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Quando nel corridoio del terzo piano cominciarono a spostarsi le sedie, nessuno parlò subito di furto.
L’edificio dell’Archivio Civico non era un luogo che invitasse ai grandi allarmi. I passi erano pochi, le finestre alte, i dipendenti stabili come le piante negli uffici pubblici. Da anni, ogni cosa era dove doveva essere.
Per questo, quando la sedia della sala B comparve una mattina nella sala D, nessuno gridò allo scandalo. La riportarono indietro. Qualcuno sorrise. Qualcuno pensò a uno scherzo.
Il giorno dopo, due sedie erano scambiate.
Quello dopo, tre.
Sedie tutte uguali. Legno chiaro, seduta verde. Numerate sotto.
Non sparivano. Viaggiavano.
La questione arrivò sulla scrivania di Elia Montorsi perché Elia era l’unico che, in quell’archivio, non sembrava mai completamente occupato. Non per pigrizia. Per una forma naturale di distanza.
Elia aveva l’incarico di “riordino e anomalie minori”. Era stato creato per lui.
Portava giacche sempre troppo leggere per la stagione e teneva in tasca un quaderno dove non prendeva appunti, ma disegnava mappe di cose che non esistevano: scale inutili, città circolari, alberi con finestre.
Quando la direttrice gli parlò delle sedie, Elia non sorrise. Si illuminò.
«Non mancano», disse.
«No.»
«Non si rompono.»
«No.»
«Si spostano.»
«Esatto.»
«Allora non è un problema logistico», concluse. «È una frase.»
La direttrice non chiese quale.

Elia cominciò osservando.
Non di giorno. Di giorno le sedie venivano usate, spostate, rimesse. Era un rumore pieno, poco leggibile.
Elia iniziò a fermarsi la sera.
Alle diciannove e dieci, quando l’ultimo dipendente usciva.
Alle diciannove e dodici, quando il palazzo smetteva di parlare.
Alle diciannove e quindici, quando cominciavano le cose vere.
Si sedeva in fondo al corridoio con un panino e restava.
La prima sera non accadde nulla.
La seconda nemmeno.
La terza, alle venti e due, sentì un suono.
Non un passo.
Non un colpo.
Un trascinamento cortese.
Come se qualcuno stesse spostando una sedia chiedendole scusa.
Elia si alzò lentamente. Camminò senza rumore. Si fermò all’angolo.
Nel corridoio non c’era nessuno.
Ma una sedia, che alle diciannove era davanti alla finestra della sala C, ora stava a metà del corridoio. Obliqua. Come se avesse perso l’orientamento.
Elia la guardò.
Non provò paura.
Provò una forma di rispetto.

Nei giorni successivi successe sempre allo stesso modo.
Dopo le venti.
Mai prima.
Mai con violenza.
Sedie che lasciavano le stanze e prendevano posizione altrove. Mai a caso. Mai ammassate. Sempre singole. Come messaggi brevi.
Elia smise di pensare a un colpevole. Cominciò a pensare a un motivo.
Controllò gli archivi delle sale.
I registri dei dipendenti.
Le planimetrie.
Notò allora una cosa che nessuno aveva mai guardato.
Le sedie non si spostavano ovunque.
Si muovevano solo in un settore del terzo piano: quello dove, anni prima, era stato chiuso il reparto di consultazione per il pubblico. Un’area diventata deposito. Vuota di persone, piena di tavoli inutilizzati.
Chiese informazioni.
Gli dissero che lì lavorava, fino a cinque anni prima, una donna di nome Ada Rinaldi. Addetta alla consultazione. Nessun incarico speciale. Nessun richiamo. Nessuna promozione.
«Era molto silenziosa», disse la segretaria.
«E dove si sedeva?» chiese Elia.
«Sempre sulla stessa sedia. Quella verde vicino alla finestra.»

Elia cercò quella sedia.
La trovò in sala D. Numero 27. Leggermente più consunta. Con un segno sul bordo: come un’unghia passata mille volte nello stesso punto.
La riportò nella vecchia area chiusa.
La mise dov’era un tempo, seguendo le planimetrie.
Quella sera non successe nulla.
La notte dopo nemmeno.
La terza sera, alle venti e sette, una sedia uscì dalla sala B e si fermò davanti alla 27.
Non si toccavano.
Si guardavano.
Elia si sedette sul pavimento.
Capì.
Non stavano fuggendo.
Stavano ricostruendo una disposizione.
Un disegno di presenze.
Una topografia di abitudini.
Le sedie stavano tornando a dire dove qualcuno era stato.

Nei giorni seguenti Elia fece un gesto che nessuno gli aveva chiesto.
Aprì di nuovo l’area dismessa.
Spolverò.
Rimise le sedie una per una, seguendo il percorso che avevano disegnato.
Non vennero più spostate.
Dopo una settimana, una dipendente chiese perché quel reparto fosse stato riaperto.
Elia rispose:
«Perché era ancora occupato.»

Sulla relazione finale scrisse solo:
“Anomalia rientrata. Le sedie non si muovevano. Indicavano.”
Nel suo quaderno, quella sera, disegnò una stanza piena di sedie.
E in ogni sedia, una piccola impronta.

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