Nazionale Nera Vs Nazionale Azzurra

Coppa Universale Calcistica degli Intermondi degli Sciroccati Totali Everyone (C.U.C.I.S.T.E.).

Una coppa, che, vi assicuro, ha un seguito enorme.

Tutti i viventi dell’universo si sentono vicini e si rispecchiano negli sciroccati che corrono novanta minuti a perdifiato dando calcioni ad un pallone che non scoppia perché le nanotecnologie a microparticelle pluritensive e calibrate lo fanno sopravvivere al di là del tempo e degli spazi.

Certo, se se ne perdesse uno nello spazio sarebbe un casino cosmico perché è indistruttibile e con il traffico intenso di mezzi interplanetari, pericolosissimo. Soprattutto per le lente navette della Terra, pianeta retrogrado come nessun altro, in tutte le sue scienze.

Molti giocatori intervistati dichiarano con entusiasmo: «È una goduria giocarci. A volte raggiunge 72 Km nanosecondo con forza d’urto a Mac 4, devastante!»

Nel tremilaeciapelo la Federazione Calcistica degli Intermondi (F.C.I.) aveva dovuto dotare i portieri di uno scudo riflettente altamente dirompente, dopo che l’ultima evoluzione del pallone di cui sopra aveva distrutto la gabbia toracica di un portiere della Nazionale Azzurra Umana Terrestre e quello di una Lucertola Cambriana Assottigliata della Nazionale Sciroccati Totali di Fradicia Guardia, uno dei pianeti più lontani, al bordo del buco nero Setipigliotinghiotto. E già dal duemilaeciapelozerozero la federazione aveva vietato i colpi di testa.

Peccato, perché era stato entusiasmante assistere a quelle partite in eurouniversale.

Anzi, erano state proprio quelle morti in diretta, per non parlare delle decapitazioni precedenti, che avevano fatto lievitare le presenze durante le divulgazioni stellari controlunari e richiamato ancor più giocatori d’altri mondi in federazione.

Insomma, a tutt’oggi, 15 giada del tremilaeciapeloquindici le nazionali sono presenti praticamente in ognuno dei mille mila mondi e territori e pianeti e galassie e vie dell’universo.

Una volta si sarebbe detto: una passione globale (quanto più facile!)

Devo andare avanti, però, con il racconto figo, ma se qualcuno fosse interessato e volesse approfondire l’argomento C.U.C.I.S.T.E., mi mandi pure un messaggio siderale o universalmatico sull’app: azzchecavolodicollegamento e risponderò volentieri.

L’episodio figo che voglio raccontare è la partita di qualificazione che si giocarono la Nazionale Azzurra Umana Terrestre, con i suoi giocatori umani d’ultima generazione, e la Nazionale Terra Nera Graduata al Mastice Plastico, con i suoi giocatori umanoidi deviati, famosissimi per la loro disfunzione genetica che li fa liquefare ogni due per tre.

Una breve storia delle due:

la nazionale Azzurra è entrata ad honorem tra i fondatori della Coppa Universale degli Intermondi degli Sciroccati Totali Everyone, in quanto i Terrestri giocano a calcio dalla nascita. I primi girini usciti dal brodo primordiale Terrestre si radunarono in massa e lottarono duramente tra loro per creare una squadra di 11 elementi che per novanta minuti rincorresse una palla, la calciasse, le desse testate e prima o poi riuscisse ad incastrarla nello spazio angusto del gol. Quelli che persero si sono evoluti in tifosi urlanti.

Dobbiamo quindi a questo grande popolo il regalo del gioco del calcio e la trasmissione delle sue regole fino ad oggi.

La seconda nazionale era la Nazionale Nera, ma chiamarla Nazionale era solo un appellativo senza significato.

Rappresentava un pianeta giovane, ancora in assemblaggio e governato da egemoni guerrafondai. Povertà e miseria caratterizzavano il pianeta e molti fuggivano per trovare rifugio e protezione in luoghi dell’universo più ospitali.

Ovviamente la Nazionale Nera era sorvegliata da soldati armati, che non disturbavano i giocatori solo perché questi sapevano come evitare rogne e guai.

La partita si giocò sulla Terra, a Roma, in uno dei più vecchi e spettacolari stadi dedicati al calcio che l’universo avesse.

I giocatori della Nazionale Nera vennero ospitati in un bell’albergo vicino allo stadio e, a parte una leggera carenza di carbonio, si trovavano a loro agio con l’aria e l’atmosfera terrestre.

I giocatori umanoidi deviati, per la prima volta arrivati alle qualificazioni, erano nervosi ed eccitati. Molti si liquefacevano per l’ansia, ma si ricomponevano il più in fretta possibile.

Gli operatori economici avevano fatto a botte pur di riuscire a seguire la squadra per cercare di ottenere contratti vantaggiosi con gli estrosi e capricciosi Terrestri Azzurri.

Di conseguenza era maggiore la presenza di militari, assai innervositi dall’eccezionale presenza di ben 37 bambini sotto i cinque anni.

Ovvio che i giocatori soffrissero di ansia da prestazione. Ovvio che tutti soffrissero di gravi attacchi d’invidia deformate verso i terrestri che potevano vivere liberi, ma liberi veramente.

L’insieme creava nervi tesi, bisticci e grida. Ma anche risate, corse e salti, espressioni di gioia e di sorpresa, soprattutto quando i bimbi scoprivano la piscina dell’albergo piena d’acqua azzurra. Mai avevano visto qualcosa di simile sul loro nero pianeta!

Alla fine, la delegazione e i giocatori si divisero.

I giocatori si allenarono fino allo stremo e all’imbrunire.

La cena fu eccezionale e tutti mangiarono spazzolando ogni portata con grande soddisfazione degli chefs che avevano cucinato, ignari del fatto che gli umanoidi deviati non erano dotati del senso del gusto.

Come un sol uomo, a cena finita, si ritirarono nelle stanze e si addormentarono.

Fu in quel momento che i difensori (non solo i giocatori, ma anche i difensori del progetto KL7Zlava, medici specialisti) iniziarono ad uscire dalle stanze tra una serie di

«Sh! Fate piano!» e «Non vedo nulla, sto andando bene per di qua?»

«No. Di qua! C’è la pila di Vascolari Cordenia che ci fa strada.»

Bene o male si ritrovarono nel parcheggio per discutere gli ultimi dettagli dell’impresa segreta alla quale si erano votati. Rimaneva una lunga lista di verifiche logistico-tempistiche che non avevano potuto fare in anticipo per mancanza della strumentazione di universalocalizzazione sofisticata.

Comunque, a coppie, un difensore del progetto e un membro della delegazione, partirono su taxi prenotati per perlustrare i luoghi interessati.

All’alba avevano scovato e visitato tutte 37 le location interessate e tra sbadigli e «Notte, notte!» erano finalmente certi che il progetto KL7Zlava si sarebbe realmente concretizzato la notte successiva, dopo la partita di calcio.

Rientrarono non visti dalle guardie appostate, che russavano sonoramente, anche se con gli occhi scrutanti aperti.

La mattina dopo, la squadra, elettrizzata, affrontò allenamenti, riunioni tattiche e i mille casini vari che si susseguivano in queste circostanze.

Alle due di un soleggiato pomeriggio le Nazionali entrarono in campo.

Undici uomini Terrestri d’ultima generazione e undici umanoidi deviati di Terra Nera Graduata al Mastice Plastico.

I giocatori della Nazionale Nera non riuscirono mai e poi mai nemmeno a sfiorare la palla nei novanta minuti successivi, mentre i giocatori della Nazionale Azzurra realizzarono 24 gol.

Stupirono i tifosi della Nazionale Nera che continuarono ad esibirsi in ola ondulanti, in canti di vittoria e in sorrisi a 44 denti quasi tutti cariati. Sembravano davvero al settimo cielo, mentre ogni due per tre qualcuno si liquefaceva e si ri-assembrava velocemente.

