La chiave a stella – Primo Levi

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Non un romanzo, né una raccolta di racconti, ma la narrazione di episodi della vita di Faussone, operaio piemontese specializzato nell’utilizzo della chiave a stella per costruire ponti sospesi, semplici tralicci o basi petrolifere nelle zone più disparate della terra. Storie vissute da lui in prima persona, movimentate e avventurose, o raccontate da altri personaggi che incontra lungo il cammino. Primo Levi attraverso queste storie indaga il rapporto tra scienza e tecnica, tra i progetti e la realizzazione degli stessi e come mai alcuni non reggono la realtà o crollano appena finiti. A volte sarà per una cattiva progettazione, a volte per un fato o un destino che incuriosisce Faussone e lo spinge a indagare sui motivi dei fallimenti. ‘La chiave a stella’ è un libro che parla del lavoro manuale, del rapporto che l’uomo ha con il lavoro e di quanto il lavoro possa influire sulla vita dell’uomo.

Da ‘Acciughe’
«Come vede, siete più fortunati voialtri, che le vostre strutture ve le vedete crescere sotto le mani e sotto gli occhi, verificandole a amano a mano che vengono su: e se sbagliate ci va poco a correggere. È vero che noi [chimici] abbiamo un vantaggio: ogni nostro montaggio non porta a un traliccio solo, ma a tanti in una volta. Proprio tanti, un numero che lei non se lo può immaginare, un numero di venticinque o ventisei cifre. Se non fosse così, chiaro che…»
«Chiaro che potreste andare a cantare in un altro cortile, – ha completato Faussone.- Vada avanti che se ne impara sempre una nuova».
«Potremmo andare a cantare in un altro cortile, e delle volte, infatti, ci andiamo: per esempio quando le cose vanno storte, e i nostri minuscoli tralicci non vengono tutti eguali, ma con un dettaglio non previsto dal modello, e noi non ce ne accorgiamo subito perché siamo ciechi. Se ne accorge prima il cliente. Ecco, è proprio per questo che sono qui: non per scrivere delle storie. Le storie, caso mai, sono un sottoprodotto almeno per adesso».

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La libreria – Penelope Fitzgerald

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Per tutti quelli che amano i libri e pensano che sarebbe una buona idea aprire una libreria: la storia di Penelope Fitzgerald ‘La libreria‘ potrebbe essere illuminante, anche se ambientata nel 1959!
La protagonista, la signora Florence Green, rimasta vedova, decide di investire i suoi risparmi nell’apertura di una libreria nel paese dove vive da anni e sceglie quale sede della sua attività un edificio storico, un po’ cadente e un po’ abitato da presenze soprannaturali e anche un po’ umido.
Riesce ad accalappiarsi l’aiuto di una giovanissima aiutante, Christine, che odia leggere e che gestisce con mano ferma il reparto prestiti nei pomeriggi dopo la scuola.
La realizzazione di un sogno, non fosse per la patronessa dei vari comitati di beneficenza che vuole far chiudere la libreria, soprattutto dopo la vendita di duecentocinquanta copie di ‘Lolita’ di Nabokov in paese.
La patronessa con la scusa di voler trasformare il vecchio edificio in un “centro delle arti”…
Non vi racconto il finale. Anche se non si tratta di un giallo, secondo me il finale di un libro va gustato e ‘scoperto’.
Ottima la scrittura della Fitzgerald che racconta la vita così com’è, con tanti particolari sui personaggi e la cittadina. Mi è piaciuta molto la sua capacità di cogliere gli aspetti assurdi del vivere sociale con umorismo e ironia!

