Blog

SenzaVestitoDaSera

«Povera, senza vestito da sera, ma libera.»
La ribellione era nata spontaneamente mentre Angela rimuginava il diktat dell’invito: Dress code: formale.
Eh che cavolo? Anche soldi per un abito da sera con tacchi?
Ma nemmeno per scherzo.
Nemmeno per scherzo.
Che finale per quel viaggio tra rovi e spine lungo otto mesi e trecentodieci pagine, più o meno, sulla vita lavorativa dell’Ingegner Paradossi, nome d’arte con cui Angela aveva ribattezzato, per sana sopravvivenza, l’uomo a cui aveva prestato la sua capacità scrittoria.
Per otto mesi aveva abitato i ricordi dell’Ingegner Paradossi, cercando di prestargli la propria scrittura senza lasciarci dentro la propria voce.
Angela di lui temeva, analizzando le proprie sensazioni con onestà, una cosa soltanto: l’incazzatura stellare che lo avrebbe costretto a urlare per l’ira causata proprio da quella festa dichiarata nell’invito.
Un dono.
Un dono della moglie, costruito frammento su frammento per regalare al marito una serata speciale come coronamento di una lunga e fruttuosa carriera imprenditoriale.
Romantico e raro.
E la cosa sarebbe stata fantastica, continuava a pensare Angela, se il tutto fosse sfociato in una cenetta a due a lume di candela, con finale a sorpresa: l’aggregarsi di una manciata di amici con una targa di riconoscenza.Tra le mani della vera regista della situazione, la moglie dell’ingegnere, tutto era invece lievitato in una festa privata organizzata nella più famosa e storica location della città, con personalità di ogni tipo e grado, italiane ed estere, convogliate dall’invito e dal perentorio Dress code: formale.
Angela aveva preparato la bomboniera che gli invitati si sarebbero portati a casa alla fine della cerimonia: il libro che raccoglieva pensieri, opere e ricordi dell’ingegnere.

Il suono della notifica del cellulare la distrasse. Guardò il messaggio appena arrivato su WhatsApp.
«Cara, le raccomando l’abito da sera e le scarpe con il tacco. So che è vegetariana e per l’occasione ho scelto un risotto ai funghi e vari tipi di stuzzichini.»
Quindi non avrebbe potuto sottrarsi né inscenare una protesta, né fingersi la smemorata di Collegno.
Rivolse nuovamente la sua attenzione alle cose dell’armadio, con un inizio di terrore. In genere comprava pochissimo, di solito ai mercati e mercatini, e non buttava mai nulla, anche per le
oscillanti variazioni di taglia. Perfino le maglie con i buchi non ottenevano una sana sepoltura, ma rimanevano in vita come abbigliamento da casa, un’abitudine mai confessata a nessuno, nessunissimo. Angela era così.
Quindi era anche certa che l’armadio avrebbe fornito qualcosa di adatto. Tanto andava sempre il vintage, no? E poi c’erano sempre i corsi e ricorsi storici.
Dopo una manciata di minuti, che l’avvicinavano molto pericolosamente a un arrivo in ritardo, ebbe un’illuminazione e recuperò, dopo averlo liberato dai vari strati di velina bianca nei quali lo aveva avvolto con cura, un completo pantalone verde, tipo gnoma del bosco.
Morbido, morbido, leggero e impalpabile. Adattissimo, visto il caldo di quei giorni.
Era certa che tra le ventidue scatole sistemate sulle scaffalature del bagno ci dovessero essere ancora le décolleté verdi con tacco dodici che aveva usato raramente a qualche matrimonio. Le adorava perché erano comodissime. E verdi.
Angela si sentì molto sollevata dai ritrovamenti e sospirò con soddisfazione per lo scampato pericolo del dress code.
Non era un abito da sera propriamente detto, ma pantaloni morbidi con blusa altrettanto morbida e giacca destrutturata andavano bene, secondo la sua definizione di formale. Niente gioielli perché aveva allergie scomposte, ma capelli appena spuntati dal parrucchiere, rimasti un po’ più bianchi del previsto, un filo di trucco e una spruzzata del suo profumo, Essenza Miracolosa, scovato in una farmacia e accompagnato dalla promessa di un intervento motivazionale olfattivo.
In fondo lei sarebbe stata lì come una professionista. Una scrittrice. Forse.
Indossò tutto in un lampo e si mise in macchina, consapevole di non essersi informata adeguatamente sull’andamento della serata e che, quindi, si stava recando, per la prima volta in vita sua, a una serata al buio.

