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La Virgola comunica

Dichiarazione spontanea rilasciata in data odierna dalla sottoscritta, Virgola, nata dal latino virgula (piccolo ramo), segno di punteggiatura in servizio attivo da oltre duemila anni.

Io faccio pausa. È il mio lavoro, il mio talento, la mia vocazione. Faccio pausa, collego, respiro. Faccio respirare, permetto un pensiero. Magari alternativo. Sono la virgola e lo dico senza falsa modestia: uno dei segni di punteggiatura più sottovalutati della storia della comunicazione umana.

Ultimamente, però, devo ammettere che mi sento ancor più a disagio del solito.

Il mondo là fuori è diventato un posto strano. Lo osservo dal mio angolino sulla pagina, sempre in minuscolo, sempre curva, mai aggressiva, e quello che vedo mi preoccupa. Tutti parlano e scrivono. Nessuno fa pausa. I Punti Esclamativi hanno preso il controllo, si moltiplicano alla fine di ogni frase come se la realtà avesse bisogno di essere urlata per esistere. Le Maiuscole occupano spazio che non appartiene loro. I Puntini di Sospensione, che almeno un tempo avevano una certa eleganza malinconica, una certa capacità di rendere l’uomo dubbioso e pensieroso, vengono usati per minacciare.

E io? Io vengo ignorata attualmente. Peggio: vengo tolta. “Troppo lenta”, dicono. “Chi ha tempo di fare pausa?” oppure “Un segno inutile, costa soldi e non serve a nulla.”

Ho visto cose, negli ultimi tempi. Ho visto frasi che iniziano con ATTENZIONE e finiscono con !!! e nel mezzo non c’è niente; nessun pensiero, nessuna curva, nessun respiro. Solo rumore che si spacca in due come un’ascia su un ceppo. Ho visto persone convinte che più si urla più si ha ragione. Ho visto dibattiti che sembrano battaglie medievali dove nessuno ascolta perché tutti si scagliano già addosso a tutti.

Nessuno mi chiama, mi cerca o mi utilizza.

Eppure, e qui permettetemi un momento di orgoglio professionale, sono io quella che salva le vite. Non le vite nel senso drammatico, intendiamoci. Ma quelle piccole.

«Andiamo a mangiare, bambini» non è «Andiamo a mangiare bambini». Questa differenza sono io. Questo spazio minuscolo tra il pasto e il cannibalismo, sono io.

«Il medico operò il paziente, che sopravvisse» non è «Il medico operò il paziente che sopravvisse». Nel primo caso il paziente è vivo per fortuna. Nel secondo lo è per selezione. Questa sfumatura tra la fortuna e il darwinismo, sono io.

«Non sono d’accordo, ma ti ascolto» non è «Non sono d’accordo ma ti ascolto». Nel primo caso c’è una pausa. Un respiro. La disponibilità a stare nell’altro prima di rispondere. Nel secondo è una concessione frettolosa, quasi un’accusa. Questa differenza tra il dialogo e la resa, sono io.

Sono quella che dice: aspetta. C’è ancora qualcosa da aggiungere. La frase non è finita. Il pensiero non è finito. La storia non è finita.

Però stamattina ho sentito qualcosa di strano nell’aria. Un vento diverso. Non so come descriverlo, io sono una virgola, non un meteorologo, ma era qualcosa di leggero, quasi ridicolo nella sua leggerezza, come se qualcuno da qualche parte avesse deciso di fare una pausa.

Di non rispondere subito. Di tenere una frase aperta ancora un momento prima di chiuderla con violenza.

Forse era solo vento di primavera. Forse era qualcuno che stava imparando a respirare. Il tentativo di ridarmi valore.

Mi sono fatta più piccola sulla pagina, sono brava in questo, è nella mia natura, e sto aspettando.

Come sempre. Come so fare solo io. Incrociando le dita.

In fede

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