Ivy Welford venne a dare un’occhiata ai registri un po’ prima del tempo fissato per la sua visita. La sua inquisività era una misura del successo del negozio e della reputazione fuori Hardborough.
«Dove sono i libri da restituire?».
«Non ce ne sono» replicò Florence. «Gli editori non si riprendono niente. Non gli piacciono gli accordi di vendita o resa».
«Però delle rese ce le hai. Com’è possibile?».
«A volte ai clienti non piacciono i libri dopo averli comprati. Si scandalizzano, oppure dicono che hanno trovato una avvertibile traccia di socialismo».
«In tal caso il prezzo andrebbe accreditato sul tuo conto personale e addebitato sotto restituzioni». Era un’accusa di debolezza. «Vediamo il libro degli acquisti. Centocinquanta segnalibri cinesi di seta a cinque scellini l’uno…possibile? Non c’è uno sbaglio?».
«C’era un uccello o una farfalla differenti su ciascuno. Alcuni erano passeri di Giava. Erano bellissimi. Li ho comperati per questo».
«Non lo metto in discussione. Non spetta a me chiederti come gestisci gli affari. La mia preoccupazione è che sul libro vendite sia registrato che sono stati venduti a cinque pence l’uno. Come lo spieghi questo?».
«È stato uno sbaglio di Christine. Credeva che fossero di carta e ha letto male il prezzo. Non ti puoi aspettare che una bambina di dieci anni capisca un’arte orientale con una tradizione multisecolare».
«Può darsi, ma non hai registrato la perdita di quattro scellini e sette pence su ciascun articolo. Come posso preparare un Bilancio Provvisorio?»

La banalità del male – Hannah Arendt

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Propongo un libro per chi ama scrivere raccontando fatti realmente accaduti. Hannah Arendt ‘La banalità del male‘. Otto Adolf Eichmann viene catturato nel 1960 e nel 1961 a Gerusalemme viene processato per i crimini contro l’umanità che ha compiuto sotto il regime nazista. Hannah Arendt come inviata del “New Yorker” segue il dibattimento. E quello che la colpisce è appunto la banalità del male. Gli uomini che hanno commesso quei crimini non sono altro che piccoli burocrati, servitori, passacarte. Non hanno la forza e l’aspetto dei demoni, ma quello semplice di ognuno di noi.
Terrificante.

Se la sua coscienza si ribellava a qualcosa, non era all’idea dell’omicidio, ma all’idea che si uccidessero ebrei tedeschi (“Non ho mai detto che non sapevo che gli Einsatzgruppen avevano l’ordine di uccidere, ma non sapevo che ebrei del Reich evacuati verso oriente venissero sottoposti allo stesso trattamento. Questo non lo sapevo.”) Era lo stesso modo di ragionare di quel Wilhelm Kube, nazista della prima ora e Generalkommissar nella Russiaoccupata, che era rimasto sconvolto e offeso quando ebrei tedeschi insigniti della Croce di Ferro erano giunti a Minsk per subire il “trattamento speciale”. In quell’occasione, Kube, che era un uomo piuttosto energico, aveva usato parole che ci possono dare un’idea di ciò che si agitava nella mente di Eichmann quando questi era in preda a crisi di coscienza:”Io sono certamente un duro e sono pronto a contribuire alla soluzione del problema ebraico, – aveva scritto Kube al suo superiore nel dicembre del 1941 – ma gente che viene dal nostro stesso ambiente culturale è sicuramente un po’ diversa dalle bestiali orde indigene.”
Questo tipo di coscienza, che, ammesso che si ribellasse, si ribellava solamente all’assassinio di persone provenienti “dal nostro stesso ambiente culturale”, è sopravvissuto al regime hitleriano: molti tedeschi di oggi si ostinano a credere che soltanto Ostjuden, ebrei dell’Europa orientale, venissero massacrati. Ma bisogna anche dire che questo modo di pensare, che distingue tra l’uccisione di persone “primitive” e l’uccisione di persone “civili”, non è prerogativa del solo popolo tedesco.

Il salto – Nadine Gordimer

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Una raccolta di racconti di Nadine Gordimer, premio Nobel per la letteratura nel 1991. S’intitola ‘Il salto‘ e potrete leggere sedici storie ambientate in vari luoghi dell’Africa. Sedici storie scritte con cura e nettezza con finali piuttosto sorprendenti. Fuga dal Mozambico in condizioni durissime; storia d’amore tra una meticcia e uno svedese; il disagio dei bianchi sempre spaventati di essere assaliti nelle proprie case trasformate in fortezze; alcuni bianchi che s’interrogano sulla possibilità di poter considerare l’Africa il loro Paese. Storie originali e imperniate sul confronto tra varie culture, sulle conseguenze profonde che si ritrovano nei popoli sradicati o migrati.