A fine partita, i giocatori della Nazionale Nera si ritirarono in fretta, tirando un evidente sospiro di sollievo.

Si ripetevano l’un l’altro

«Anche questa è fatta! Domani si torna a casa, ma con un regalo immenso!»

L’allenatore, stremato, puntualizzò: «Non è proprio un regalo a dir la verità!»

«Dai, coach!!! Riprenderemo tutti la solita vita. E tu tornerai ad oziare sulla sedia a dondolo! Però, per i 37 cuccioli… Il progetto KL7Zlava si realizzerà stasera. E poi forse per tutti…»

Nazionale e delegazione rientrarono presto in albergo.

I bimbi impazzirono gioiosamente nella piscina e gli adulti chiacchierarono, firmarono vantaggiosi contratti commerciali, riposarono stesi sui lettini tensiocrasmatici ultra massaggianti.

Arrivò sera e cenarono senza sentire un solo gusto. Poi, avvolti in una leggera nebbiolina di malinconia come sempre capita alla fine di una bella giornata irripetibile, si diressero alle loro stanze.

Appena scese il buio, uscirono ordinatamente scaglionati i 37 gruppi formati da: un difensore, un medico specialista e un genitore con figlio addormentato.

Ogni gruppo, nel silenzio più assoluto, salì sul taxi prenotato.

Tutto come da progetto KL7Zlava. Progetto pilota dalle enormi possibilità per il futuro.

Ogni taxi raggiunse e si fermò in un luogo differente di Roma e rimase in attesa il tempo necessario, circa due ore, come da accordi.

La coppia di adulti portò il bimbo all’interno dell’edificio. Fino all’antiquata macchina per la purificazione del sangue A2ZCF che solo sul pianeta Terra, così retrogrado nelle conquiste scientifiche, si trovavano ancora funzionati e in luoghi accessibili.

Studi avanzati della Univerlalscientificuniversity dell’evolutissimo pianeta G.R.A.N.D.E., avevano stabilito che, se utilizzate anche una sola volta e prima dei cinque anni, potevano risolvere uno dei problemi genetici più fastidiosi degli Umanoidi Deviati della Terra Nera Graduata al Mastice Plastico: la liquefazione, causata da un microsegno in eccesso nella mappa del genoma.

Ah, la Nazionale Nera! Altro che novanta minuti a rincorrere una palla!

Una prima volta

Esco dallo studio della psichiatra con la busta che contiene la diagnosi e la ricetta.
Una ricetta bianca.
Deludente, la mia prima visita psichiatrica. Veloce e quasi inutile, sembra.
Mi sento diversa, però, con la ricetta in mano; perciò mi guardo attorno.
C’è ancora la donna gigantesca con gli occhi piccoli e ravvicinati, appena un po’ strabici, in bilico su due sedili, che suda grondando.
C’è ancora la mamma di una bellezza abbagliante che cerca di tenere a freno il figlio, avrà due anni, che vuole arrampicarsi sui sedili.
C’è ancora, dietro il vetro protettivo, l’operatrice acida e filiforme che non finiva più di farmi domande per vedere se davvero ero io ad avere l’appuntamento delle 15 con la Dottoressa Gatto.
No, dico, ma chi vuoi che venga a farsi una visita allo psichiatrico al posto mio? Con i miei documenti e la mia faccia da pazza persa?
Mi avvicino alla finestra, che s’affaccia sull’entrata dell’ospedale. L’ambulanza con i portelloni posteriori spalancati è ancora lì, inquietante.
Sto divagando. Perdendo tempo o prendendo tempo.
Dicevo, se tutto è fotografato nell’attimo, sono cambiata solo io.
La mia prima ricetta psichiatrica m’appesantisce l’umore e grava il respiro. Potrò guarire?
Se avessi ascoltato la psichiatra Gatto, magari, avrei la risposta. Strano, però, una psichiatra così poco carismatica. Un po’ assente anche lei. Nebbiosetta come la giornata.
La soluzione comunque ce l’ho: aprire la busta e legge ricetta e diagnosi.
Però aspetto. Meglio una speranza di guarigione che la certa vita di pillole a cadenza regolare.
Da un lato sembra assurdo: io. Una depressa maggiore.
Però ho in mano una speranza.
Non sono riuscita a capire perché mi son ammalata di depressione, maggiore o minore. Non ho capito perché m’è capitato addosso il mal di vivere, il male oscuro.
La psicologa fin dall’inizio mi ripeteva che non dovevo accanirmi, che la risposta sarebbe arrivata.
Tutti quei mesi, che fatica la terapia della parola!
Alla mia doc sembrò che non facessi progressi abbastanza rapidi e decise di scomodare anche la psichiatra.
«Ma davvero son matta tale da psichiatria?» mi informai.
La mia doc borbottò: «Signora lei è depressa non matta. Lei è malata non matta. Lei deve curarsi anche dallo psichiatra, se glielo consiglio io. La sua è una depressione maggiore, capisce? Non è un gioco.»
Va beh, m’ero arresa.
Noi depressi, depressi maggiori, ci arrendiamo facile.
Forse davvero son matta e lo psichiatrico è il mio posto.
Nel frattempo avanzo piano, piano lungo l’interminabile corridoio. Leggo tutti manifesti. E uno sguardo ai volantini abbandonati sui tavoli bassi e ultramoderni di plastica riciclata, vogliamo non darlo?
Direzione: uscita.
In realtà: perché ho accettato di farmi trascinare in psichiatria?
Non è stata un gran che come visita. Anzi, meglio dire, come incontro con una donna con addosso un camice in un ufficio angusto e soffocante pieno di piante grasse dagli aculei lunghi, sottili e acuminati.
Aculei tipo istrice o riccio. Che sono diventati ipnotici.
Mi sono concentrata talmente sul loro aspetto, sulla loro forma, sul fatto che alcuni fossero tutti bianchi, altri avessero la punta marrone, che mi son scordata d’essere depressa. E non ho ascoltato la Gatto, che, però, m’ha lasciato divagare, anche assentarmi da lei, senza impormi assertivamente la sua presenza. Lo psichiatra deve essere differente? Meno pressante di uno psicologo?
Chissà se l’aveva fatto apposta? Mettere tutte quelle piante: un test per i suoi depressi?
Depressi maggiori.
Comunque sento che la busta in qualche modo mi ha cambiata, ma son lenta e bradiposa.
C’è una soluzione? Potrò guarire?
Scendo i gradini, uno alla volta, attenta a me e alle scale.
Attraverso l’atrio, la porta d’ingresso e passo di fianco all’ambulanza con le porte posteriori spalancate, a passo pesante di formica.
Arrivo, comunque, ed entro in macchina, guardo la busta, la soppeso, la studio.
L’apro con calma.
Foglio diagnosi: ”Gentile collega, bla, bla, bla; paroloni, paroloni, paroloni.” Conclusione: “Deduco che la paziente non è affetta da depressione, né da depressione maggiore. La paziente è solo oppressa dalla sua quotidianità reale.”
Ah. Ok. Grazie doc Gatto.
E allora? Che ha scritto nella ricetta?
“Viaggio. Minimo venti giorni dove più aggrada. Da ripetersi a piacere.”
Son basita davvero e fisso la ricetta bianca molto a lungo.
Lo sapevo, io. Ricetta bianca. Non mutuabile. Che fregata.
Poi alzo gli occhi, quasi per caso, ma nulla è per caso.
L’ambulanza è ancora ferma davanti alla porta d’ingresso, i portelloni posteriori sempre aperti.
Uno svolazzante camice bianco schizza velocissimo dall’uscita e attraversa correndo all’impazzata il parcheggio, perde una scarpa e si rallenta permettendo ai due infermieri che lo rincorrono di guadagnare terreno. Alla fine, povero camice, viene agguantato e strattonato e tirato e guidato e diretto verso il ventre prigione dell’ambulanza.
E allora vedo il viso che galleggia sopra il camice, i tratti sconvolti e gli occhi fuori dalle orbite: è la Gatto.
Ah, adesso mi spiego. La mia immane sfiga. Non ho incontrato la psichiatra Gatto. Ho incontrato una matta, come me.
La depressione, tenuta al guinzaglio dalla speranza in una ricetta, m’invade in pieno.
Dove troverò il coraggio per una nuova visita psichiatrica? Da uno psichiatra certificato, ovvio.
Ce la farò ad affrontare per la seconda volta la prima volta dalla psichiatra?

