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La stagione in cui resto

La prima cosa che cambia non è fuori. È nel modo in cui si ferma davanti alla finestra. La luce è la stessa di sempre. Il giardino anche. Eppure qualcosa si è spostato, come quando la terra si apre appena sotto la superficie e nessuno se ne accorge.
Le succede ogni anno. È a primavera che le scivola sottopelle.
La riconosce da quando andava alle medie. All’inizio era solo un fremito, una specie di eccitazione senza nome. Poi è diventata un appuntamento. Il suo capodanno. Il momento in cui togliere le ragnatele, cambiare: molto, poco, quel che serviva. Oppure restare. E accorgersi di quanto pesasse.
Per anni ha abitato giorni pieni. Pieni di richieste, di attese, di parole che arrivavano da fuori e trovavano spazio senza chiedere. Aveva imparato a muoversi in modo impercettibile. Rivoluzioni semplici. Cambiamenti camuffati. Respiri trattenuti.
Le passeggiate di Pasqua erano diventate il suo rito.
Le chiamava così, con un sorriso appena accennato. Viaggi economici. Ecologici, anche. Nessun carburante, nessuna spesa. Solo un punto di partenza e una direzione immaginata.
Quell’anno era il Giappone.

Usciva di casa e prendeva lo stretto sentiero lungo il Borma, il fiume lento che scorreva poco distante. E lì, senza bisogno di spiegazioni, i ciliegi comparivano. I peschi in fiore. I salici che sfioravano l’acqua come mani leggere. Bastava poco. Uno spostamento dello sguardo.
Lungo quel fiume aveva costruito anche altro. Difese. Strategie. Resistenze. Aveva scelto, per un tempo lungo, di non lasciar correre. Di trattenere. Di rispondere sempre. A volte parlava da sola — metteva in scena discussioni mai avvenute, forse mai avvenute. I rari passanti si voltavano. Gli animali sparivano veloci tra l’erba.
Aveva imparato a rispondere. Non sempre a scegliere.
Poi qualcosa aveva iniziato a spostarsi. Non all’improvviso. Mai in modo eclatante.
Aveva cominciato a togliere.
Un sì detto per abitudine che diventava, piano, un no. Una telefonata rimanda ancora, e ancora, fino a quando smette di pesare. Un gesto rimasto troppo a lungo che, finalmente, trova fine.
Fuori, intanto, la primavera faceva il suo lavoro. Silenzioso. Ostinato.
Le gemme non chiedono il permesso. Non spiegano. Non aspettano di essere pronte nel modo giusto. Accadono.
E lei, senza dirlo, aveva imparato lo stesso movimento. Cambiare senza strappi. Perché è necessario. Sempre. Non importa da quanto tempo sei donna.
Dentro, qualcosa tornava a prendere forma. Una voce che non alzava il tono, ma restava.
Non era ribellione. Non era rottura. Era precisione.

Ogni nuovo no non la faceva più tremare. Non le chiedeva più spiegazioni. Restava.
E per la prima volta non aveva bisogno di andare lontano.
Aprì la finestra. L’aria entrò senza chiedere permesso, come fanno tutte le cose vive.
E lei capì, senza formularlo davvero, che non stava più cercando un posto in cui andare. Stava, finalmente, restando.

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