Consigli matrimoniali alle figlie sovrane – Maria Teresa d’Austria

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Ho pescato al volo, passando, dallo scaffale ‘divertenti‘ un libro che mi fa sorridere, in realtà profondo esempio di amore materno, scritto da Maria Teresa d’Austria e intitolato ‘Consigli matrimoniali alle figlie sovrane‘. Maria Teresa ne aveva di pensieri! Sedici figli, il primogenito imperatore, e tre figlie spose di re: Maria Amalia a Parma, Maria Antonietta in Francia e Maria Carolina a Napoli! Mi piace la sincera sollecitudine e preoccupazione di mamma che esce da queste lettere! Mi piace la chiarezza di pensiero di questa donna e la sua concretezza!

(Dalla lettera a Maria Amalia fine di giugno 1769)

[…] Che potete fare nei confronti di un principe così colto, così informato, com’è vostro marito? Con che cosa lo divertirete? Con le storielle di qui e della vostra fanciullezza? Con il racconto del vostro viaggio? Della mia malattia? O delle avventure di gente che non conosce, che non può interessarlo e che per se stessa ha poco valore?
Fatevi una regola di non raccontare mai cose di qui: vi si stimerà tanto di più. Non fate su qualsiasi soggetto confronti tra quello che si usa qui e a Parma, salvo che vostro marito lo desideri. Non vogliate mai a Parma cose che qui si usano. Siete straniera e suddita: tocca a voi imparare e conformarvi, tanto più che siete più anziana del vostro sposo e signore e non dovete far pensare che lo vogliate dominare. Di più, vi si stima altera e prepotente: vi siete tirato addosso questo giudizio per qualche proposito e per piccole cose certo inopportune.
Non fate gli stessi errori a Parma; una tale condotta potrebbe causare la infelicità della vostra vita.
Anche il vostro viso, che del resto è piacevole, e l’aria vostra un po’ dura, per niente lieta e dolce, contribuiscono perché si formi questo giudizio.[…]

Photo: Maria Amalia

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L’epigramma a Stalin – Robert Littell

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Robert Littell ha scritto parecchie spy story con trame che contrappongono la CIA e l’Unione Sovietica. Però, il libro che mi ha sedotto, nel retro di copertina m’ha intrigato la frase finale: “un romanzo stilisticamente perfetto” (e come potevo resistere?), è ‘L’epigramma a Stalin‘ dove l’autore romanza la vita del poeta Osip Ėmil’evič Mandel’štam, realmente vissuto e morto nel 1938 in Siberia. Le voci narranti dei vari protagonisti raccontano da vari punti di vista le peripezie del poeta tra fame, accuse, tradimenti, ma anche affetti e amicizie sincere come quelle dello scrittore Boris Pasternak e di Anna Achmatova. Prima al confino, poi in un campo di lavoro, il carcere nella Lubjanka dove inevitabilmente il poeta ‘confessa’ e, infine, l’esilio in Siberia.

«Pasternak ha minacciato di porre fine alla nostra amicizia profonda e di lunga data se non avessi distrutto questo epigramma scandaloso. Per quanto riguarda Achmatova, ho temuto che vomitasse sul pavimento del soggiorno quando l’ha sentito. Ha ripetuto che non era affatto una poesia bensì una polemica, una discussione politica che non colpiva nel segno perché Stalin non aveva nessun legame con l’Ossezia ed era universalmente rispettato, persino dagli avversari politici, per la sua sincerità e il suo idealismo. Lo stesso vale per Sergej Petrovič, di cui mi sfugge il cognome. Lo stesso vale per gli altri sei che hanno avuto la sfortuna di avventurarsi nel terreno comune che io e Nadežda avevamo creato, solo per scoprire di essere il pubblico prigioniero di un poeta impazzito. Tutti loro, a partire da Nadežda hanno sostenuto che non dovrei sprecare il mio talento, presupponendo che ne abbia, eseguendo gli ordini scellerati dei sabotatori e dei controrivoluzionari, che invece dovrei comporre un’ode che celebri la gloria di Stalin, il suo coraggio durante la Rivoluzione e la guerra civile, le sue imprese in qualità di costruttore del socialismo nel Paese e la sua guida ispirata che sta portando l’industrializzazione e la collettivizzazione nell’arretrata Russia.»