Nonno

«𝘊𝘪𝘢𝘰, 𝘯𝘰𝘯𝘯𝘰! 𝘙𝘪𝘯𝘯𝘰𝘷𝘢𝘵𝘢 𝘭𝘪𝘴𝘤𝘳𝘪𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘳𝘪𝘷𝘪𝘴𝘵𝘢 𝘐𝘱𝘢𝘻𝘪𝘢

𝘈𝘯𝘯𝘶𝘯𝘤𝘪𝘰̀ 𝘊𝘩𝘪𝘤𝘤𝘰 𝘢𝘭𝘭𝘦𝘨𝘳𝘰 𝘦 𝘴𝘱𝘦𝘯𝘴𝘪𝘦𝘳𝘢𝘵𝘰, 𝘱𝘦𝘳 𝘴𝘤𝘦𝘭𝘵𝘢.

𝘐𝘭 𝘯𝘰𝘯𝘯𝘰 𝘣𝘳𝘰𝘯𝘵𝘰𝘭𝘰̀ 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘦𝘮𝘣𝘳𝘢𝘷𝘢 𝘶𝘯 𝘳𝘪𝘯𝘨𝘳𝘢𝘻𝘪𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘪𝘯𝘨𝘳𝘶𝘨𝘯𝘢𝘵𝘰, 𝘥𝘢𝘭 𝘱𝘳𝘰𝘧𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘰𝘭𝘵𝘳𝘰𝘯𝘢.

𝘈𝘷𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘥𝘰𝘷𝘶𝘵𝘰 𝘧𝘢𝘳𝘴𝘪 𝘳𝘦𝘴𝘵𝘪𝘵𝘶𝘪𝘳𝘦 𝘭𝘦 𝘤𝘩𝘪𝘢𝘷𝘪 𝘥𝘪 𝘤𝘢𝘴𝘢; 𝘢𝘥𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘤𝘦𝘳𝘢 𝘊𝘭𝘢𝘳𝘪𝘴𝘴𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘣𝘢𝘥𝘢𝘷𝘢 𝘢 𝘭𝘶𝘪 𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘦𝘳𝘢 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘮𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘤𝘰𝘴𝘪̀ 𝘮𝘢𝘭𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘢𝘱𝘱𝘦𝘯𝘢 𝘶𝘴𝘤𝘪𝘵𝘰 𝘥𝘢𝘭𝘭𝘪𝘯𝘵𝘦𝘳𝘷𝘦𝘯𝘵𝘰.

«𝘈𝘭𝘭𝘰𝘳𝘢, 𝘯𝘰𝘯𝘯𝘰? 𝘖𝘨𝘨𝘪 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘴𝘵𝘢𝘪? 𝘔𝘪 𝘱𝘢𝘳𝘦 𝘵𝘪 𝘮𝘢𝘯𝘤𝘩𝘪 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘶𝘯 𝘴𝘰𝘳𝘳𝘪𝘴𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘣𝘦𝘭𝘭𝘪𝘴𝘴𝘪𝘮𝘰, 𝘯𝘰𝘴𝘤𝘩𝘦𝘳𝘻𝘰̀ 𝘊𝘩𝘪𝘤𝘤𝘰.

«𝘊𝘩𝘪𝘤𝘤𝘰, 𝘱𝘪𝘢𝘯𝘵𝘢𝘭𝘢! 𝘗𝘰𝘴𝘴𝘪𝘣𝘪𝘭𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘶 𝘴𝘪𝘢 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘪̀ 𝘧𝘢𝘤𝘦𝘵𝘰

«𝘌 𝘵𝘶? 𝘚𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘪̀ 𝘤𝘶𝘱𝘰

«𝘍𝘪𝘯𝘪𝘴𝘤𝘪𝘭𝘢. 𝘔𝘪 𝘴𝘰𝘯 𝘴𝘦𝘤𝘤𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘴𝘵𝘢𝘳𝘵𝘪 𝘢 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘪𝘳𝘦 𝘦 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘪 𝘢𝘷𝘦𝘳𝘵𝘪 𝘵𝘳𝘢 𝘪 𝘱𝘪𝘦𝘥𝘪, 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘴𝘪𝘯𝘤𝘦𝘳𝘰. 𝘐𝘭

𝘳𝘪𝘴𝘰 𝘢𝘣𝘣𝘰𝘯𝘥𝘢 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘢 𝘣𝘰𝘤𝘤𝘢 𝘥𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘴𝘵𝘰𝘭𝘵𝘪

«𝘝𝘢 𝘣𝘦𝘯𝘦, 𝘳𝘪𝘮𝘢𝘯𝘪 𝘪𝘮𝘣𝘳𝘰𝘯𝘤𝘪𝘢𝘵𝘰. 𝘐𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘷𝘰𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘭𝘪𝘵𝘪𝘨𝘢𝘳𝘦 𝘤𝘰𝘯 𝘵𝘦. 𝘚𝘦𝘪 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘢 𝘭𝘢 𝘮𝘪𝘢 𝘧𝘢𝘮𝘪𝘨𝘭𝘪𝘢» 𝘪𝘭

𝘴𝘰𝘳𝘳𝘪𝘴𝘰 𝘪𝘯𝘤𝘳𝘪𝘯𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘢 𝘶𝘯𝘢 𝘤𝘳𝘦𝘱𝘢 𝘥𝘪 𝘵𝘳𝘪𝘴𝘵𝘦𝘻𝘻𝘢 𝘦 𝘥𝘪 𝘮𝘢𝘭𝘪𝘯𝘤𝘰𝘯𝘪𝘢.

«𝘌𝘤𝘤𝘰, 𝘢𝘱𝘱𝘶𝘯𝘵𝘰. 𝘐𝘭 𝘴𝘰𝘱𝘳𝘢𝘷𝘷𝘪𝘴𝘴𝘶𝘵𝘰. 𝘓𝘰 𝘴𝘤𝘢𝘮𝘱𝘢𝘵𝘰. 𝘐𝘰 𝘴𝘰𝘯 𝘲𝘶𝘪 𝘷𝘪𝘷𝘰, 𝘵𝘶𝘢 𝘯𝘰𝘯𝘯𝘢 𝘦̀ 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘢, 𝘵𝘶𝘢

𝘮𝘢𝘮𝘮𝘢 𝘦̀ 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘢 𝘦 𝘪𝘰 𝘴𝘰𝘯 𝘲𝘶𝘪» 𝘶𝘯 𝘥𝘰𝘭𝘰𝘳𝘦 𝘭𝘶𝘤𝘪𝘥𝘰, 𝘢𝘤𝘶𝘵𝘰, 𝘪𝘯𝘷𝘪𝘯𝘤𝘪𝘣𝘪𝘭𝘦 𝘦 𝘵𝘢𝘨𝘭𝘪𝘦𝘯𝘵𝘦.