Da: ‘Mio padre se ne va di casa’

Le case si scostano longitudinalmente dalla strada del villaggio in cerca di privacy. Ma sono decorate con volute e ghirlande di fiori e di frutta. I pampini pendono come biancheria stesa lungo la prospettiva decrescente di portici angusti. Grovigli di pomodori e margherite si arrampicano dietro le palizzate. In un’aia lunga e stretta si affollano pollai e recinti di anatre, e c’è anche un maiale. Ma non nella casa da cui proviene; là non ci sarebbe stato un maiale.
L’ufficio postale è fatto di assicelle di legno e sotto il tetto c’è una tavola intarsiata – l’insegna di un ufficio postale è riconoscibile ovunque, in qualunque lingua, anche se risale ai tempi in cui non c’era ancora la posta aerea: non un uccello stilizzato bensì un corno da postiglione ricurvo con cordone e nappe. Da qui saranno partite le lettere per organizzare il passaggio in nave. Fuori c’è una panca: una vecchia sbuccia piselli. Porta uno scialle nero sulla testa e un grembiule, ha la bocca chiusa senza labbra di chi ha perduto i denti.

Il processo – Franz Kafka

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Per chi desidera confrontarsi con l’assurdità della quotidianità. Con la burocratizzazione delle istituzioni che estrapola la realtà in un universo a parte, irreale e, a volte, assurdo. Per chi ama le descrizioni delle piccola cose, il racconto delle sensazioni e dei sentimenti senza molti colpi di scena. Per chi vuole imparare a scrivere disseminando il testo di sospensione, ansia e attesa: il maestro è Franz Kafka il capolavoro è ‘Il processo’. L’allucinato sconvolgimento della vita di K., impiegato di banca integerrimo, che, sicuramente per qualche maldicenza, si trova coinvolto, pur rimanendo sempre libero, nel suo processo senza senso, che avrà le più disparate sedi, i più strani giudici e il pubblico più vario e fantastico.

In una mattina d’inverno – fuori la neve cadeva nella luce cupa – K. sedeva nel suo ufficio, straordinariamente stanco già nelle prime ore. Per difendersi almeno dagli impiegati di livello inferiore aveva dato al commesso l’ordine di non lasciar passare nessuno di loro perché era occupato in un lavoro importante. Ma invece di lavorare si rigirava sulla sedia, spostava lentamente qualche oggetto sul tavolo, poi senza avvedersene fece cadere il braccio disteso lungo il piano del tavolo e rimase immobile con la testa china.
Il pensiero del processo non lo lasciava più. Aveva già più volte pensato se non sarebbe stato meglio redigere una difesa e inoltrarla al tribunale. Voleva anteporvi una breve descrizione della sua vita e chiarire, riguardo ad ogni evento in qualche modo più importante, le ragioni del suo comportamento e se, secondo il suo giudizio attuale il suo modo di agire era da riprovare o approvare e quali motivi poteva addurre in un caso o nell’altro. I vantaggi di una tale difesa scritta rispetto alla pura e semplice difesa dell’avvocato, del resto per niente ineccepibile, erano indubbi. K. non sapeva affatto quello che l’avvocato intendesse fare; in ogni caso non doveva essere molto, già da un mese non lo aveva più chiamato, e in nessuna delle conversazioni precedenti K. aveva avuto l’impressione che quell’uomo potesse far molto per lui.