Il bambino senza nome – Mark Kurzem

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Sono stata molto coinvolta dal racconto di quest’uomo che ritorna nel passato, attraverso una valigia di ricordi e l’aiuto del figlio maggiore, voce narrante del libro, per ritrovare le proprie origini, addirittura il suo stesso nome.
Scampato, a cinque anni, allo sterminio dei nazisti grazie alla richiesta di un po’ di pane prima di essere ucciso, viene utilizzato dai soldati filonazisti come esempio e arma contro altri ebrei e poi consegnato ad una famiglia di civili.
Mente per tutta la vita. Prima per salvarsi poi per abitudine, finché in vecchiaia esplode la volontà di conoscersi e comprendersi fin dalle radici. Ritorna in Bielorussia ed in Lettonia e alla fine riesce a ricostruire la sua identità e la storia della sua famiglia.
Consigliato a chi ama le autobiografie e a chi vuole scrivere la propria.
A volte, la scrittura è un po’ lenta e sovrabbondante di particolari, ma vale sicuramente la lettura.
Il bambino senza nome‘ di Mark Kurzem.

Mio padre riprese a raccontare: «Finalmente i miei fratelli si addormentarono, e probabilmente mi appisolai anch’io sulla sedia, in cucina. Quando aprii gli occhi, mia madre era seduta di fronte a me, al buio. Era immobile. Potevo vederne solo la figura,, ma sentii che mi stava guardando. Mi chiamò a bassa voce, mi prese in braccio e mi tenne stretto. Ricordo che mi accarezzava i capelli, ricordo le sue dita muoversi dolcemente. E a un certo punto mi disse: “Domani moriremo tutti”».
Papà tacque. Rimase in silenzio un paio di minuti. Poi alzò gli occhi verso di me, ma appariva sconvolto.
«Sai,» disse lentamente «mia madre mi chiamava per nome, è indubbio che lo facesse, ma davvero non riesco a ricordarlo, quel nome. Posso udire ancora la sua voce, il suo modo di parlarmi, ma non riesco a sentire il mio nome.»

Photo: http://www.focusonisrael.org

L’uomo che andò in fumo – Maj Sjöwall e Per Wahlöö

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L’uomo che andò in fumo‘, scritto nel 1966 da Maj Sjöwall e Per Wahlöö con protagonista Martin Beck, alla sua seconda avventura, per gli amanti del giallo!
I due autori, marito e moglie, danno vita al genere del giallo procedurale, quello che vaglia ogni indizio, ogni pista e ogni prova.
L’uomo che andò in fumo‘ con sapore spionistico e ambientazione da guerra fredda ci distoglie dalle narrazioni ipertecnologiche e ipermovimentate per farci vivere una Budapest molto ben descritta, un momento storico ghiacciato e scolpito tra i blocchi Est ed Ovest, una caccia al giornalista Alf Matsson sparito chissà dove.
Mi piacciono i salti nel tempo!