«𝘈𝘱𝘱𝘶𝘯𝘵𝘰, 𝘯𝘰𝘯𝘯𝘰. 𝘚𝘦𝘪 𝘭𝘢 𝘮𝘪𝘢 𝘧𝘢𝘮𝘪𝘨𝘭𝘪𝘢. 𝘕𝘰𝘯 𝘣𝘳𝘰𝘯𝘵𝘰𝘭𝘢𝘳𝘦 𝘦 𝘢𝘯𝘥𝘪𝘢𝘮𝘰, 𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘰𝘪 𝘥𝘦𝘷𝘰 𝘤𝘰𝘳𝘳𝘦𝘳𝘦 𝘪𝘯 𝘯𝘦𝘨𝘰𝘻𝘪𝘰. 𝘓𝘦𝘭𝘦 𝘮𝘪 𝘢𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘢

«𝘕𝘰. 𝘔𝘪 𝘢𝘪𝘶𝘵𝘦𝘳𝘢̀ 𝘊𝘭𝘢𝘳𝘪𝘴𝘴𝘢. 𝘕𝘰𝘯 𝘷𝘰𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘶 𝘮𝘪 𝘵𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪

«𝘊𝘭𝘢𝘳𝘪𝘴𝘴𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘩𝘢 𝘧𝘰𝘳𝘻𝘢, 𝘴𝘦 𝘴𝘤𝘪𝘷𝘰𝘭𝘪 𝘯𝘰𝘯 𝘳𝘪𝘦𝘴𝘤𝘦 𝘢 𝘳𝘦𝘨𝘨𝘦𝘳𝘵𝘪. 𝘕𝘰𝘯 𝘧𝘢𝘳𝘦 𝘪 𝘴𝘰𝘭𝘪𝘵𝘪 𝘤𝘢𝘱𝘳𝘪𝘤𝘤𝘪. 𝘛𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘦𝘵𝘦𝘳𝘰 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘱𝘰𝘵𝘦𝘳𝘵𝘪 𝘧𝘢𝘳𝘦 𝘭𝘢 𝘥𝘰𝘤𝘤𝘪𝘢

«𝘓𝘰 𝘷𝘰𝘳𝘳𝘦𝘪 𝘱𝘳𝘰𝘱𝘳𝘪𝘰, 𝘪𝘰. 𝘕𝘰𝘯 𝘢𝘤𝘤𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘲𝘶𝘦𝘭 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘦𝘪. 𝘔𝘪𝘯𝘧𝘢𝘴𝘵𝘪𝘥𝘪𝘴𝘤𝘦. 𝘜𝘯 𝘨𝘢𝘺 𝘱𝘦𝘳 𝘯𝘪𝘱𝘰𝘵𝘦! 𝘊𝘩𝘦

𝘵𝘳𝘪𝘴𝘵𝘦𝘻𝘻𝘢

𝘓𝘦 𝘧𝘢𝘮𝘪𝘨𝘭𝘪𝘦 𝘦 𝘪 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘥𝘳𝘢𝘮𝘮𝘪. 𝘓𝘦 𝘧𝘦𝘳𝘪𝘵𝘦 𝘪𝘯𝘨𝘶𝘢𝘳𝘪𝘣𝘪𝘭𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘯𝘧𝘭𝘪𝘨𝘨𝘰𝘯𝘰.

𝘊𝘩𝘪𝘤𝘤𝘰 𝘴𝘰𝘳𝘳𝘪𝘴𝘦 𝘢 𝘥𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘴𝘵𝘳𝘦𝘵𝘵𝘪, 𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘧𝘢𝘳𝘭𝘰 𝘪𝘳𝘳𝘪𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘱𝘪𝘶̀.

«𝘓𝘢 𝘥𝘰𝘣𝘣𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘱𝘳𝘰𝘱𝘳𝘪𝘰 𝘴𝘶𝘰𝘯𝘢𝘳𝘦 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘦 𝘭𝘦 𝘷𝘰𝘭𝘵𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘮𝘢𝘯𝘧𝘳𝘪𝘯𝘢? 𝘕𝘰𝘯 𝘱𝘰𝘵𝘳𝘦𝘮𝘰 𝘥𝘦𝘤𝘪𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘤𝘩𝘦, 𝘥𝘢 𝘲𝘶𝘪 𝘪𝘯 𝘢𝘷𝘢𝘯𝘵𝘪, 𝘯𝘰𝘯 𝘯𝘦 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘦 𝘵𝘶 𝘵𝘪 𝘭𝘢𝘴𝘤𝘪 𝘢𝘪𝘶𝘵𝘢𝘳𝘦

«𝘗𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘲𝘶𝘪 𝘵𝘶𝘢 𝘴𝘰𝘳𝘦𝘭𝘭𝘢

«𝘓𝘰 𝘴𝘢𝘪. 𝘏𝘢 𝘷𝘪𝘯𝘵𝘰 𝘶𝘯𝘢 𝘣𝘰𝘳𝘴𝘢 𝘥𝘪 𝘴𝘵𝘶𝘥𝘪𝘰 𝘪𝘯 𝘪𝘯𝘨𝘦𝘨𝘯𝘦𝘳𝘪𝘢 𝘮𝘰𝘭𝘦𝘤𝘰𝘭𝘢𝘳𝘦 𝘢 𝘖𝘹𝘧𝘰𝘳𝘥 𝘦 𝘢𝘥𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘦̀ 𝘭𝘪̀. 𝘔𝘦 𝘭𝘰 𝘤𝘩𝘪𝘦𝘥𝘪 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘦 𝘭𝘦 𝘷𝘰𝘭𝘵𝘦! 𝘓𝘢 𝘵𝘶𝘢 𝘦̀ 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘨𝘳𝘢𝘯 𝘣𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦! 𝘌 𝘢𝘭𝘭𝘰𝘳𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘭𝘩𝘢𝘪 𝘤𝘩𝘪𝘶𝘴𝘢 𝘪𝘯 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘮𝘰𝘥𝘰

«𝘝𝘰𝘳𝘳𝘦𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘤𝘪 𝘧𝘰𝘴𝘴𝘦 𝘭𝘦𝘪, 𝘤𝘰𝘯 𝘮𝘦, 𝘢𝘭 𝘱𝘰𝘴𝘵𝘰 𝘵𝘶𝘰. 𝘝𝘰𝘳𝘳𝘦𝘪 𝘢𝘤𝘤𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘭𝘦𝘪, 𝘤𝘰𝘴𝘪̀ 𝘴𝘦𝘳𝘪𝘰𝘴𝘢 𝘦 𝘨𝘪𝘶𝘥𝘪𝘻𝘪𝘰𝘴𝘢 𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘵𝘦, 𝘤𝘰𝘴𝘪̀ 𝘴𝘤𝘢𝘱𝘦𝘴𝘵𝘳𝘢𝘵𝘰

«𝘔𝘪 𝘴𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘰𝘨𝘨𝘪 𝘤𝘪 𝘴𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘧𝘢𝘵𝘵𝘪 𝘢𝘣𝘣𝘢𝘴𝘵𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘮𝘢𝘭𝘦, 𝘯𝘰? 𝘈𝘥𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘢𝘯𝘥𝘪𝘢𝘮𝘰

«𝘔𝘢 𝘵𝘶 𝘯𝘰𝘯 𝘮𝘪 𝘵𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪, 𝘴𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘤𝘪𝘷𝘰𝘭𝘰

«𝘓𝘰 𝘴𝘢𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘭𝘰 𝘧𝘢𝘤𝘤𝘪𝘰 𝘮𝘢𝘪

𝘐𝘳𝘳𝘪𝘵𝘢𝘵𝘪 𝘦 𝘧𝘦𝘳𝘪𝘵𝘪 𝘴𝘷𝘰𝘭𝘴𝘦𝘳𝘰 𝘪𝘯 𝘴𝘪𝘭𝘦𝘯𝘻𝘪𝘰 𝘪𝘭 𝘳𝘪𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘶𝘭𝘪𝘻𝘪𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘥𝘪 𝘯𝘰𝘯𝘯𝘰.