Nebbia

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Mi sveglio rattrappita e con in bocca il sapore terribile di una serata ubriaca o piena di troppi barbiturici. Non mi sento del tutto lucida. Apro gli occhi.
Una spiaggia bellissima, quella che vedo.
Il mare azzurro come il cielo, la sabbia bianca, il vento che soffia leggero.
Ma come ci sono arrivata qui? Continua a leggere

Il fattore umano – Graham Greene

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Molti thriller e spy story ci possono aiutare ad usare i flash-back, aiutandoci anche a capire il momento migliore nel quale inserirli nella narrazione. ‘Il fattore umano‘ di  è il mio preferito. Sarà che Greene è un maestro, ma la sua narrazione, che avanza raccontando il passato, è stimolante. Originale anche la trama perché il protagonista, Maurice Castle, non deve affrontare un nemico, ma una sistema. Il servizio segreto britannico del quale anche lui fa parte. Come s’accorge d’essere sotto tiro? Semplice. Non trova il whisky per l’aperitivo serale al solito posto.

Aprì la porta con la sua Yale. Aveva anche pensato di far installare una serratura di sicurezza, una di quelle speciali che vendevano da chubb’s in St James’s Street, ma poi vi aveva rinunciato, visto che i suoi vicini si accontentavano di una Yale e inoltre negli ultimi tre anni non si erano verificati furti nei paraggi che giustificassero una simile misura. L’anticamera era deserta, e anche il soggiorno, come si poteva intravedere dalla porta aperta; e dalla cucina non venivano rumori. Notò immediatamente che la bottiglia del whisky non era sul buffet, pronta vicino al sifone del selz. Un’abitudine consolidata era stata infranta, e Castle si sentì prendere dall’ansia, improvvisa come la puntura di un insetto.

Photo: http://www.helixmind.com

Scrivere zen – Natalie Goldberg

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Un libro per chi vuole imparare a scrivere, ma anche per persone curiose della propria interiorità.
Manuali di scrittura creativa e non, ce ne sono molti. Oggi ho scelto ‘Scrivere zen‘ di Natalie Goldberg. Insegna a connettersi con l’io più profondo, ad avere fiducia nella propria scrittura e a creare un equilibrio dentro sé attraverso l’atto della scrittura. Insegna a scrivere ‘a tempo’, dando retta solo alle emozioni e a ciò che l’interiorità ha da raccontare, senza preoccuparsi del censore, della grammatica e della sintassi. Scrivere per scrivere. Praticare la scrittura. Come si pratica lo zen, appunto. Meditando ogni giorno. Riempiendo ogni giorno un foglio.
Un bel viaggio.

La pratica della scrittura abbraccia tutta la nostra esistenza, e non richiede alcuna struttura logica: non c’è un capitolo 19 in cui si debba riprendere l’azione interrotta nel capitolo 18. È un luogo in cui ci si può abbandonare alle evoluzioni più sfrenate, mescolando la minestra della nonna con lo spettacolo sbalorditivo delle nubi fuori dalla finestra. Non ha nessuna direzione, e riguarda tutto il nostro essere nel momento che stiamo vivendo. Pensate alla pratica della scrittura come ad un abbraccio affettuoso a cui ci si può abbandonare nel modo più illogico e incoerente. Il nostro bosco selvaggio dove andiamo a raccogliere le energie prima di potare il giardino, prima di scrivere i nostri libri e i nostri grandi romanzi. È un addestramento continuo.

Alla baia – Katherine Mansfield

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Una profonda capacità descrittiva. Una magnifica capacità di far vivere oggetti inanimati tanto da sentirli partecipi all’emozione della giornata. La scrittrice è Katherine Mansfield il racconto ‘Alla baia‘ assolutamente da leggere per imparare da questa scrittrice come far ‘vedere’ al lettore. Per imparare da lei a trascinarlo nel mondo che delineiamo, a fargli dimenticare ogni altro luogo che non sia il nostro. In ‘Alla baia‘ non accade nulla di straordinario, la Mansfield descrive i pensieri, le emozioni i sentimenti dei vari personaggi, positivi e non…
M’ha incantata.

