La mattina del matrimonio Rosa si svegliò prima della sveglia.
Per qualche secondo rimase immobile.
La stanza era silenziosa. La casa no.
La casa era già piena di piccoli rumori: una porta che si apriva, l’acqua che correva in bagno, il passo leggero di qualcuno che cercava di non fare rumore e finiva per farne più del necessario.
Sorrise.
Era il giorno giusto per fare rumore.
Restò ancora qualche istante sotto le lenzuola.
Fuori dalla finestra il cielo aveva il colore incerto delle cose che devono ancora decidere cosa diventare.
Non era agitata. Questa era la cosa strana.
Per mesi tutti le avevano chiesto se fosse emozionata, nervosa, spaventata.
Lei aveva sempre risposto di sì.
Era la risposta che ci si aspetta da una sposa.
La verità era un’altra: si sentiva tranquilla. Come chi ha studiato a lungo per un esame e finalmente vede comparire sul foglio proprio la domanda che sperava.
Negli ultimi anni aveva imparato a dire no. E a dire sì, che, sorprendentemente, era molto più difficile.
Non era stato semplice. Aveva consumato una quantità considerevole di cellule grigie, come avrebbe detto Poirot. Ma alla fine era arrivata lì.
Al giorno in cui tutto sembrava finalmente al posto giusto, pronto a rivoluzionare il suo cammino.
Da quel momento in poi non avrebbe più camminato da sola. Lo avrebbe fatto sempre con lui al fianco.
Era una bella sensazione, pensò.
E si fidò di quel pensiero, come ci si fida di una bilancia che per anni ha pesato male e che oggi, finalmente, segna il numero giusto.
Guardò il vestito da sposa appeso all’anta dell’armadio.
Si alzò e raggiunse i familiari in cucina per il caffè.
Erano tutti contenti. Suo fratello, fiero dell’incarico di accompagnarla all’altare, girava con un sorriso a trentadue denti. Sua madre, tra esibizione e commozione reale, che spargeva gocce di lacrime “di gioia”.
Rosa sorseggiò il caffè e per un istante pensò a suo padre, morto quando lei era piccola: non un dolore, solo una stanza interna che ormai sapeva attraversare senza inciampare.
Poi diede inizio ai preparativi. Fece tutto con calma.
Indossò l’abito, scelto con cura per soddisfare un’esigenza profonda di comodità, semplicità e classe. Quando l’amica parrucchiera arrivò per l’acconciatura, Rosa era già pronta.
Niente velo né cappello, solo fiori freschi tra i capelli.
Ogni movimento era pacato.
Quando fu il momento di uscire, scese le scale che per tutta la vita l’avevano portata nel mondo.
Da allora in poi le avrebbe usate meno, ma non avrebbe dimenticato che i gradini erano quaranta, né quali fossero quelli traballanti e quali quelli stabili.
Lei si sentiva sicura.
Sicura come si è sicuri di un percorso fatto a memoria, contando i gradini senza più guardarli.
Scese dalla macchina di suo cugino, addobbata a festa, aiutata dal fratello.
Avanzò lungo la navata bianca, pulita, vibrante delle note del violino.
Sorrise sfilando tra i volti di amici e parenti, finché non incontrò gli occhi di lui.
Quel giorno era lì per lui. Lo sposava in chiesa.
Intrecciò il proprio sguardo al suo, lasciandosi toccare dal calore di quegli occhi scuri che le parlavano da tempo.
E proprio mentre quegli occhi la inghiottivano, nel momento esatto in cui tutto coincideva, a Rosa arrivò la trapanata terribile della domanda del secolo: “Che stai facendo?”