𝘊𝘩𝘪𝘤𝘤𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘭𝘰 𝘥𝘢𝘷𝘢 𝘢 𝘷𝘦𝘥𝘦𝘳𝘦, 𝘮𝘢 𝘤𝘪 𝘴𝘵𝘢𝘷𝘢 𝘮𝘢𝘭𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘢𝘤𝘤𝘦𝘵𝘵𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘯𝘰𝘯𝘯𝘰, 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘦 𝘭𝘰 𝘴𝘢𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘢𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘢 𝘭𝘶𝘪, 𝘧𝘪𝘭𝘰𝘴𝘰𝘧𝘰 𝘦 𝘥𝘰𝘤𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘶𝘯𝘪𝘷𝘦𝘳𝘴𝘪𝘵𝘢𝘳𝘪𝘰 𝘪𝘯 𝘱𝘦𝘯𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦.

𝘕𝘰𝘯𝘯𝘰 𝘴𝘪 𝘴𝘷𝘦𝘴𝘵𝘪̀ 𝘦 𝘊𝘩𝘪𝘤𝘤𝘰 𝘭𝘰 𝘷𝘪𝘥𝘦 𝘪𝘯 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘢 𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘦𝘮𝘢𝘤𝘪𝘢𝘵𝘢 𝘢𝘭𝘵𝘦𝘻𝘻𝘢.

𝘐 𝘤𝘢𝘱𝘦𝘭𝘭𝘪 𝘣𝘪𝘢𝘯𝘤𝘩𝘪𝘴𝘴𝘪𝘮𝘪, 𝘪 𝘮𝘰𝘷𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘢𝘵𝘵𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘦 𝘱𝘳𝘦𝘤𝘪𝘴𝘪 𝘱𝘦𝘳 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘦𝘳𝘷𝘢𝘳𝘴𝘪 𝘦𝘲𝘶𝘪𝘭𝘪𝘣𝘳𝘪𝘰 𝘦 𝘷𝘪𝘵𝘢, 𝘦𝘷𝘪𝘵𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘨𝘭𝘪 𝘴𝘧𝘰𝘳𝘻𝘪.

𝘗𝘳𝘰𝘧𝘰𝘯𝘥𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘥𝘪𝘴𝘪𝘭𝘭𝘶𝘴𝘰, 𝘯𝘰𝘯𝘯𝘰 𝘴𝘪 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘪𝘷𝘢 𝘴𝘵𝘢𝘯𝘤𝘰, 𝘢𝘧𝘧𝘰𝘴𝘴𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘢 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘵𝘪 𝘦 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘵𝘪 𝘥𝘪 𝘰𝘷𝘢𝘵𝘵𝘢𝘯𝘵𝘦 𝘪𝘯𝘷𝘦𝘤𝘤𝘩𝘪𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰. 𝘌𝘳𝘢 𝘥𝘪𝘧𝘧𝘪𝘤𝘪𝘭𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘶𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘰𝘥𝘪𝘢𝘷𝘢 𝘭𝘢 𝘷𝘦𝘤𝘤𝘩𝘪𝘢𝘪𝘢, 𝘭𝘢 𝘴𝘰𝘭𝘪𝘵𝘶𝘥𝘪𝘯𝘦, 𝘭𝘢 𝘤𝘢𝘶𝘵𝘦𝘭𝘢 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘢 𝘴𝘰𝘱𝘳𝘢𝘷𝘷𝘪𝘷𝘦𝘯𝘻𝘢.

𝘋𝘰𝘷𝘦𝘷𝘢 𝘳𝘪𝘱𝘢𝘳𝘢𝘳𝘴𝘪 𝘥𝘢𝘪 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘳𝘥𝘪 𝘦 𝘥𝘢𝘭𝘭𝘦 𝘢𝘴𝘴𝘦𝘯𝘻𝘦 𝘦 𝘲𝘶𝘪𝘯𝘥𝘪 𝘴𝘪 𝘥𝘪𝘴𝘵𝘳𝘢𝘦𝘷𝘢 𝘮𝘰𝘳𝘴𝘪𝘤𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘭𝘶𝘯𝘪𝘤𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘷𝘦𝘷𝘢 𝘢 𝘧𝘪𝘢𝘯𝘤𝘰.

𝘎𝘭𝘪 𝘤𝘪 𝘷𝘰𝘭𝘭𝘦 𝘱𝘰𝘤𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘵𝘦𝘳𝘮𝘪𝘯𝘢𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘭𝘢𝘷𝘢𝘳𝘴𝘪.

𝘕𝘰𝘯 𝘱𝘳𝘰𝘷𝘢𝘷𝘢 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘯𝘦𝘮𝘮𝘦𝘯𝘰 𝘱𝘪𝘢𝘤𝘦𝘳𝘦 𝘢 𝘧𝘢𝘳 𝘴𝘤𝘰𝘳𝘳𝘦𝘳𝘦 𝘭𝘢𝘤𝘲𝘶𝘢 𝘤𝘢𝘭𝘥𝘢 𝘴𝘶𝘭 𝘤𝘰𝘳𝘱𝘰. 𝘛𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘱𝘳𝘪𝘷𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘢𝘴𝘴𝘰𝘳𝘥𝘢𝘯𝘵𝘦.

𝘈𝘯𝘥𝘢𝘯𝘥𝘰𝘴𝘦𝘯𝘦, 𝘊𝘩𝘪𝘤𝘤𝘰 𝘱𝘳𝘰𝘷𝘰̀ 𝘢 𝘣𝘢𝘤𝘪𝘢𝘳𝘨𝘭𝘪 𝘶𝘯𝘢 𝘨𝘶𝘢𝘯𝘤𝘪𝘢, 𝘮𝘢 𝘪𝘭 𝘯𝘰𝘯𝘯𝘰 𝘭𝘰 𝘢𝘭𝘭𝘰𝘯𝘵𝘢𝘯𝘰̀. 𝘜𝘭𝘵𝘪𝘮𝘰 𝘢𝘵𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘵𝘳𝘢𝘨𝘦𝘥𝘪𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘳𝘦𝘤𝘪𝘵𝘢𝘷𝘢𝘯𝘰.

𝘊𝘩𝘪𝘤𝘤𝘰, 𝘪𝘯 𝘶𝘯 𝘢𝘵𝘵𝘪𝘮𝘰, 𝘶𝘴𝘤𝘪̀.

𝘋𝘰𝘱𝘰 𝘭𝘦𝘮𝘦𝘳𝘨𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘤𝘰𝘭𝘱𝘰 𝘢𝘭 𝘤𝘶𝘰𝘳𝘦, 𝘯𝘰𝘯𝘯𝘰 𝘦𝘳𝘢 𝘱𝘪𝘰𝘮𝘣𝘢𝘵𝘰 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘯𝘤𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘥𝘪 𝘰𝘣𝘪𝘦𝘵𝘵𝘪𝘷𝘪, 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘳𝘦𝘤𝘪𝘵𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘭𝘶𝘯𝘨𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘷𝘦𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘢𝘭𝘨𝘪𝘦, 𝘧𝘰𝘴𝘴𝘪𝘭𝘪𝘻𝘻𝘢𝘵𝘰 𝘪𝘯 𝘮𝘪𝘤𝘳𝘰 𝘦𝘴𝘱𝘦𝘳𝘪𝘦𝘯𝘻𝘦 𝘦 𝘪𝘯 𝘮𝘪𝘤𝘳𝘰 𝘦𝘮𝘰𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘥𝘪 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘦𝘳𝘷𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦.

𝘕𝘰𝘯 𝘳𝘪𝘶𝘴𝘤𝘪𝘷𝘢 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘢 𝘳𝘦𝘨𝘨𝘦𝘳𝘦 𝘭𝘢 𝘱𝘦𝘴𝘢𝘯𝘵𝘦𝘻𝘻𝘢 𝘥𝘦𝘪 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘳𝘥𝘪 𝘦 𝘯𝘦𝘮𝘮𝘦𝘯𝘰 𝘭𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘻𝘢𝘷𝘰𝘳𝘳𝘢 𝘱𝘦𝘳 𝘴𝘦 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘊𝘩𝘪𝘤𝘤𝘰.

