Ciò che c’è

Battute argute e parole crociate.

Le tue grandi passioni, dopo il matrimonio con mamma.

Prima erano le scalate sulle rocce impervie, con qualunque tempo.

I salvataggi delle persone che s’incrodavano.

Eri con il Soccorso Alpino.

E donatore di zero positivo.

Te la giocavi, la vita. Giorno per giorno.

Amavi il ballo e le gare di ballo. Gli alti e bassi del quotidiano. Le persone allegre.

Non so perché hai tranciato le linee guida precedenti, quando ti sei sposato.

È stata una tua scelta o un desiderio di mamma?

Non ho mai chiarito. Mi sembrava non fosse mai il momento giusto.

Finché momenti non ce ne sono stati più.

Nella frenesia di quelle giornate ti vedevo poco, per la mia neonata famiglia.

Tutti attori da Oscar a recitare ruoli assegnati.

Avevo l’impressione che tu lo sapessi, però, che ti stavamo mentendo. Vedevi l’ultima tappa in fondo al cammino?

Troppo pressante la richiesta di un nipote: «È già passato un mese dal matrimonio e non arriva ancora?».

Mi ero trasferita in città, anni luce dal paesetto.

Tu rimanevi abbarbicato alle tue montagne, alla tua gente, al tuo conosciuto.

Le giornate le passavi in negozio, con differenze d’afflusso estrose tra stagione e non stagione.

Testimoniavi la vita a modo tuo, prendendola bonariamente in giro e, a volte, dissacrandola un po’.

Amavi tutti gli esseri viventi. Io sono cresciuta mentre ascoltavi il turista fiorentino balbuziente che con te parlava tartagliando fino a diventare viola in faccia. Aspettavi con espressione attenta e interessata che lui finisse ogni parola, ogni frase, ogni pensiero.

Senza far caso al colore della sua faccia e al suo sudore.

O la mamma milanese che non sapeva più cosa fare per la figlia anoressica.

O l’impiegato statale romano che tutti i giorni si recava nel suo ufficio e nessuno gli dava mai nulla da fare.

Ascoltavi le persone da cuore a cuore, da mente a mente.

Uomo pratico, ma sciamano atavico. Dispensatore di affetto, di consolazione, di coraggio.

Per tutti. Anche per Satana, l’immenso alano, all black, del tuo amico.

Snaturato in scuole costosissime e condizionato in killer a comando.

Vi volevate bene.

Tu parlavi con gli animali come parlavi a me e ai miei fratelli. Con dolcezza, con un pizzico di sfida e con una battuta finale.

La stupidità umana, però…

Un giorno, per scherzare, non comprendendo la portata dei sentimenti, il tuo amico diede a Satana l’ordine di ucciderti.

Così, per scherzo.

Satana non lo fece, non ti attaccò.

Satana impazzì e dovettero abbatterlo.

Tu elaborasti quel dolore e quel senso di colpa non tuo, insegnandoci altri aspetti della morte. Ribadendo che la tua fatica di vita, l’aver perso la mamma a diciotto anni, la fuga da casa per il matrimonio di tuo padre, un anno dopo, con una ragazza che aveva cinque anni più di te, si era stemperata nell’amore per le creature.

Satana rimase sempre con noi, come la nonna mai conosciuta e mai dimenticata.

Bastava che ci guardassimo e sapevamo che stavamo pensando a nonna per un aggraziato gesto di signora, per un inchino leggero, per un accurato passo di danza.

O a Satana. Al suo modo buffo di accoglierti appoggiando le zampe anteriori sulle tue spalle o giocando con la piccola me.

Ogni aspetto della vita aveva un’immagine da trasformare in un buon ricordo, secondo la tua filosofia.

«Vita e morte si escludono a vicenda. Un gioco di prestigio: c’è la vita, non c’è la morte. C’è la morte, non c’è la vita. Chi è morto non s’allontana, rimane in molecole dove ha vissuto. Per sempre, senza soffrire, semplicemente essendo.»

