La via della scrittura – parte due

Come vi dicevo nel post del 21 marzo: si è felicemente concluso il laboratorio “La via della scrittura” iniziato il 12 ottobre 2018 e terminato il 15 marzo 2019 con incontri a cadenza quindicinale.

Nel post prospettavo una seconda parte. Un secondo avvenimento per noi importante!!!

[Il corso è risultato] molto soddisfacente anche per l’esperimento di self publishing collettivo, uno dei tratti costanti di tutti gli incontri e che dovrebbe portare i suoi frutti a breve (…)

Ed ecco il frutto! Sono infatti arrivate le copie del libro che abbiamo realizzato in concreto seguendo passo passo le teorie studiate durante il corso.

La concretizzazione di un atto creativo è sempre molto gratificante!!!

Di seguito trovate l’introduzione.

L’inizio della storia

La storia di questo libro inizia tre anni fa, con il primo percorso: il laboratorio di scrittura che ho organizzato presso la Biblioteca di Rubano: L’alchimia dello scrivere; è proseguita poi con Immaginare e scrivere, secondo percorso-laboratorio, ed è terminata (o iniziata – dipende dai punti di vista) oggi ne La via della scrittura.

Abbiamo percorso molta strada insieme ed essendo quest’anno uno dei temi del laboratorio il self publisching, abbiamo voluto provare a percorrere davvero il lungo sentiero che dall’ideazione porta alla pubblicazione. Per capire tutte le fasi della scrittura e anche per comprendere meglio e osservare più da vicino sia il lavoro dello scrittore che quello dell’editor.

Dopo tre anni di scrittura sentivamo la necessità di realizzare qualcosa di concreto e tangibile!

È stato entusiasmante!

Abbiamo creato e messo a punto una struttura di trama e un’ambientazione minima.

Abbiamo condiviso fatti sommari e principali arricchendo piano piano la storia in sedute di brainstorming stimolanti e divertenti.

Ci è piaciuto.

Le idee erano molte, le une differenti dalle altre, alcune più grandiose delle altre.

Progetti narrativi ambiziosi, a volte quasi irrealizzabili, con spunti e invenzioni che si accavallavano, si contraddicevano e si intersecavano. Alla fine la scelta è caduta su ciò che meglio conosciamo: la nostra terra e la nostra gente.

Ci siamo così inventati il nome di un paese immaginario del padovano: San Giuda del Carmine, che non potesse essere confuso con uno di quelli esistenti in realtà.

Lo abbiamo popolato di un discreto numero di personaggi principali e secondari, che sono poi risultati molto concreti e, almeno in parte, caratterizzati dalle più comuni peculiarità della Gente Veneta.

Abbiamo creato una banca dati condivisa che ha previsto la realizzazione di una schematica mappa del paese, di una piantina del condominio (ospite di quasi tutti i nostri protagonisti) e di un disegno dell’alzata dello stesso, per definire la distribuzione degli appartamenti.

In fine abbiamo abbinato ad ogni protagonista il suo appartamento ideale.

Cioè abbiamo fatto vivere un mondo. Piccolo, ma stabile e certo. Dal profilo deciso e netto.

A quel punto, dal nocciolo o dal cuore, come direbbe qualcuno, ognuno di noi ha elaborato la sua storia, che doveva tener conto e rispettare fedelmente tutte le informazioni base che avevamo deciso in comune.

E poi?
A briglia sciolta!
Ognuno ha realizzato il suo racconto dal punto di vista del suo protagonista.
Chi legge Bar Sogno, quindi, trova cinque storie parallele. Che si arricchiscono a vicenda di particolari. Storie che ci è piaciuto inventare confrontandoci. Passando, a volte, anche per discussioni determinate, con posizioni un po’ arroccate o un filo di broncio perché bisognava risistemare alcuni pezzi, o rimediare a qualche errore, ma terminando sempre… Come diceva, nonna? Ah, sì: “A tarallucci e vino”.

Bel camminare sulla via della scrittura, a braccetto, in fila indiana, in ordine sparso. Comunque in compagnia.

Ops! Mi sa che mi sono un po’ troppo immedesimata…
Io non ho scritto un racconto.
Ho supervisionato, ho suggerito, ho spronato, ho corretto, ho incitato.
Sono stata per tutti loro “il primo lettore”, persona fondamentale per chi scrive.
Ho fatto editing, il più leggero possibile, perché lo stile di ognuno e le caratteristiche di ognuno potessero emergere come meritavano. Ho insistito perché loro stessi indossassero l’abito dell’editor.

Volevamo un prodotto di self publisching che fosse il più corretto possibile, anche formalmente e per questo abbiamo rivisto più volte i racconti sia da soli che assieme, per armonizzarli. Posso dire che amo questi racconti perché stimo le persone che li hanno scritti e sono fiera di loro.

Lo so, lo so. Sono di parte.

Mi piace pensare, però, che tutti quelli che leggeranno le storie raccolte in Bar Sogno possano apprezzarle e trovare un momento di divertimento e di sollievo dalla quotidianità.

Grazie davvero di cuore per l’impegno
Gemma Piccin

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