𝘌𝘴𝘢𝘴𝘱𝘦𝘳𝘢𝘵𝘰, 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘯𝘦𝘮𝘮𝘦𝘯𝘰 𝘱𝘳𝘦𝘯𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘶𝘯𝘦𝘳𝘰𝘪𝘤𝘢 𝘥𝘦𝘤𝘪𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦, 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘭𝘢𝘴𝘤𝘪𝘢𝘳𝘦 𝘶𝘯 𝘮𝘦𝘮𝘰𝘳𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦 𝘣𝘪𝘨𝘭𝘪𝘦𝘵𝘵𝘰, 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘮𝘦𝘵𝘵𝘦𝘳𝘴𝘪 𝘶𝘭𝘵𝘦𝘳𝘪𝘰𝘳𝘪 𝘪𝘯𝘥𝘶𝘨𝘪 𝘪𝘮𝘱𝘶𝘨𝘯𝘰̀ 𝘭𝘰 𝘴𝘤𝘩𝘪𝘦𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘦𝘥𝘪𝘢 𝘦 𝘭𝘢 𝘵𝘳𝘢𝘴𝘤𝘪𝘯𝘰̀ 𝘴𝘰𝘵𝘵𝘰 𝘭𝘢 𝘧𝘪𝘯𝘦𝘴𝘵𝘳𝘢, 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘱𝘳𝘪̀.

𝘈𝘷𝘷𝘪𝘭𝘶𝘱𝘱𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘢𝘭 𝘧𝘳𝘦𝘥𝘥𝘰, 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘰 𝘤𝘰𝘭𝘴𝘦 𝘥𝘪 𝘴𝘰𝘳𝘱𝘳𝘦𝘴𝘢, 𝘴𝘢𝘭𝘪̀ 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘦𝘥𝘪𝘢 𝘦 𝘮𝘪𝘴𝘦 𝘶𝘯 𝘱𝘪𝘦𝘥𝘦 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘰 𝘴𝘵𝘳𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘥𝘢𝘷𝘢𝘯𝘻𝘢𝘭𝘦, 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘢𝘤𝘤𝘰𝘳𝘨𝘦𝘳𝘴𝘪 𝘤𝘩𝘦, 𝘯𝘦𝘭 𝘮𝘰𝘷𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰, 𝘭𝘢 𝘱𝘢𝘯𝘵𝘰𝘧𝘰𝘭𝘢 𝘦𝘳𝘢 𝘤𝘢𝘥𝘶𝘵𝘢 𝘢 𝘵𝘦𝘳𝘳𝘢 𝘢 𝘧𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢 𝘪𝘯 𝘨𝘪𝘶̀.

𝘎𝘶𝘢𝘳𝘥𝘰̀ 𝘪𝘭 𝘤𝘰𝘳𝘵𝘪𝘭𝘦 𝘭𝘢𝘴𝘵𝘳𝘪𝘤𝘢𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘰𝘱𝘰 𝘱𝘰𝘤𝘰 𝘭𝘰 𝘢𝘷𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘢𝘣𝘣𝘳𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢𝘵𝘰 𝘴𝘵𝘳𝘦𝘵𝘵𝘰.

𝘕𝘰𝘯 𝘳𝘦𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘵𝘵𝘦.

𝘈𝘭𝘻𝘰̀ 𝘨𝘭𝘪 𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪 𝘢 𝘨𝘶𝘢𝘳𝘥𝘢𝘳𝘦 𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘤𝘪𝘵𝘵𝘢̀, 𝘭𝘰𝘳𝘪𝘻𝘻𝘰𝘯𝘵𝘦. 𝘐𝘭 𝘭𝘶𝘯𝘨𝘰 𝘦 𝘭𝘢𝘳𝘨𝘰 𝘤𝘰𝘳𝘴𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘢𝘳𝘵𝘪𝘷𝘢 𝘢𝘭 𝘥𝘪 𝘭𝘢̀ 𝘥𝘦𝘭 𝘤𝘰𝘳𝘵𝘪𝘭𝘦.

𝘝𝘪𝘥𝘦 𝘊𝘩𝘪𝘤𝘤𝘰, 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘮𝘰𝘵𝘰 𝘴𝘨𝘢𝘯𝘨𝘩𝘦𝘳𝘢𝘵𝘢, 𝘮𝘢 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘦 𝘦𝘳𝘢 𝘢𝘧𝘧𝘦𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘵𝘰.

𝘝𝘪𝘥𝘦 𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘤𝘤𝘩𝘪𝘯𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘢 𝘥𝘦𝘴𝘵𝘳𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘳𝘪𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘢𝘷𝘢 𝘭𝘰 𝘴𝘵𝘰𝘱 𝘦 𝘷𝘪𝘥𝘦 𝘊𝘩𝘪𝘤𝘤𝘰 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘰 𝘪𝘯 𝘱𝘪𝘦𝘯𝘰, 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘢 𝘴𝘣𝘢𝘭𝘻𝘢𝘵𝘰 𝘪𝘯 𝘢𝘳𝘪𝘢 𝘦 𝘱𝘰𝘪 𝘢𝘵𝘵𝘦𝘳𝘳𝘢𝘳𝘦 𝘪𝘯 𝘶𝘯 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘰𝘷𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘳𝘪𝘶𝘴𝘤𝘪̀ 𝘢 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘷𝘪𝘥𝘶𝘢𝘳𝘦.

𝘛𝘳𝘦𝘮𝘰̀, 𝘪𝘭 𝘤𝘶𝘰𝘳𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘦𝘮𝘣𝘳𝘢𝘷𝘢 𝘷𝘰𝘭𝘦𝘳𝘨𝘭𝘪 𝘶𝘴𝘤𝘪𝘳𝘦 𝘥𝘢𝘭 𝘱𝘦𝘵𝘵𝘰.

«𝘚𝘪𝘨𝘯𝘰𝘳 𝘋𝘪𝘦𝘨𝘰! 𝘊𝘩𝘦 𝘴𝘵𝘢 𝘧𝘢𝘤𝘦𝘯𝘥𝘰𝘤𝘩𝘪𝘦𝘴𝘦 𝘤𝘢𝘭𝘮𝘢 𝘦 𝘢 𝘣𝘢𝘴𝘴𝘢 𝘷𝘰𝘤𝘦 𝘊𝘭𝘢𝘳𝘪𝘴𝘴𝘢, 𝘢𝘱𝘱𝘦𝘯𝘢 𝘳𝘪𝘦𝘯𝘵𝘳𝘢𝘵𝘢.

«𝘚𝘰𝘯 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘦𝘪 𝘲𝘶𝘪. 𝘊𝘩𝘪𝘢𝘮𝘢 𝘪𝘭 113. 𝘏𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘪𝘯𝘷𝘦𝘴𝘵𝘪𝘵𝘰 𝘊𝘩𝘪𝘤𝘤𝘰. 𝘚𝘷𝘦𝘭𝘵𝘢 𝘦 𝘱𝘰𝘪 𝘢𝘪𝘶𝘵𝘢𝘮𝘪 𝘢 𝘷𝘦𝘴𝘵𝘪𝘳𝘮𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘯𝘥𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘪𝘯 𝘰𝘴𝘱𝘦𝘥𝘢𝘭𝘦

«𝘚𝘪̀. 𝘈𝘥𝘦𝘴𝘴𝘰, 𝘱𝘦𝘳𝘰̀, 𝘴𝘤𝘦𝘯𝘥𝘢 𝘥𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘦𝘥𝘪𝘢 𝘱𝘦𝘳 𝘧𝘢𝘷𝘰𝘳𝘦

𝘘𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘳𝘪𝘢𝘱𝘳𝘪̀ 𝘨𝘭𝘪 𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪, 𝘊𝘩𝘪𝘤𝘤𝘰 𝘴𝘪 𝘵𝘳𝘰𝘷𝘰̀, 𝘢𝘤𝘤𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘢𝘭 𝘭𝘦𝘵𝘵𝘰, 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘢 𝘭𝘢𝘭𝘵𝘦𝘻𝘻𝘢 𝘦𝘮𝘢𝘤𝘪𝘢𝘵𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘯𝘰𝘯𝘯𝘰, 𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘳𝘦𝘮𝘢𝘷𝘢 𝘢𝘱𝘱𝘦𝘯𝘢 𝘦 𝘨𝘭𝘪 𝘴𝘵𝘳𝘪𝘯𝘨𝘦𝘷𝘢 𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘯𝘰.

𝘈𝘷𝘦𝘷𝘢 𝘮𝘢𝘭𝘦 𝘥𝘢𝘱𝘱𝘦𝘳𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰, 𝘮𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘱𝘰𝘵𝘦́ 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘰𝘳𝘳𝘪𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘭 𝘳𝘰𝘷𝘦𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘳𝘶𝘨𝘩𝘦, 𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘢

𝘮𝘢𝘱𝘱𝘢𝘵𝘶𝘳𝘢 𝘥𝘪 𝘴𝘦𝘨𝘯𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘳𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢𝘷𝘢 𝘭𝘢 𝘧𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢 𝘥𝘪 𝘯𝘰𝘯𝘯𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘰 𝘰𝘴𝘴𝘦𝘳𝘷𝘢𝘷𝘢 𝘴𝘰𝘳𝘳𝘪𝘥𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘶𝘯 𝘱𝘰𝘪𝘯𝘤𝘦𝘳𝘵𝘰, 𝘶𝘯 𝘱𝘰𝘪𝘮𝘱𝘳𝘦𝘱𝘢𝘳𝘢𝘵𝘰, 𝘯𝘰𝘯 𝘢𝘷𝘷𝘦𝘻𝘻𝘰; 𝘮𝘦𝘯𝘵𝘳𝘦 𝘥𝘢𝘨𝘭𝘪 𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪 𝘴𝘤𝘦𝘯𝘥𝘦𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘦 𝘴𝘪𝘯𝘤𝘶𝘯𝘦𝘢𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘵𝘳𝘢 𝘪 𝘴𝘰𝘭𝘤𝘩𝘪 𝘥𝘶𝘦 𝘭𝘢𝘤𝘳𝘪𝘮𝘦 𝘥𝘢𝘧𝘧𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘲𝘶𝘦𝘭 𝘯𝘪𝘱𝘰𝘵𝘦 𝘱𝘢𝘯𝘦𝘵𝘵𝘪𝘦𝘳𝘦; 𝘦 𝘤𝘩𝘪 𝘴𝘦 𝘯𝘦 𝘧𝘳𝘦𝘨𝘢𝘷𝘢 𝘴𝘦 𝘦𝘳𝘢 𝘨𝘢𝘺!

La via della scrittura – parte due

Come vi dicevo nel post del 21 marzo: si è felicemente concluso il laboratorio “La via della scrittura” iniziato il 12 ottobre 2018 e terminato il 15 marzo 2019 con incontri a cadenza quindicinale.

Nel post prospettavo una seconda parte. Un secondo avvenimento per noi importante!!!

[Il corso è risultato] molto soddisfacente anche per l’esperimento di self publishing collettivo, uno dei tratti costanti di tutti gli incontri e che dovrebbe portare i suoi frutti a breve (…)

Ed ecco il frutto! Sono infatti arrivate le copie del libro che abbiamo realizzato in concreto seguendo passo passo le teorie studiate durante il corso.

La concretizzazione di un atto creativo è sempre molto gratificante!!!

Di seguito trovate l’introduzione.

L’inizio della storia

La storia di questo libro inizia tre anni fa, con il primo percorso: il laboratorio di scrittura che ho organizzato presso la Biblioteca di Rubano: L’alchimia dello scrivere; è proseguita poi con Immaginare e scrivere, secondo percorso-laboratorio, ed è terminata (o iniziata – dipende dai punti di vista) oggi ne La via della scrittura.

Abbiamo percorso molta strada insieme ed essendo quest’anno uno dei temi del laboratorio il self publisching, abbiamo voluto provare a percorrere davvero il lungo sentiero che dall’ideazione porta alla pubblicazione. Per capire tutte le fasi della scrittura e anche per comprendere meglio e osservare più da vicino sia il lavoro dello scrittore che quello dell’editor.

Dopo tre anni di scrittura sentivamo la necessità di realizzare qualcosa di concreto e tangibile!

È stato entusiasmante!

Abbiamo creato e messo a punto una struttura di trama e un’ambientazione minima.

Abbiamo condiviso fatti sommari e principali arricchendo piano piano la storia in sedute di brainstorming stimolanti e divertenti.

Ci è piaciuto.

Le idee erano molte, le une differenti dalle altre, alcune più grandiose delle altre.

Progetti narrativi ambiziosi, a volte quasi irrealizzabili, con spunti e invenzioni che si accavallavano, si contraddicevano e si intersecavano. Alla fine la scelta è caduta su ciò che meglio conosciamo: la nostra terra e la nostra gente.

Ci siamo così inventati il nome di un paese immaginario del padovano: San Giuda del Carmine, che non potesse essere confuso con uno di quelli esistenti in realtà.

Lo abbiamo popolato di un discreto numero di personaggi principali e secondari, che sono poi risultati molto concreti e, almeno in parte, caratterizzati dalle più comuni peculiarità della Gente Veneta.

Abbiamo creato una banca dati condivisa che ha previsto la realizzazione di una schematica mappa del paese, di una piantina del condominio (ospite di quasi tutti i nostri protagonisti) e di un disegno dell’alzata dello stesso, per definire la distribuzione degli appartamenti.

In fine abbiamo abbinato ad ogni protagonista il suo appartamento ideale.

Cioè abbiamo fatto vivere un mondo. Piccolo, ma stabile e certo. Dal profilo deciso e netto.

A quel punto, dal nocciolo o dal cuore, come direbbe qualcuno, ognuno di noi ha elaborato la sua storia, che doveva tener conto e rispettare fedelmente tutte le informazioni base che avevamo deciso in comune.

E poi?
A briglia sciolta!
Ognuno ha realizzato il suo racconto dal punto di vista del suo protagonista.
Chi legge Bar Sogno, quindi, trova cinque storie parallele. Che si arricchiscono a vicenda di particolari. Storie che ci è piaciuto inventare confrontandoci. Passando, a volte, anche per discussioni determinate, con posizioni un po’ arroccate o un filo di broncio perché bisognava risistemare alcuni pezzi, o rimediare a qualche errore, ma terminando sempre… Come diceva, nonna? Ah, sì: “A tarallucci e vino”.

Bel camminare sulla via della scrittura, a braccetto, in fila indiana, in ordine sparso. Comunque in compagnia.

Ops! Mi sa che mi sono un po’ troppo immedesimata…
Io non ho scritto un racconto.
Ho supervisionato, ho suggerito, ho spronato, ho corretto, ho incitato.
Sono stata per tutti loro “il primo lettore”, persona fondamentale per chi scrive.
Ho fatto editing, il più leggero possibile, perché lo stile di ognuno e le caratteristiche di ognuno potessero emergere come meritavano. Ho insistito perché loro stessi indossassero l’abito dell’editor.

Volevamo un prodotto di self publisching che fosse il più corretto possibile, anche formalmente e per questo abbiamo rivisto più volte i racconti sia da soli che assieme, per armonizzarli. Posso dire che amo questi racconti perché stimo le persone che li hanno scritti e sono fiera di loro.

Lo so, lo so. Sono di parte.

Mi piace pensare, però, che tutti quelli che leggeranno le storie raccolte in Bar Sogno possano apprezzarle e trovare un momento di divertimento e di sollievo dalla quotidianità.

Grazie davvero di cuore per l’impegno
Gemma Piccin

Buon 8 marzo a tutti

Sono contenta d’essere donna. Sono contenta della mia femminilità, un po’ schiva e mai, volutamente, esibita. Sono contenta che il mio gender mi abbia consentito di provare il sentimento irripetibile, unico e intraducibile della maternità in modo semplice e naturale.

Sono contenta di me, donna.

Anche se, in realtà, nella vita di ogni giorno, mi sento sempre un essere umano, completo e totale. Non solo una donna. Non solo una rappresentante dell’altra metà del cielo.

Per carattere ed educazione, non mi sono mai sentita inferiore a nessuno perché donna. E in quelle rare occasioni nelle quali qualcuno ha provato a farmici sentire, ho combattuto con forza, come farebbe un qualunque essere umano in difesa dei propri diritti.

Quindi che dire? Onoro questa giornata per il rispetto che porto a tutte le donne che si sono trovate a perdere la dignità, o addirittura la vita, perché sfruttate, maltrattate, piegate, vendute, violentate e annientate.

Ma festeggio questa giornata per il rispetto che porto a tutte le donne che, combattendo, lottando, perseguendo scopi e obbiettivi, travalicando la femminilità, ce l’hanno fatta. Hanno dimostrato che si può stare al mondo, tutti, come essere umani di pari grado e diritto seppur di gender differenti.

Una buona base per un buon personaggio

uomo di vetro

Ciao a tutti.

Tempi un po’ frenetici quest’autunno, ma ora tutto si è assestato e i ritmi non sono frenetici ma… natalizi!!!

Quindi possiamo riprendere le nostre chiacchierate e il nostro pensare alla scrittura.

Scrivere significa necessariamente trovare un protagonista della storia.

Possiamo essere noi stessi o possiamo ispirarci ad altri. Possiamo scegliere come protagonista un oggetto o un animale.

Tutto può esserci d’ispirazione. L’importante è che la nostra scelta non venga mai tradita.

In che senso?

Chiarificatore ai massimi livelli il brano di Gianni Rodari: L’omino di vetro (tratto da Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie. Einaudi ragazzi).

Dato un personaggio, reale (come la Befana o Pollicino) o immaginario (come l’uomo di vetro, per dire il primo che mi viene in mente) le sue avventure potranno essere logicamente dedotte dalle sue caratteristiche. «Logicamente» qui è detto in rapporto a una logica fantastica o a una logica -logica? Non saprei. Forse a tutt’e due.

Sia per l’appunto, un uomo di vetro. Egli dovrà agire, muoversi, contrarre relazioni, subire incidenti, provocare eventi solo obbedendo alla natura della materia di cui lo immaginiamo fatto.

L’analisi di questa materia ci offrirà la regola del personaggio.

Il vetro è trasparente. L’uomo di vetro è trasparente. Gli si leggono i pensieri in testa. Non ha bisogno di parlare per comunicare. Non può dire bugie, perché si vedrebbero immediatamente, a meno che egli non porti il cappello. Brutto giorno, nel paese degli uomini di vetro, quello in cui viene lanciata la moda del cappello, cioè la mosa di nascondere i pensieri.

Il vetro è fragile. La casa dell’uomo di vetro dovrà dunque essere tutta imbottita. I marciapiedi saranno tappezzati di materassi. Vietata la stretta di mano (!). Proibiti i lavori pesanti. Il vero medico del paese è il vetraio.

Il vetro può essere colorato. È lavabile. Eccetera. Nella mia enciclopedia, al vetro sono dedicate quattro grandi pagine, e quasi ad ogni riga s’incontra una parola che potrebbe acquistare il suo significato nella storia degli uomini di vetro. Sta lì, nero su bianco, accanto a ogni sorta di notizie chimiche, fisiche, industriali, storiche, merceologiche, e non lo sa: ma in una fiaba il suo posto è assicurato […]

Non fatevi fuorviare dal fatto che il libro sia nella collana ragazzi!!!

È un testo molto utile per tutti coloro che vogliono scrivere, a qualunque età.

Vi è tutto chiaro? Domande?

I buoni propositi.

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Mi son sfuggiti già nove giorni di questo nuovo anno!
Non so proprio dire cos’ho fatto o non fatto.
Sono andati.
Propositi per il nuovo anno?

cercherò d’essere meno svagata e più concreta.
Di leggere di meno e di scrivere di più.
D’essere più buona… (come si scriveva una volta nelle letterine a Babbo Natale)
O magari d’essere più soddisfatta?

Che sia il caso di iniziare a scrivere un diario?
Magari un diario come quello delle nonne o, meglio, uno di quelli che pubblicizzano alcuni siti (http://thatsgoodnewsblog.com/diario-gratitudine/)
Un diario della felicità, un diario della contentezza o della gratitudine per trovare lati positivi nella giornata e provare a vivere in modo migliore?

Sabato silenzioso e piovoso, tranquillo. Dentro casa.
Ho iniziato a fare ordine nelle varie stanze togliendo polvere e Natale e ad archiviare i progetti portati a termine nel 2015. Devo dire che sono, se non contenta di me, almeno contenta di quanto raggiunto in linea di massima. Soprattutto di essere riuscita a trovare lavoro e di aver iniziato il sogno di insegnare a scrivere…
Ci devo lavorare ancora molto, ma almeno ho iniziato!

Che sia l’inizio di un diario?

Come i grandi viaggi in carrozza, che prevedevano giorni di spostamenti per le famiglie che avessero voluto ritrovarsi a Natale e Capodanno, così, oggi, per le sparse famiglie ritrovarsi e festeggiare assieme diventa un vero viaggio nello spazio e nel tempo.

Lentamente se ne comincia a parlare a maggio o giugno, perché ad agosto bisogna avere le tappe ben chiare per acquistare i biglietti degli aerei, dei bus, dei treni…

Per poter raggiungere ogni affetto. Per stare assieme alle frange più giovani e a quelle più vecchie della famiglia.

Quest’anno tocca a noi, muoverci.

I ragazzi hanno trovato lavori più soddisfacenti (all’estero sembra si possa) e, ovviamente, non hanno neppure chiesto di godere delle ferie di Natale per tornare da mamma e papà.

Così si vola in un battibaleno da uno stato all’altro, e si percorrono chilometri a terra per raggiungere le abitazioni. Ci si trova avvolti nella millenaria, cosmopolita, prestigiosa e modernissima Londra che parla tutte le lingue e vive tutte le culture. Babele di suoni, idee, avanguardie. E si ripescano tradizioni famigliari, mescolate ad altre, a volte incomprensibili, ma a sorridere finalmente assieme. Ritrovati e ampliati da mondi ignorati.

Poi via.

Si rivola in Italia.

Si viaggia in auto per chilometri e chilometri e si raggiungono i rami antichi della famiglia: reimmergendosi nel Natale, quello di quando si era piccoli, che non è cambiato mai. Riadattandosi al tempo avvolto nel profondo dei milioni d’anni delle Dolomiti. Nel silenzio e nelle stellate limpide di notti brillanti di primordiale memoria.

L’aria freddissima riempie l’anima di certezze e di forza.

Ci si avvolge più stretti nelle coperte e si può procedere nel domani.

Solidamente arroccati al passato e profondamente stimolati dal futuro.

Nebbia

spiaggia 2

Mi sveglio rattrappita e con in bocca il sapore terribile di una serata ubriaca o piena di troppi barbiturici. Non mi sento del tutto lucida. Apro gli occhi.
Una spiaggia bellissima, quella che vedo.
Il mare azzurro come il cielo, la sabbia bianca, il vento che soffia leggero.
Ma come ci sono arrivata qui? Continua a leggere