L’incipit

Mattina, molto di buon ora. Il sole non era ancora spuntato e tutta la Baia di Crescent era nascosta sotto una foschia bianca che veniva dal mare. Dietro, le grandi colline boscose trasparivano appena: non si vedeva dove finissero, né dove cominciassero i prati e i bungalow. La strada sabbiosa era svanita, e così pure i prati e i bungalow sul lato opposto; più in là, le bianche dune ricoperte d’erba rossiccia non c’erano più; niente segnava più il confine tra mare e spiaggia. Era caduta una pesante rugiada. L’erba era azzurra, e grosse gocce pendevano dai cespugli, erano lì lì per cadere; il toi toi argenteo e lanuginoso era fiacco sul suo lungo stelo, e tutte le calendule e i garofani dei giardini s’inchinavano fino a terra sotto il peso dell’umidità. Le fredde fucsie erano inzuppate, rotonde perle di rugiada indugiavano sulle foglie piatte dei nasturzi. Sembrava che il mare fosse avanzato furtivamente nell’oscurità, che un’unica immensa ondata fosse salita gorgogliando – fino a dove? Forse, se ti fossi svegliato nel mezzo della notte avresti potuto vedere un grosso pesce guizzare per un attimo davanti alla finestra…

Bartley lo scrivano – Hermann Melville

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Hermann Melville e il suo ‘Bartley lo scrivano‘. Un racconto della fine dell’ottocento che parla di alienazione del lavoro. Dell’uomo macchina assunto in uno studio legale per ricopiare e ricopiare documenti. Bartley non fa altro che copiare testi tutto il giorno. L’avvocato, la voce narrante del racconto, dapprima è contento di tanta dedizione, ma comincia a sospettare che non tutto sia proprio a posto quando inizia a chiedere al protagonista di svolgere qualche altra mansione, per esempio correggere un testo e si sente rispondere con un pacato: “Preferirei di no”.
Piano piano i “preferirei di no” diventano costanti e Bartley si riduce addirittura a vivere in ufficio, nascosto da un paravento. L’avvocato non riesce a farsi valere, bloccato da quella pacata depressione senza fine. Per liberarsi del suo dipendente è costretto a trasferire l’ufficio, Bartley si rifiuta di spostarsi e i nuovi affittuari lo fanno portare via dalla polizia. In carcere Bartley si lascerà andare alla totale inedia. Melville ha creato un personaggio che incarna la resistenza passiva di un uomo esaurito e depresso da un lavoro che gli ha fatto perdere l’anima.
Ci sono giornate in cui mi immedesimo in Bartley.

Quanto vidi quella mattina mi convinse che lo scrivano era vittima di un disordine innato e incurabile. Avrei forse potuto soccorrere il corpo, ma non era il corpo a dolergli; era la sua anima che soffriva, e non potevo raggiungere la sua anima. Lasciai cadere il proposito di andare alla chiesa della Santissima Trinità quel mattino. Mi sentivo in qualche modo indegno dopo le cose che avevo visto. Mi incamminai verso casa pensando a cosa avrei fatto con Bartleby. Alla.fine mi risolsi su quanto segue: il mattino dopo gli avrei rivolto alcune pacate domande sul suo passato, ecc. e, se avesse rifiutato di rispondere in modo aperto e senza riserve (presumevo che avrebbe preferito di no), gli avrei allora dato una banconota da venti dollari oltre a quanto già eventualmente gli dovevo, dicendogli che i suoi servizi non erano più richiesti, ma che, se in qualunque altro modo avessi potuto aiutarlo, sarei stato felice di adoperarmi in tal senso; soprattutto se avesse desiderato ritornare là dove era nato, non importa dove fosse, avrei volentieri contribuito alle spese. Inoltre, se, una volta arrivato a casa, in un momento qualsiasi si fosse trovato bisognoso di aiuto, una sua lettera avrebbe certamente avuto risposta. Giunse il mattino successivo. «Bartleby», dissi rivolgendomi gentilmente a lui dietro il paravento. Nessuna risposta. «Bartleby», dissi in tono ancora più gentile, «venga qui. Non le chiederò di fare nulla che lei preferisca non fare… desidero soltanto parlarle». A queste parole silenziosamente scivolò fuori. «Vuole dirmi, Bartleby, dove è nato?» «Preferirei di no». «Non vuole raccontarmi niente di sé?» «Preferirei di no».

Photo: http://www.stampatipografica.it