L’uomo dell’ambasciata lo guardò inespressivo.
-Se anche pensassi qualcosa, preferisco tenerlo per me.
Un attimo dopo aggiunse:
La cosa è assai sgradevole.
Martin Beck salì in camera. Era già stata assettata. Si guardò in giro. Lì, dunque, aveva alloggiato Alf Matsson. Al massimo un’ora. Aspettarsi di trovare qualche traccia delle sue attività in quel breve lasso di tempo era chiedere troppo.
Che cosa aveva fatto Alf Matsson durante quell’ora? Era rimasto alla finestra a guardare le barche? Forse. Aveva visto qualcuno o qualcosa che gli aveva fatto lasciare l’hotel così in fretta da dimenticarsi di consegnare la chiave alla reception? Era possibile. Cosa poteva essere stato in tal cso? Impossibile dirlo. Se fosse stato investito per strada, il fatto sarebbe stato denunciato immediatamente. Se avesse pianificato di buttarsi nel fiume, avrebbe dovuto aspettare che facesse buio. Se avesse cercato di rimediare ai postumi di una sbornia con la grappa all’albicocca procurandosi un’altra ubriacatura devastante, allora aveva avuto sedici giorni per rinsavire. Era un po’ troppo. Tra l’altro di solito non beveva quando doveva lavorare. Era il tipico giornalista moderno, stava scritto da qualche parte sul rapporto della Terza Sezione, svelto, efficiente e capace di arrivare al nocciolo. Era uno di quelli che prima facevano il lavoro poi si rilassavano.

Dostoevskij- Tolstoj, duellanti di genio – Claudio Magris

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Oggi vorrei condividere un articolo che ho trovato sul Corriere della Sera di Sabato 13 giugno 2015 e che ho trovato piuttosto interessante: ‘Dostoevskij- Tolstoj, duellanti di genio‘ di Claudio Magris
L’inizio dalla prima pagina: Ricostruiti i conflitti fra i due scrittori. «Ti arrendi al male». «Tu scrivi di idioti». Dostoevskij e Tolstoj, i duellanti del nichilismo, hanno affrontato questioni morali che hanno investito anche il Novecento. I rapporti difficili tra i due nascono non tanto – e non certo solo – dall’invidia. Lo scontro avviene fra il cristianesimo pacifista e umanitario senza Cristo di Tolsoj, che Dostoevskij rifiuta, e la centralità del Cristo, e di una fede in un Dio trascendente per l’autore dei Demòni.
Il proseguo a pag 50 e 51: http://rassegna.be.unipi.it/20150613/SIM6070.pdf

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Il battello per Kew – Alberto Vigevani

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La storia di un cacciatore di libri: ‘Il battello per Kew‘ di Alberto Vigevani. Il protagonista Stephen Jacobi, un grande libraio antiquario londinese con la rara capacità di trovare libri straordinari, si ritrova alla fine della carriera a dover cedere a pochi soldi l’attività alla socia, a curarsi di sé stesso e combattere una malattia. Riscopre la voglia di vivere appena sente la notizia che a Firenze ci sono trattative per la vendita di una grande biblioteca. Parte per l’Italia dove appura che la vendita dei favolosi libri sembra una grande bufala. Però non si dà per vinto e così incontra Violante, una giovane donna molto bella, che odia i libri ma ama molto la vita.
Ambientato nel 1966 è un testo vivace e ironico che racconta, anche autobiograficamente, un uomo che vive, respira e si emoziona attraverso il prisma degli amati testi.

Avevano dovuto prendere posto in scomode ‘savonarole’ e accettare il rosolio che Stephen lasciò nel calice verdognolo appena intinte le labbra. L’ometto interrogava ora con umore polemico il Mancinelli intorno a quale genere di libri potesse interessare lui e il suo compagno, strisciando occhiate lumacose sulle gambe scoperte di Tosca, che portava una gonna piuttosto corta. Dietro la scrivania s’imponeva un armadione a vetri di diversi colori in forma di ottagoni, legati da fili di piombo. Mancinelli non era tipo da lasciarsi smontare, elogiava il gusto fine dell’ospite, da lui verificato in passato, quando gli aveva venduto incunaboli e testi antichi di alchimia; nel contempo, magnificava la passione collezionistica del signor Jacobi che non badava ai prezzi, sibbene alla qualità, e nonostante fosse inglese amava le cose nostre come ben pochi compatrioti. Si trattava di uno squarcio tra i più generici del suo repertorio di sensale; ripetuto su chiavi diverse, ora posate, ora scherzosa, riuscì a calmare il risentimento del pensionato, che si convinse a scostare di poco un’anta della vetrina, ritirando da un palchetto ordinato con scatole ricoperte di carte di Varese un fascicolo tenuto insieme da un nastro di seta.

L’uomo che fu Giovedì – Gilbert Keith Chesterton

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A me piace leggere Gilbert Keith Chesterton, non i suoi famosissimi gialli con protagonista Padre Brown, ma molti degli altri suoi libri. Mi piace il modo acceso e un po’ fracassone con il quale trascina il lettore facendogli attraversare scenari comici, filosofici, cupi e pensierosi o paradossali. Il libro che mi ha riconquistata oggi è ‘L’uomo che fu Giovedì‘. Il protagonista, Gabriel Syme, riesce ad infiltrarsi, grazie al poeta Lucian Gregory nel Consiglio Centrale Anarchico e ad indagare sulle attività del gruppo. Gli adepti devono assumere il nome di un giorno della settimana e Syme diventa Giovedì, alla caccia del presidente Domenica, diabolico e sfuggente, per fermare la già predisposta rivoluzione.

Ogni qualvolta guardava nella piazza, vedeva il rassicurante poliziotto, pilastro d’ordine e di buon senso. Ogni volta riportava lo sguardo sulla tavola, vedeva il presidente che seguitava a studiarlo coi grossi occhi insostenibili.
In quel tumulto di pensieri, due soli non gli balenarono mai. Innanzi tutto, non gli avvenne mai di dubitare che il presidente e il suo Consiglio l’avrebbero schiacciato; se continuava a tenersi in disparte. Il luogo dove si trovavano poteva ben essere pubblico, il progetto poteva ben sembrare impossibile: eppure Domenica non era uomo da dimenticar di montare, prima o poi, in un modo o nell’altro, la trappola mortale: con un veleno misterioso o con un’improvviso incidente di viaggio, con l’ipnotismo o con i fuochi dell’inferno, lo avrebbe senza dubbio colpito. Se lo sfidava, egli era un uomo morto: o lì, su due piedi, reso cadavere su quella sedia: o molto tempo dopo, durante un innocuo malanno. Solo se chiamava subito la polizia, arrestava tutti, diceva tutto, e metteva in moto contro di loro tutta l’energia dell’Inghilterra, sarebbe probabilmente scampato: certo non altrimenti.

Photo: Chesterton’s Caricature

Libri, editori e pubblico nell’Europa moderna – a cura di Armando Petrucci

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Per oggi un saggio: ‘Libri, editori e pubblico nell’Europa moderna‘ a cura di Armando Petrucci.
Mi piace capire meglio il mondo dei libri nei precedenti secoli. Come venivano stampati, divulgati, quanti ne abbiamo perduti e quanti dimenticati. Sono sopravvissuti solo i ‘best sellers’? O i criteri di scelta e sopravvivenza dei libri erano differenti?
Libri, libri, libri. Li adoro.

Studiare la letteratura popolare del XVIII secolo presuppone che la si possa trovare. Il compito è difficile; schiacciata dalla letteratura classica o confusa con la letteratura orale, la letteratura popolare è stata a lungo trascurata. Per meglio dire è stata ritenuta trascurabile: ciò che è popolare è spesso reputato mediocre, in ogni caso insignificante. Questo pregiudizio ha molto contribuito a cancellarla dalla storia letteraria. Certamente, articoli e libri sono stati consacrati alla letteratura popolare; ci sono l’importante opera di Hélot, quella di Brochon e quella di Nisard, che è fondamentale. Ma nessuna di queste opere dà un inventario esatto dei titoli: nessuna descrizione – ad eccezione di Hélot – nessun censimento sistematico, nessun ordinamento, poche date, una classificazione per generi, che varia secondo gli autori, testi scelti in base al pittoresco, senza altro scopo che quello di fornire illustrazioni divertenti o curiose.
Tuttavia, queste opere sono state preziose per noi: esse ci hanno insegnato che la letteratura popolare è quasi esclusivamente una letteratura ambulante, che essa si prolunga per parecchi secoli, poiché titoli identici – o molto simili – si ritrovano nel XVII, XVIII e XIX secolo.

Le stagioni di Giacomo – Mario Rigoni Stern

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Un libro della memoria che ci fa vivere la vita di Giacomo tra le due guerre: Mario Rigoni Stern ‘Le stagioni di Giacomo‘. Una vita vissuta cocciutamente tra i monti come ‘recuperante’ di materiale bellico. Una vita a contatto con la natura, con l’animo trapassato dei militari della prima guerra, ma soprattutto una vita vissuta con la possibilità di pensare. Di ragionare accuratamente sulle cose che accadono e di confrontarsi con gli altri. Passaggi melanconici e passaggi allegri e farseschi come l’episodio della rivolta paesana contro l’imposizione dei tori svizzeri al posto degli autoctoni burlini.

Quando Giacomo entrò in casa i suoi avevano già mangiato e, sentito dove era stato tutta la mattina, la nonna lo rimproverò:
– Non dovevi partecipare a questi baccani. Non sono cose da ragazzi. Magari ti prendevi anche qualche bastonata.
– Non mi prendo proprio niente. Io sono più svelto dei carabinieri e anche dei militi. Se vedevi nonna! Le donne erano proprio arrabbiate e pareva di essere al cinema.
– Non sarà stato un bel vedere; ma quelli della Federazione non possono imporre i loro tori e i nostri contadini hanno ragione.
– Sono curioso di sentire come andrà a finire perché soldi e amicizia orbano la giustizia. Per quest’anno la nostra vacca è stata coperta dal toro degli Zanga, l’anno prossimo non si sa – disse il padre di Giacomo che quella mattina, dato il bel tempo, aveva fatto scendere una slitta di legna dal bosco della Gluppa. Sulla tavola era festa perché ad aspettare Gisscomo c’erano la polenta sul tagliere, cotechino lesso e crauti e pancetta.
Con la storia dei tori andò a finire come il padre di Giacomo aveva previsto. Con le buone o con le cattive i tori burlini vennero sostituiti con gli svitt e i torelli burlini in allevamento castrati.

La poesia. Come si legge e come si scrive – Alberto Bertoni

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Oggi un manuale: ‘La poesia. Come si legge e come si scrive.‘ di Alberto Bertoni.
Secondo me è vero che serve la lettura di almeno una buona poesia al giorno, per vivere meglio. La lettura da sola, comunque, non basta. Ci vuole anche la capacità di comprenderla. E una volta compresi i meccanismi delle poesie è un passo scriverle. Quindi più poesia che circola!

Che poi le sperimentazioni di ogni epoca “scritta” abbiano provocato e talvolta forzato i limiti del rapporto tra suono ed immagine, vocalità e scrittura; e che la parola scritta abbia dato luogo a una poesia dipinta (in accordo con la sentenza, derivata da Orazio e così diffusa nel mondo occidentale tra Cinque e Seicento, dell’ut pictura poesis, poesia come pittura) non meno che alla poesia visiva tanto coltivata dalle migliori avanguardie storiche del Novecento, è fatto che deriva da un processo di interazione autentica tra “sistema comunicativo figurale” e “sistema comunicativo linguistico”. Dal punto di vista della poesia, naturalmente, sarà lecito parlare di “carme figurato” solo quando “a un messaggio linguistico autonomo e completo si accompagna un messaggio iconico che si incarna “in esso, realizzando un’unione quasi ipostatica”. Un’allitterazione fittamente ripetuta dà luogo a un’eguaglianza di suono ma anche a un’eguaglianza di tratti visivi: omologia di lettere scritte.