Però Angela era diventata, causa interferenze continue della vita casuale nella sua vita vera, molto prudente. Aveva preparato due discorsi, ben due eh: uno breve, nel caso qualcuno le avesse messo in mano un microfono chiedendole soltanto qualche parola, l’altro più lungo, nell’eventualità molto più terrificante che le chiedessero di raccontare il libro. Li aveva scritti, limati e corretti, eliminando ogni riferimento all’età dell’ingegnere, argomento che il suo istinto di sopravvivenza le suggeriva di evitare con cura, e ne aveva imparato a memoria almeno l’inizio:
«Scrivere questo libro ha significato per me ricostruire, poco alla volta, la storia dell’Ingegner Paradossi. All’inizio pensavo di dover raccontare soprattutto la storia di un imprenditore; andando avanti ho scoperto che stavo raccontando un uomo attraverso il suo lavoro.»
Nella versione lunga avrebbe parlato anche del tempo attraversato da quella carriera, dei cambiamenti del lavoro, della tecnologia, degli strumenti, dalla vecchia calcolatrice al computer.
Ripassò mentalmente entrambe le versioni mentre guidava. Le parole erano tutte al loro posto. Questo la tranquillizzò un po’.
Forse poteva farcela.
Tanto che riuscì a effettuare un’entrata sufficientemente dignitosa, le sembrò, nella sala già affollata.
L’ingegnere, anziano ma al quale non sfuggiva nulla, la vide immediatamente e la raggiunse. Aveva il sorriso di un bambino che combinava marachelle a piacimento.
«È tutta colpa sua!» la apostrofò ridendo.
No, no. È tutta colpa di sua moglie, pensò Angela.
Poi lui allargò le braccia verso la sala.
«Qui sono tutti amici miei.»
Angela guardò le persone riunite lì, alcune arrivate dalla Spagna, dal Sud America e da Porto Rico. Seguì lo sguardo dell’ingegnere mentre si posava su di loro, riconoscendo ogni volto, ogni voce, ogni modo di fare. E capì che era felice. Era l’unica cosa che contasse. Capì anche che la moglie lo conosceva assai meglio di quanto lui conoscesse se stesso e che, in fin dei conti, se lei non ci fosse stata e non avesse organizzato quella serata con tanto di Dress code: formale, lui avrebbe passato il resto della sua vita ad aspettarla.
Poi iniziò la presentazione. Nel senso che la conduttrice della serata prese la parola e cominciò a parlare dell’imprenditore con la solennità che di solito si riserva a chi non c’è più.
Angela si sentiva imbarazzata, dato che lui le sedeva accanto, vivissimo, abbozzando sorrisi incerti d’incomprensione. Si sforzava di rimanere seria e, più si sforzava, più la scena diventava comica. Alla fine adottò la faccia del tipo quando il sorriso diventa paralisi e non ci pensò più.
La conduttrice era partita dalla premessa e procedeva rigorosamente per capitoli, chiamando di volta in volta chi in quel capitolo era citato.
Prima un collaboratore storico, quello dei primi anni, con l’aneddoto del capannone allagato.
Poi un socio, quello degli anni della crescita, con l’aneddoto del contratto firmato su un tovagliolo.
Poi un amico d’infanzia, che raccontava un aneddoto che non c’entrava niente con nessun capitolo ma che nessuno osava interrompere.
Poi un altro ancora, di cui Angela non ricordava nemmeno il ruolo nel libro.
Lo stomaco completamente vuoto cominciò a brontolare, aumentando il suo imbarazzo.
Alle 20.30 la conduttrice era arrivata a metà delle trecentodieci pagine.
Angela, che aveva scritto il testo e conosceva ogni parola utilizzata in ogni capitolo, seguiva la scaletta come i fedeli seguono un rosario, con la speranza che nel frattempo qualcuno desse un cenno sulla sorte del risotto ai funghi annunciato dal messaggio.
Esisteva davvero?
Qualcuno lo aveva visto?
Era in preparazione?
Sarebbe arrivato solo dopo pagina trecentodieci?
Non avrebbe saputo dare una spiegazione nemmeno a se stessa, ma a un certo punto Angela, con manovre di allontanamento non molto tattiche, cominciò ad avvicinarsi all’uscita.
Incrociò lo sguardo della moglie dell’ingegnere.
Accelerò.
Le due versioni del discorso erano ancora lì, perfettamente intatte nella sua memoria. Non ne aveva pronunciata una parola.
Report della serata: non ho mangiato, non ho bevuto e non ho parlato. Ottima performance, mia cara.

Comunque era fuori.
Era libera.
L’androne di casa era silenzioso. La serata era finita, il pericolo del microfono scongiurato, il dress code non esisteva più.
Fece un passo.
Perse l’equilibrio e si aggrappò al muro per restare in piedi.
Pronta all’imprecazione selvaggia, si guardò i piedi.
La scarpa destra aveva ceduto.
Si era aperta, compreso il tacco.
Dopo soli vent’anni.
Il mattino dopo portò entrambe le scarpe dal calzolaio.
«Ma come si permettono?» continuava a ripetersi Angela, indignata. «Io ho sessantasei anni e potrò andare in pensione solo tra un anno, e loro pretendono di andarci dopo appena venti? Non esiste proprio. Sono pronta ad aprire una vertenza con l’associazione sindacale delle décolleté verdi! Altro che!»

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *