La nebbia

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«Incredibile! Ammettilo che ti sei perso e smettiamola di prenderci in giro!»
«Ok, mi sono perso. Quando mi hai detto: “prendiamo la mia macchina che è più grande e possiamo caricare meglio” non mi hai avvisato che non hai il navigatore!»
«Non mi piace il navigatore, non voglio qualcuno che mi dica gira di qua e gira di là e poi magari mi ritrovo in una stradina talmente stretta che devo fare retromarcia per non strisciare la macchina. Ho le cartine geografiche.» Continua a leggere

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Loriana

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Camminava, come al solito, con il viso affondato tra le pagine del libro. 1Q84 di Haruki Murakami, in quell’occasione, e non fece attenzione. Sbatté con foga contro l’uomo che, distratto da pensieri e problemi, camminava veloce sul marciapiede senza accorgersi di lei.
La forza dell’urto delle disattenzioni li fece cadere entrambi seduti a terra con le gambe larghe, come bambini sorpresi. E come bambini, risero entrambi riconoscendosi dopo la prima occhiataccia rabbiosa: «Beh, Loriana, sempre e solo tu che cammini nel mondo mentre leggi le favole!» Continua a leggere

L’Aquila bianca

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Domenica 11 gennaio Daria rientrò tardi. Ritemprata da una lunga, solitaria e primitiva settimana di ferie nella vecchia bicocca tra i monti, ereditata dalla nonna due anni prima.
La piccola e isolata baita resisteva all’incuria al confine del bosco di pini, abeti e larici, accoccolata alle pendici della conca, sulla riva sinistra del torrentello a poca distanza dalla foce. Continua a leggere

Un’amica

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Di solito arrivavo a casa sua il martedì verso metà mattina, era il suo giorno libero, quello nel quale lo studio medico dove lavorava era chiuso.
Mi piaceva passarci un’ora del mio tempo chiacchierando del più e del meno o dei problemi che mi sembravano in quel momento insormontabili, o delle nuove strategie che avevo pensato di adottare per vivere una vita migliore.
Ci eravamo conosciute in una tiepida giornata di fine settembre, quando ero andata allo studio a ritirare una ricetta per un’anziana vicina, a letto con l’influenza. Un limpido giorno pieno di foglie gialle soffiate da un vento dal retrogusto d’uva, che mi ricordava i tempi passati da bambina in campagna dai nonni.
Lei mi parve subito una persona accogliente e, in quel mattino pieno di rari malati, chiacchierammo a lungo.
Io avevo tempo, ero stata licenziata da poco.
Nei giorni successivi, come accade spesso, ci incontrammo ancora un paio di volte: sulla strada di casa e in una pasticceria molto graziosa e profumata di crema, burro e vaniglia vicina a dove abitavo. Senza forzature l’amicizia proseguì e ci scambiammo i numeri di telefono e le visite per il the o il caffè, il martedì a metà mattina.
Quando andavo a casa sua mi faceva accomodare nel salotto. Una stanza quadrata con una porta che dava sul giardino curato, dall’erba corta ed eguale. In primavera di uno spettacolare verde chiaro, fresco e fragile.
Non le ho mai chiesto che tipo d’erba avesse seminato.
Il salotto era arredato in modo essenziale: con due poltrone scomode, a dondolo, dalla struttura in legno e con seduta e schienale di tela marrone. Ricordavano le sdraio da mare di una volta.
Mi ci sedevo sempre in bordo e un po’ di lato, a disagio di fronte alla prospettiva della posa semi-sdraiata che avrei dovuto assumere se avessi voluto poggiare le spalle. Non mi sarebbe piaciuto rimanere così, a pancia all’aria…
Un basso tavolino di legno scuro, un grande cesto pieno di cuscini per sedersi per terra, una libreria bianca e piena di libri, un tappeto multicolore a geometrie viola, verdi e gialle usurato in più punti dai giochi bimbi e dal tempo, una pianta, alta, in vaso; non c’era altro.
Lei aveva un rapporto migliore del mio con la poltrona. Si accoccolava, come una gatta beata e sazia, s’acciambellava con le gambe sotto il sedere e il busto affondato nello schienale.
Sul tavolino era poggiato un vassoio di acciaio cromato con piccoli disegni. Intarsi in ottone lucidato. Sopra, il servizio da the. Tutto bianco, liscio e senza fronzoli.
M’incoraggiava con un gesto ampio della mano sinistra a servirmi, mentre chiacchieravamo.
Il the era caldo e buono.
Lei lo sorbiva lentamente, tra una frase e l’altra, come si stesse prendendo cura di sé, come stesse bevendo una pozione curativa.
A volte, mentre mi ascoltava, le saliva uno sbadiglio. Forse s’era alzata da poco o forse era stanca della giornata precedente o forse s’annoiava ad ascoltarmi.
Non voleva offendermi e lo nascondeva sempre.
Tirando i tratti del volto e spalancando gli occhi bruni; irrigidendo i muscoli del viso tanto da sembrare l’immagine ieratica della dea gatta.
Rimaneva sospesa, senza fiato, per un paio di secondi e poi espirava e si rilassava e mi ascoltava ancora. Non le ho mai chiesto perché le salissero quegli sbadigli.
Altre volte mi raccontava, mi spiegava, con quel suo stare da gatta sorniona, con il poco gesticolare, avvolta in una sciarpa, in uno scialle, in un fazzolettone colorato.
Sorrideva poche volte.
Non ricordo il motivo per cui non c’incontrammo più.
Forse la persi come a volte si perdono gli acquerelli, stemperandosi un colore nell’altro…
Era da molto che anche il ricordo di lei non tornava.
Sarà questa neve fitta e il vento che scuote e sfronda, che spinge e rotola, che sposta, s’allontana e s’avvicina. Sarà il freddo che nei martedì a metà mattina si allontanava poco a poco mentre sorbivo il the in compagnia di chiacchiere da donne che risolvono i problemi del mondo.
Di quel mondo di cui non fanno realmente parte e che guardano sempre a modo loro.
Sarà la solitudine dello stare da sola con te.
O la nostalgia di momenti in cui ogni cosa sembrava possibile.

Caterina

Rose

Caterina camminava a fianco della madre che avanzava facendo risuonare i tacchi alti e signorili.
Era infelice e profondamente scocciata.
Anche quella domenica aveva dovuto alzarsi all’alba, stessa ora di quando andava a scuola.
Aveva dovuto farsi un lungo bagno, lavarsi bene i capelli e avvolgerli in un grande asciugamano che la faceva sembrare esotica e goffa, mentre si vestiva tenendolo in equilibrio sulla testa. Continua a leggere

Vuoi Ballare?

vuoi ballare

«Ciao! Che ci fai qui?» chiese il ragazzo avanzando, a mezzanotte, nello stanzone bianco, asettico e dalla parete di fondo dipinta in azzurro e verde. Disegnata con grandi fiori colorati dagli occhi e dalle bocche sorridenti. Che non lenivano il disagio nello sguardo della piccola ragazza sulla sedia a rotelle, come si accorse quando la guardò negli occhi. Continua a leggere

Amori nella notte

Storia del sabato 18 ottobre 2014

«…E così il grande spirito di Cavallo Piumato da allora cavalca per ogni prateria e valle di montagna come questa. Appare maestoso e agghiacciante sul suo destriero d’argento grondante sangue, innalzando grida selvagge di monito a chiunque riesca a vederlo.»
Terminò la voce dolce di Federica, giovane capo scout, dalle trecce biondissime e dagli occhi azzurri incantati nella visione di Cavallo Piumato che lei stessa aveva creato, compiaciuta della paura che aveva fatto nascere negli occhi del suo gruppo di ascoltatori. Continua a leggere