Ci preparavi, a modo tuo?

Alla sentenza?

Tumore al colon. Milano e operazione. Un chirurgo gentile: «Mi spiace… Una situazione disperata! Non rimane molto tempo. Ho tolto tutto quello che potevo, ma credo ci siano già metastasi.»

Tu ci aspettavi in corridoio.

Ti eri alzato dalla sedia a rotelle e camminavi, con i punti della ferita che scoppiavano.

Non era da te subire la vita.

Poi, la routine delle terapie oncologiche.

Io e Ros decidemmo di mettere in pratica il nostro nuovo progetto di vita, così ho potuto dirti: «Stai per diventare nonno!»

Ciò che vidi nei tuoi occhi di paziente terminale!

Ciò che ci accomunò in quell’ultimo anno!

Tu che resistevi per il nipotino e io che resistevo per te.

E le nostre pance, che crescevano all’unisono.

La tua per la malattia, che scarnificava tutte le altre parti del tuo corpo.

La mia per la vita.

Non c’eri quando è nato, ma mille volte ho ricordato quando avete fatto conoscenza.

Io ero stanchissima perché non dormiva mai.

Inatteso, hai suonato alla porta e t’ho passato il piccolo che urlava.

Il tuo sguardo azzurro, lucido e innamorato lo ha avvolto e cullato.

«Ehi, ragazzo, non piangere! Perché nonno ti porterà sull’Antelao. Da lassù in cima, nelle giornate limpide si vede il mare, si vede la laguna di Venezia!»

Già dormiva tra le tue braccia, sereno, mentre tu gli raccontavi vie, scalate e arrampicate che avreste studiato e fatto assieme.

Per tutto il tempo che gli sei stato accanto, lui ha mangiato e dormito, pacioso.

Poi il tuo rientro, per le cure sempre meno efficaci.

Una telefonata di sera tardi: «Vieni su che è peggiorato.»

L’aspettavo, ovvio. Ma, per quanto l’aspettassi, non ero preparata abbastanza.

Ho fatto in fretta, ma non tanto da essere sufficiente.

Eri già in coma e non ti sei mai risvegliato. Non ho potuto salutarti, dirti ti voglio bene e ci rivedremo, ovunque tu vada.

Nulla.

Sei uscito dalla tua vita lasciandoci a fare i conti con la morte, che così tante volte avevi cercato di spiegarci, i debiti e la paura.

E il funerale.

Persone e persone.

La cerimonia nella più stretta tradizione del tuo amato-odiato paese.

Messa in chiesa, poi, il lento trascinarti fino al cimitero. In fondo alla valle, vicino al torrente.

Le ultime parole accorate di un prete che non sempre aveva condiviso il tuo pensiero, ma che sempre aveva avuto il tuo rispetto e il tuo aiuto.

La bara venne calata nella terra.

Tutti attorno alla tua fine. Paralizzati.

Un quadro. Nel silenzio immobile, frusciato dal vento.

Un movimento artritico.

Tuo padre che voleva gettare la prima manciata di terra, sostenuto dalla badante e dalla moglie.

Barcollò con l’equilibrio in bilico sul filo dell’eternità.

Nessuno fiatò.

La badante riuscì a tirarlo per il bordo della giacca e farlo sedere sul mucchio di terra sbancata.

La moglie, perse il sostegno. Le braccia frullarono.

S’aggrappò alla manica del prete che, sbilanciato, l’abbracciò e tentò di tenerla in piedi, mantenendosi ritto.

Sgraziata danza lunga un sospiro.

Eri tu, papi?

Sì.

Hai voluto spezzare la morte e riattivare la vita.

Ho intercettato la tua sommessa ed educata risata.

Eri con me. Respiravi con me. Compito e rispettoso, ridevi piano.

In fondo, il luogo e il momento richiedevano discrezione, no papi?

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