dovere.